Congedo parentale 2015, come cambia col nuovo decreto Jobs Act

12 giugno 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 giugno 2015



Via libera al nuovo decreto attuativo del Jobs Act sulla conciliazione vita-lavoro: maggior tempo libero e flessibilità per i dipendenti.

 

L’Italia, com’è noto, è una delle nazioni, a livello europeo, più indietro, per quanto concerne i servizi ai lavoratori con famiglia: sono, ancora oggi, poche le società virtuose che offrono un soddisfacente welfare aziendale, come asili nido per i dipendenti.

Fortunatamente, però, le esigenze di conciliazione tra impiego e vita privata sono emerse ed entrate a far parte del comune sentire in maniera così notevole, che il legislatore non ha potuto fare a meno di riscrivere ed adeguare l’ambito dei congedi per esigenze familiari. Difatti, Il Jobs Act [1], tra i suoi obiettivi primari, contiene proprio la crescita delle politiche attive e della flessibilità: congedo parentale, congedo per malattia del figlio, voucher per asili nido e baby sitter, part time al 50% per i genitori, sono dunque le risposte alle richieste di chi, ingiustamente, avrebbe altrimenti dovuto abbandonare la propria occupazione, per dedicarsi esclusivamente alla cura della famiglia.

Inoltre, questi nuovi istituti sono rivolti a tutti i lavoratori, non solo alle donne, per consentir loro un maggiore coinvolgimento nella vita domestica ed un’equa divisione dei compiti, verso l’abolizione della disparità di genere.

La prima grande novità emersa dal decreto attuativo sulla conciliazione vita-lavoro è l’ampliamento e la flessibilità del congedo parentale.

Tale istituto, noto anche come “maternità facoltativa”, ma utilizzabile da entrambi i genitori, dà la possibilità di assentarsi dal lavoro nei primi anni di vita del figlio.

In particolare, le vecchie regole offrivano la possibilità di fruire delle assenze entro gli 8 anni d’età del minore, mentre la nuova normativa ne estende la durata sino ai 12 anni.

Bisogna, poi, distinguere tra congedo parentale retribuito e non retribuito:

-per quanto concerne, difatti, le assenze indennizzate, esse potevano essere effettuate , con la precedente normativa, sino ai 3 anni d’età del bambino; ora, invece, secondo il decreto attuativo appena approvato, i termini del congedo retribuito sono stati raddoppiati, poiché potrà essere fruito sino al compimento di 6 anni del minore;

– per quanto riguarda il congedo non indennizzato, come già accennato, potrà essere goduto sino al dodicesimo anno d’età del figlio, in luogo della vecchia previsione, che lo contemplava soltanto fino all’ottavo anno.

Non cambia, invece, il totale delle assenze fruibili: difatti, le astensioni di entrambi, sommate, non possono superare i 10 mesi (ad esempio, se la madre ha fatto 6 mesi di assenza a titolo di congedo parentale, il padre potrà mancare dal lavoro, allo stesso titolo, per un massimo di 4 mesi).

Di queste 10 mensilità complessive, soltanto 6 possono essere indennizzate, sia con la vecchia che con la nuova legge, con un ammontare pari al 30% della retribuzione: ciò vuol dire che se un genitore è già stato retribuito per 4 mesi, all’altro ne resteranno soltanto 2; le 4 mensilità di congedo parentale delle quali il secondo genitore potrebbe ancora godere risulteranno, conseguentemente, non coperte da indennità.

Per quanto riguarda i nuovi strumenti di flessibilità, il decreto ha introdotto la frazionabilità del congedo in permessi orari: per ottenere tali permessi, il preavviso minimo sarà di sole 48 ore (in luogo dei 5 giorni previsti per le astensioni giornaliere); non sarà, dunque, più obbligatorio che le assenze consistano in intere giornate, settimane o mesi. Vero è che tale disposizione era già stata introdotta dal Governo Monti, ma in realtà non aveva mai trovato attuazione, in quanto le modalità operative erano state demandate ai contratti collettivi, mai pronunciatisi, nel concreto, sull’argomento.

Inoltre, una recentissima disposizione, ora al vaglio del Parlamento, prevede addirittura la trasformazione del congedo parentale in un part time al 50%.

In conseguenza delle modifiche alla normativa sui congedi, cambia anche la disciplina dei permessi per malattia del figlio, che potranno essere fruiti sino ai 12 anni del minore, in luogo degli 8 previsti sino ad oggi; la retribuibilità delle assenze per patologie del bambino non è stata, invece modificata. Pertanto, i lavoratori privati non godranno di alcuna indennità, ma solo dell’intero versamento dei contributi figurativi, mentre i pubblici, sino al compimento dei 3 anni d’età, fruiranno di un massimo di 30 giornate indennizzate l’anno.

Per entrambe le categorie, non vi sono limiti a tali ipotesi di assenza, sino al terzo anno del bambino: per i periodi a venire, invece, il limite è di 5 assenze, non coperte da retribuzione, per ogni anno solare.

Tali congedi, in parallelo a quanto avviene per la malattia del lavoratore, danno diritto alla sospensione di ogni altra ipotesi di assenza, comprese ferie e permessi [2].

note

[1] L. 183/2014.

[2] Art.48, Co.2, Dlgs.151/2001.

Autore immagine: 123rf com

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