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Lo sai che? Uso del casco: senza la protezione si può avere il risarcimento?

Lo sai che? Pubblicato il 3 giugno 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 3 giugno 2015

Incidenti stradali: il concorso di colpa nella determinazione del danno si può attribuire al motociclista solo quando il mancato uso del casco poteva evitare o ridurre l’infortunio.

Non sempre dal mancato uso del casco si può far derivare un concorso di colpa a carico del motociclista infortunatosi a seguito di un sinistro stradale.

Secondo una recente sentenza della Corte di Appello di Taranto [1], infatti, solo nel caso in cui il comportamento colpevole del danneggiato abbia contribuito al verificarsi del danno si può parlare di concorso. Non, invece, negli altri casi.

Insomma, solo quando il mancato uso del casco ha determinato l’infortunio (o lo ha aggravato), il motociclista vedrà ridotto il risarcimento. Quando, al contrario, il danno si sarebbe verificato nella stessa modalità ed entità anche con l’uso della protezione, allora non può scattare il concorso di colpa.

Un esempio: se da un sinistro deriva un trauma cranico, è chiaro che l’uso del casco avrebbe potuto evitare, o quanto meno ridurre, il danno. In tal caso, il concorso di colpa è giustificato e il risarcimento viene ridotto a seconda del grado di colpa del motociclista imprudente. Viceversa, se dalla caduta dalla moto deriva una frattura del ginocchio, rimanendo illesa la testa, il risarcimento non può essere decurato solo per via del mancato uso del casco. E questo perché, con o senza la protezione, l’arto si sarebbe rotto lo stesso.

note

[1] C. App. Taranto, sent. n. 42 del 19.01.2015

Autore immagine: 123rf com

Corte d’Appello di Taranto – Sezione civile – Sentenza 19 gennaio 2015 n. 42

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte di Appello di Lecce – Sezione distaccata di Taranto – Sezione Civile – composta dai Signori:

1) Dott. Riccardo Alessandrino – Presidente –

2) Dott. Ettore Scisci – Consigliere –

3) Dott. Marina C. Cosenza – Consigliere Rel. –

ha pronunziato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. 10 del Ruolo Generale delle cause dell’anno 2012, trattata e passata in decisione all’udienza di trattazione del 6/6/2014

Tra

Se.Lu., nato (…) ed ivi residente alla Via (…), elettivamente domiciliato in Taranto, Viale (…), presso lo studio dell’Avv. Ro.Or. che lo rappresenta e difende in virtù di mandato a margine della comparsa di costituzione e risposta del giudizio di primo grado

– Appellante –

E

Le.El., rappresentata e difesa dall’Avv. La.Gh. (del Foro di Reggio Emilia), elettivamente domiciliata in Taranto presso lo studio dell’Avv. Fa.Ch. del Foro di Taranto alla via (…) bis, come da procura in calce all’atto di citazione notificato nel giudizio di primo grado

– Appellata –

Nonché

Ro.Pi. e Ro.Ma., rappresentati e difesi dagli Avv.ti La.Gh. (del foro di Reggio Emilia) e Fa.Ch. (del Foro di Taranto), con domicilio eletto, presso quest’ultimo, come da procura in calce all’atto di intervento volontario nel giudizio di primo grado

– Appellati –

E

AL. SpA (già RA. SpA) – nella qualità di Impresa designata ai sensi dell’art. 286 del D. Lgs. n. 209/05 in persona del procuratore speciale, Dott. Gi.Di., corrente in Trieste al Largo (…) ed elettivamente domiciliata in Taranto Talsano al C.so (…), presso lo studio dell’Avv. Fr.Vi. che la rappresenta e

difende giusta procura in calce all’originale della comparsa di costituzione e risposta con appello incidentale

– Appellata ed appellante incidentale –

I procuratori delle parti precisano le conclusioni come da verbale dell’udienza di precisazione delle conclusioni del 6/6/2014.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di rinnovazione di citazione notificato il 10.1.2012, Se.Lu. interponeva appello avverso la sentenza emessa dal giudice presso il Tribunale di Taranto l’8.6.2011, con cui esso appellante era stato dichiarato esclusivo responsabile del sinistro stradale verificatosi il 21.6.2006, nel quale aveva perso la vita Ro.Co., e condannato, in solido con l’Al. Assicurazioni S.p.A. quale impresa designata per il F.G.V.S., al pagamento della somma di Euro 260.000,00 ciascuno in favore di Le.El. e Ro.Pi., della somma di Euro 100.000,00 in favore di Ro.Ma., oltre alla condanna alla rivalsa in favore dell’Al. ed, in solido con quest’ultima, al pagamento delle spese processuali. Si costituiva L’Al. Assicurazioni n. q., spiegando appello incidentale. Si costituivano, resistendo, Le.El., Ro.Pi. e Ro.Ma. La causa era riservata per la decisione all’udienza del 6.6.2014, sulle rassegnate conclusioni e previa concessione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Se.Lu. censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 2054 e 1227 c.c., assumendo che la dinamica del sinistro non sia stata ricostruita chiaramente e che il defunto Ro. abbia concorso nella produzione dello stesso, essendo risultato che aveva da poco fatto uso di cannabinoidi e che non indossava il casco.

L’Al., col suo appello incidentale, contesta anch’essa la ricostruzione della dinamica del mortale incidente, nonché il riconoscimento del danno patrimoniale in favore di Le.El. e Ro.Pi., genitori della vittima.

Gli appelli sono entrambi infondati. In ordine all’attendibilità dell’informativa della P.S. di Taranto, confermata con dovizia di particolari in sede testimoniale dal sovrintendente Ma. (uno degli agenti operanti), si osserva che “il rapporto di polizia fa piena prova, fino a querela di falso, solo delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesti come avvenuti in sua presenza mentre, per quanto riguarda le altre circostanze di fatto che egli segnali di avere accertato nel corso dell’indagine, per averle apprese da terzi o in seguito ad altri accertamenti, il verbale, per la sua natura di atto pubblico, ha pur sempre un’attendibilità intrinseca che può essere infirmata solo da una specifica prova contraria” (Cass. sez. 3, sentenza n. 22662 del 09/09/2008, conf. Cass. Sezioni Unite, n. 916 del 1996). Nella specie, le informative del 22.6.2006 e del 22.8.2006, fondate sugli accertamenti effettuati sul luogo del sinistro dagli agenti operanti intervenuti a distanza di breve tempo dalla sua verificazione, appaiono analitiche, accurate ed esaustive, corredate da documentazione medica, pp.vv. di atti irripetibili e schizzo planimetrico. Alla loro valenza probatoria deve aggiungersi la sentenza emessa dalla sezione penale di questa

Corte il 20.6.2011, passata in giudicato il 10.10.2012, con cui il Se. era giudicato responsabile dei reati di cui agli artt. 589, co. 2 c.p. e 186, comma 2, C.d.S. e condannato alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione in ordine al primo e a quella di sei giorni di arresto ed Euro 400,00 per il secondo. Ai sensi dell’art. 651 c.p.p., la sentenza penale irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato nel processo civile di risarcimento del danno quanto all’accertamento della sussistenza del fatto e della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso, con esclusione della colpevolezza, il cui esame è autonomamente demandato al giudice civile (Cassazione civile, sez. VI, 04/07/2011, n. 14648). Orbene, la responsabilità esclusiva del Se. è stata accuratamente vagliata dal primo giudice, con valutazioni logiche e coerenti che questa Corte condivide; in particolare, è destituito di ogni fondamento il motivo dell’Al. secondo cui l’esecuzione a distanza di ore delle prove alcolimetriche avrebbe falsato il risultato delle stesse. L’alcotest è stato effettuato con strumento in uso alle Autorità di Polizia, sicuramente affidabile: esso ha rilevato un tasso alcolico dell’1,21 alle h. 3,29 del 22.6.2006 e dell’1,15 alle h. 3,40 dello stesso giorno. Se si considera che la velocità di eliminazione dell’alcol è di circa 0,15 grammi per litro di sangue in un ora (cfr. (…)) e che i prelievi sono stati effettuati all’incirca quattro ore dopo il sinistro (verificatosi alle h. 23,30 circa del 21.6.2006), deve inferirsene che al momento del sinistro la percentuale di alcol nel sangue del Se. doveva essere dell’1,75 circa, laddove il limite è 0,50 g/l. Pertanto, l’appellante principale era certamente in stato di notevole ebbrezza alcolica quando, approcciando una curva a destra a stretto raggio alla progressiva km. 0,900 della S.P. 100 Taranto – Lama in direzione di quest’ultima località (segnalata verticalmente da cartello preannunciante una doppia curva pericolosa, la prima a sinistra) perdeva il controllo dell’autovettura da lui guidata e, invadendo la corsia di marcia opposta, si scontrava con estrema violenza con la fiancata sx del motociclo condotto da Ro.Co., che viaggiava in direzione Taranto tenendo rigorosamente la destra, per come dimostrato dall’allocazione del punto d’urto, ricostruita dalla P.G. con notevole attendibilità. Gli appellanti insistono sulla velocità non elevata dell’auto, secondo il c.t.u. del P.M. pari a 51,92 Km/h: è d’uopo osservare che anche tale velocità, in ora di notte in prossimità di una doppia curva segnalata, appare eccessiva; infatti, l’impatto con il motoveicolo (…) si è rivelato fortissimo, tanto che questo è stato sbalzato indietro di tre metri, anche perché l’autovettura non ha lasciato tracce di frenata, ha continuato in direzione diritta invece di seguire la curva destrorsa ed ha impattato violentemente il lato sx del motociclo, seguendo la sua rovinosa traiettoria e andando a ribaltarsi fuori strada, alla destra della mezzeria percorsa dal povero Ro., il cui corpo era sbalzato e proiettato su una banchina di terra a zolle, ove era riscontrata una macchia di sangue (cfr. planimetria P.S. Taranto). Quanto all’appurata circostanza che il Ro. avesse fatto uso di hascisc, essa non incide sulla ripartizione delle responsabilità, giacché è appurato che il predetto teneva strettamente la destra nella propria corsia di marcia e viaggiava alla modesta velocità di 20,94 km/h.

Infine gli appelli, tanto principale che incidentale, censurano l’omessa considerazione dell’assenza di casco come concausa dell’evento – morte. A ben vedere, il primo giudice ha motivato adeguatamente sulla neutralità istruttoria di tale circostanza, affermando che la violenza con cui il corpo venne sbalzato sulla banchina latistante la mezzeria di pertinenza del Ro. era tale da non potersi escludere che, anche se munito di casco, il predetto sarebbe comunque deceduto. In ogni

caso, la giurisprudenza della S.C. condivisibilmente ritiene che, in tema di risarcimento del danno, l’art. 1227 c.c., nel disciplinare il concorso di colpa del creditore nella responsabilità contrattuale, applicabile per l’espresso richiamo di cui all’art. 2056 c.c. anche alla responsabilità extracontrattuale, distingue l’ipotesi in cui il fatto colposo del creditore o del danneggiato abbia concorso al verificarsi del danno (comma primo), da quella in cui il comportamento dei medesimi ne abbia prodotto soltanto un aggravamento senza contribuire alla sua produzione (secondo comma). Solo la situazione contemplata nel secondo comma costituisce oggetto di una eccezione in senso stretto; nel primo caso, invece, il giudice di merito deve d’ufficio verificare, sulla base delle prove acquisite, se il danneggiato abbia o no concorso a determinare il danno. Al riguardo – una volta che il danneggiato abbia offerto la prova del danno e della sua derivazione causale dall’illecito – costituisce onere probatorio del danneggiante dimostrare che il danno sia stato prodotto, pur se in parte, anche dal comportamento del danneggiato (art. 1227 cod. civ., primo comma) ovvero che il danno sia stato ulteriormente aggravato da quest’ultimo (art. 1227 c.c., secondo comma) (cfr., ex multis e da ultimo, Cassazione civile sez. III, 03/04/2014 n. 7777; sez. III, 13/03/2014, n. 5795). Si può, pertanto, concludere che nessuna adeguata prova abbiano gli appellanti fornito sulla circostanza che il danno sia stato aggravato dal mancato uso del casco. Da ultimo, la difesa dell’Al. censura la ritenuta sussistenza di un contributo mensile versato dal Ro. ai propri genitori. Anche tale doglianza è infondata, essendo risultato da un’attestazione dell’anagrafe che il predetto, ventiseienne impiegato presso l’IL., dichiarava come familiari a carico, nei modelli 730 i genitori e con essi viveva in via (…), abitazione da lui acquistata, sulla quale aveva acceso un mutuo ipotecario da nessuno onorato dopo il suo decesso, tanto che l’appartamento é stato pignorato nei confronti dei suoi eredi, ovvero Ro.Pi., Le.El. e Ro.Ma., con atto notificato il 21.9.2009. Deve, alla stregua di quanto esposto, confermarsi integralmente la sentenza impugnata. Le spese di questo grado seguono la soccombenza e vengono liquidate, secondo i nuovi parametri ministeriali 2014, disciplinati dal DM 55/2014, nella misura di cui in dispositivo, in ragione del valore della controversia e dell’attività svolta. Si deve precisare che non risulta dagli atti di parte, per vero non fascicolati ordinatamente, l’ammissione al gratuito patrocinio di Le.El., appellata vittoriosa. Quanto all’ammissione al gratuito patrocinio di Se.Lu., provata, si richiama la S.C. secondo cui “l’ammissione al gratuito patrocinio nel processo civile, la cui istituzione è prevista dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 74, comma 2, non comporta che siano a carico dello Stato le spese che l’assistito dal beneficio sia condannato a pagare all’altra parte risultata vittoriosa, perché “gli onorari e le spese” di cui all’art. 131 D.P.R. cit. sono solo quelli dovuti al difensore della parte ammessa al beneficio, che lo Stato, sostituendosi alla stessa parte – in considerazione delle sue precarie condizioni economiche e della non manifesta infondatezza delle relative pretese – si impegna ad anticipare” (Cass. Sez. 6 – 3, ordinanza n. 10053 del 2012; conf. Cass. Sez. 3, Sentenza n. 22381 del 10/12/2012).

P.Q.M.

La Corte d’Appello di Lecce – sezione distaccata di Taranto – definitivamente pronunciando, disattesa ogni contraria istanza, eccezione e conclusione, così provvede:

1. rigetta l’appello principale e quello incidentale e, per l’effetto, conferma l’impugnata sentenza;

2. condanna Se.Lu. e l’Al. S.p.A. quale impresa designata per il F.G.V.S. alla rifusione, in solido, delle spese di questo grado in favore degli appellati, liquidate in complessivi Euro 9.492,00, oltre spese forfetarie al 15% e accessori come per legge.

Così deciso in Taranto il 27 ottobre 2014. Depositata in Cancelleria il 19 gennaio 2015.


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