Diritto e Fisco | Editoriale

Avvocato e decoro della professione: roba da tempi bui

14 giugno 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 giugno 2015



Decoro della professione di avvocato, codice deontologico, sentenze del CNF e della Cassazione: cosa ne pensa un lavoratore qualsiasi?

Ricordo ancora la prima volta che entrò la mia insegnante di storia e geografia delle scuole medie. Una delle prime cose che fece fu domandare, a ognuno di noi, quale fosse il lavoro dei rispettivi genitori. Al ché, quando fu il turno di Romolo, questi sussurrò una parola che nessuno comprese. La professoressa gli chiese di ripetere ad alta voce, ma il suono che ne uscì fu altrettanto flebile. E così anche la terza volta. Il fiato gli si era smorzato in gola. Al quarto tentativo, i più svegli compresero che il vocabolo era “spazzino”.

L’insegnante andò su tutte le furie: “Romolooo!” tuonò wagnerianamente. “Ricordati che il lavoro nobilita l’uomo. Qualsiasi esso sia!”.

Fu la mia prima lezione sull’articolo 3 della Costituzione: il principio di uguaglianza sostanziale.

Chi non è avvocato potrebbe ignorare l’esistenza di una norma, all’interno del nuovo codice deontologico forense, tanto bella quanto inutile. Inutile perché è così generica da significare tutto e niente. Un po’ a discrezione che di chi si trova, in quel momento, a interpretarla. La norma recita in questo modo [1]:

L’avvocato deve esercitare l’attività professionale con indipendenza, lealtà, correttezza, probità, dignità, decoro, diligenza e competenza…”.

Che c’è di nuovo?” si potrebbe obiettare. Ogni attività o professione deve rispettare questi principi, sia per il diritto, sia per la stessa società, cui il lavoro inevitabilmente si indirizza, avendo il compito anche di migliorare il mondo attorno a noi.

Dunque, se tutti i lavori sono uguali sotto il profilo morale (articolo 3 della Costituzione) lo è anche il decoro che tale lavoro reca con sé. Il che significa che tutti i lavori hanno lo stesso decoro.

Pertanto, se non è indecoroso fare lo spazzino, altrettanto non lo è fare l’avvocato. Viceversa, ciò che è indecoroso per l’avvocato dovrebbe esserlo anche per lo spazzino e per tutte le altre professioni.

Insomma, un sillogismo che, fino a qualche anno fa, davo per scontato.

Senonché mi sono imbattuto nelle sentenze con cui la giurisprudenza ha interpretato il concetto di decoro della professione dell’avvocato, sconfessando tanto quello che mi aveva insegnato la professoressa di storia, quanto lo stesso articolo 3 della Costituzione. In buona sostanza, il decoro dell’avvocato viene considerato – dal CNF e dalla Cassazione – diverso dal decoro di tutti gli altri lavoratori. La professione forense sarebbe, cioè, un lavoro più decoroso, perché all’avvocato non sono concesse alcune attività (considerate “disdicevoli”) che, invece, agli altri sono concesse e, anzi, appaiono perfettamente lecite e normali.  A volte vengono addirittura incentivate con sgravi fiscali. Ciò che a nessuno scandalizza se lo fa il muratore, il tabacchino o il commerciante, diventa invece motivo d’onta se lo fa un legale.

Quali sono queste sentenze? Eccole. E per ognuna di esse c’è un giudice o un’autorità che ha avuto il coraggio di mettere le motivazioni “nero su bianco”.

È indecoroso inviare una serie di email a colleghi, offrendo la propria disponibilità per domiciliazioni o per l’assistenza in cause fuori piazza [2].

Il punto è che se è indecoroso per l’avvocato dovrebbe esserlo anche per tutti i lavori, posto il principio di uguaglianza sostanziale e “morale”.

Non azzardiamoci neanche a pensarlo se, poi, i destinatari delle email sono potenziali clienti [3]. In questo caso non c’è scampo alla ghigliottina: tentare di accaparrarsi la clientela – quello che, con la pubblicità sul web (le DEM) è normale per qualsiasi attività commerciale – è spregevole per un avvocato.

Ed ancora. Si torna ai secoli bui quando si ricorda quella sentenza [4] secondo cui mettere in piedi uno “studio su strada”, ossia al piano terra, sulla via pubblica, come un negozio qualsiasi, lede la dignità di un avvocato. Il termine “negozio”, infatti – scrive la Suprema Corte – non si addice all’individuazione di uno studio legale e non corrisponde al decoro della professione. Insomma, o l’avvocato sta ai piani alti (possibilmente dopo il primo) oppure è meglio che scelga qualche altro lavoro, meno decoroso del suo.

Per anni, prima del decreto Bersani, il CNF ha fatto credere agli avvocati – fino a farglielo entrare nel DNA – che proporre parcelle troppo basse, e certamente sotto i limiti di legge, fosse indecoroso. Come dire che solo chi poteva pagare una fattura elevata è una persona dignitosa, mentre chi non può farlo è indegna di avvicinarsi all’avvocato, mettendo quest’ultimo nella condizione “spregevole” di dover presentare un prezzo basso. Il classismo di questa norma ha dell’incredibile. Senza parlare, poi, dell’effetto sul gioco della concorrenza che, certo, non è una prerogativa del nostro popolo.

È simpatico verificare come quando si parla di antifascismo siamo tutti in prima fila, salvo poi conservarne la struttura mentale allorché ci fa comodo, come con le norme corporative relative alle professioni che vorremmo lasciare intatte per secoli.

Ma andiamo avanti.

Sulla stessa logica il divieto assoluto di farsi pubblicità: per gli avvocati è indecoroso, per qualsiasi altro lavoro invece non lo è ed, anzi, è possibile anche scomputare le relative spese dalle tasse.

La mia preferita, però, è una decisione del 2010 [5]: dire “la prima consulenza è gratuita” lede la dignità della professione (solo quella dell’avvocato, si intende; non le altre). Salvo poi verificare che non esiste avvocato che non abbia fornito la prima consulenza senza chiedere un euro (o una lira ai tempi che furono) nella speranza di ottenere, dal cliente, l’incarico per la  successiva causa. Insomma, un po’ di ipocrisia nell’interpretazione delle norme non fa mai male neanche agli avvocati.

Ha dell’eccezionale – e rende benissimo l’idea di come, della norma in commento, si faccia quello che si vuole – la sentenza [6] che ha condannato un avvocato per aver rilasciato un’intervista su un giornale. Nel pezzo il povero professionista, parlando di un argomento assai tecnico di diritto commerciale, si era permesso di affermare di avere uno studio attrezzato per quel genere di cause. La stessa linea è stata poi portata agli estremi da una decisione del CNF dell’anno scorso [7], secondo cui scrivere un articolo di giurisprudenza su internet e accompagnarlo, oltre che con la foto, con l’indirizzo email e il numero di telefono dello studio dell’autore è accaparramento della clientela. Ed è quindi illegittimo perché indecoroso. Indecoroso informare la gente dei propri diritti, indecoroso far sapere che si sa qualcosa, indecoroso “comunicare” col web. Indecoroso proprio come in quel libro di Umberto Eco dove, per privare di conoscenza il popolo, si era deciso di cospargere di veleno la punta delle pagine.

Mi piacerebbe dire al CNF che questo nostro Paese avrebbe più bisogno di sanzionare chi guadagna senza lavorare piuttosto che chi lo fa con un minimo di intraprendenza. Aristotele sarebbe stato messo a dura prova. Tutta la sua logica sui sillogismi, in Italia, viene puntualmente sovvertita. E difatti:

– tutti i lavori sono decorosi;

– fare l’avvocato è un lavoro (come tutti gli altri);

– l’avvocato ha un decoro superiore agli altri lavori.

C’è qualcosa che non torna…

Il bello di tutto questo strano meccanismo è che a decidere su tali questioni non sono i giudici, terzi e imparziali, ma avvocati contro altri avvocati (per le più svariate ragioni). Infatti, secondo la Cassazione [8], nei procedimenti disciplinari a carico dei legali per fatti non conformi alla dignità e al decoro professionale, la valutazione della condotta è rimessa solo all’Ordine professionale. La Cassazione, insomma, non può sostitursi alle  valutazioni  fatte dal C.N.F. nell’individuazione degli illeciti (se non nei limiti di una valutazione di ragionevolezza). Come dire: “i panni sporchi lavateli a casa vostra; noi giudici non vogliamo saperne nulla delle vostre questioni interne”.

Chissà, poi, se questo articolo verrà ritenuto indecoroso e mi beccherò qualche segnalazione. Intanto io mi voto al precetto della mia insegnante di storia: “Il lavoro nobilita l’uomo. Tutti i lavori sono uguali e hanno uguale dignità! Nessuno escluso”.

note

[1] Art. 9 cod. deontologico forense.

[2] Cass. sent. n. 27996 del 16.12.2013.

[3] CNF, parere n. 48/2012.

[4] Cass. sent. n. 14368/2012.

[5] Cass. sent. n. 23287/2010.

[6] Cass. sent. n. 10304/13 del 3.05.2013 che conferma la decisione adottata dal Consiglio Nazionale Forense.

[7] C.N.F. sent. n. 83/2014.

[8] Cass. sent. n. 18695/2011.

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11 Commenti

  1. Certo, tutti i lavori hanno pari dignità. Credo che nessuno possa contestarlo. Ma il modo in cui si esercitano può essere, per tutti, decoroso o indecoroso. Se fosse un cittadino non avvocati a scrivere cose di questo genere, tenterei di spiegargli che l’avvocato, a differenza di altri lavoratori, tutela diritti di rango costituzionale ed assume funzioni pubblicistiche che devono tutelare l’affidamento della comunità. Ma nel tuo caso, considerato che lavori come avvocato (io, invece, SONO avvocato), ritengo di trovarmi soltanto davanti ad una capziosa lettura strumentale delle norme deontologiche.
    Anche la citazione di Eco non è quella giusta: era molto più azzecata una decisamente più recente.

  2. Il classismo italiano. C’è dal medioevo e non riusciamo a togliercelo di dosso. Menomale che qualcuno ancora se ne accorge. Mi sembra strano che questo qualcuno sia davvero un avvocato. Vuol dire che c’è ancora speranza per questo Paese

  3. Caro @Aldo Luchi: anche il medico tutela diritti di rango costituzionale (LA SALUTE) ma nessuno dice che una clinica o un laboratorio analisi non possa stare “su strada”. Anzi sono tutti così. Anche l’ospedale si apre “su strada”. Non è indecorosa una clinica su strada.
    Anche la professoressa svolge un lavoro tutelando l’istruzione che, a quanto ricordo da lezione civica, è tutelata dalla Costituzione. Ma nessuno dice che non possa fare delle lezioni private gratuitamente oppure che non possa fare la prima lezione gratis e le altre a pagamento.
    L’ingegnere tutela il diritto di tutti ad avere una casa stabile ma nessuno gli ha mai dato addosso se contatta colleghi dando la sua disponibilità per fare progetti insieme.
    E per quanto mi riguarda anche il panettiere svolge un lavoro che ha a che fare con la costituzione: quella di fornire il pane a tutti. E il prezzi imposti del pane sono un retaggio caduto molto tempo prima del decreto Bersani.
    GRANDE AVVOCATO GRECO. RISPETTO.

  4. Caro collega, la spiegazione dietro il tuo interrogativo (retorico) è che il fondamento di queste norme è una concezione anticoncorrenziale della professione.

  5. Caro Angelo,
    la tua sintesi è perfetta.
    In realtà nessuno può fermare il cambiamento e la tecnologia.
    Non li puoi fermare con le leggi e neppure con le sentenze.
    Il tempo non torna mai indietro e i giovani avvocati in futuro correranno più velocemente di quanto abbiamo fatto noi in passato.

  6. la cosa che più mi colpisce dell’articolo di Angelo (ben scritto e che in larga parte condivido) si trova, paradossalmente, nel commento dell’Avv. Aldo Luchi. Capisco che lui, come scrive nel suo commento, non lavori come avvocato ma SIA avvocato. Quindi suppongo sia avvocato anche quando gioca a calcetto con gli amici, cambia il pannolino ai figli, passa una serata con la moglie … concezione della vita molto distante dalla mia che, passando quotidianamente dodici ore a lavoro, preferisco, una volta uscito dallo studio, essere semplicemente Marco. Tuttavia, nonostante la differenza di vedute, rispetto il modo di vedere la professione dell’avv. Luchi, e credo che tale rispetto delle opinioni altrui detto avvocato farebbe bene a riservare al suo prossimo. Tuttavia, quel che più mi colpisce, è che qualcuno che sottolinea di ESSERE avvocato e non di lavorare come avvocato e accusi un collega di una “capziosa lettura strumentale delle norme deontologiche” mostri di ignorare completamente la norma dell’art. 22 del codice deontologico forense, disciplinante il rapporto di colleganza. Mi pare che l’enunciato per il quale “L’avvocato deve mantenere sempre nei confronti dei colleghi un comportamento ispirato a correttezza e lealtà” mal si concilia col definire un Collega come un imbecille facente parte di quella legione cui i social hanno dato parola… ma forse questa mia interpretazione dell’art. 22 è frutto di una lettura capziosa e strumentale o forse, vorrei tanto poterlo sperare, mi sono perso qualche nuova frase di Umberto Eco…

  7. @Aldo, in realtà Umberto Eco non ha specificato se si riferiva a chi scrive gli articoli o a chi li commenta….

  8. Un pezzo magistrale dell’amico Angelo Greco che mi conforta vieppiù una tesi più volte da me espressa: eliminare l’ordine degli avvocati(così come tutti gli altri ordini). Gli ordini sono espressione di medievalismo e corporativismo e tutte le pronunce espresse in questo articolo danno il senso di una morale grottesca, degna di essere rappresentata nelle mie opere drammaturgiche. La più bella è quella del divieto dell’ufficio al piano terra! C’è gerarchia persino nei piani di un edificio e in questa linea, essendo impregiudicato che vanno rigorosamente eliminati i sottoscala, mi chiedo se vada bene per gli avvocati un piano rialzato… E di quanti metri??? Fa anche impressione il divieto di praticare prezzi bassi il che dovrebbe essere un dovere per l’avvocato umanista e onesto per gl’indigenti, sancito dall’ art. 3, 2° co. Cost., prima ancora che dalla propria coscienza. In tutte le pronunce sembra che più che il divieto in sé si voglia dare il senso imperioso del chi comanda. In una società aperta qual è quella realmente democratica tutti i lavori devono avere pari dignità e uguali diritti. In una società a misura d’uomo deve valere il “vietato vietare” il che è clamorosamnete disatteso in queste pronunce. Ah per la cronaca essendo pienamente aperto alla pubblicità in tutte le sue forme, anche per gli avvocati, il principio della dissoluzione degli ordini l’ho espresso nel libro “TEMI DESNUDA” (VADEMECUM PER CREARE UNA GIUSTIZIA GIUSTA), scritto a più mani da me, Ferdinando Imposimato e Paolo Franceschetti, con interventi in pre e postfazione di Saverio Fortunato e Antonietta Montano. La Casa Editrice è la Herald di Roma, collana “Settimo Potere”. Priva di finanzimenti fa opera di cultura sociale pubblicando anche lavori di detenuti. Dilemma. Se non fossi in pensione come giudice rischierei azione disciplinare anch’io dal CSM pubblicando anche con detenuti? E potrei liberarmi solo in caso di sicura via di redenzione da loro intrapresa? Date a Cesare quel che è si Cesare, e a giudici e ad avvocati ab ovo pieni di dignità quel che è dell’Uomo! (Gennaro Francione)

  9. Vedo che la buona vecchia abitudine di non leggere attentamente continua a mietere vittime. Tanto per chiarire, io non ho scritto che è giusto che un avvocato non possa avere uno studio su strada o chiamarlo negozio. Ho scritto che confondere il concetto di decoro del lavoro in sé ed il concetto di decoro del lavoratore nello svolgimento della sua attività è ingannevole. Intendevo dire, rivolgendomi all’autore dell’articolo, che definire inutile la previsione dell’art. 9 della legge n° 247/2012, facendo pensare che tratti soltanto di dove uno apre lo studio è errato, ingeneroso e fuorviante. E questo, qualunque avvocato la sa benissimo.
    Per “Luca”, fermo restando che, come ho già scritto, tutti (ma proprio tutti) i lavori hanno pari dignità e decoro, converrai con me che la tutela dei diritti e della libertà delle persone, al pari della salute, sono diversi da altri lavori.
    Per “Massimiliano Monterossi”, è medioevale pensare che l’avvocato, nell’esercizio delle sue funzioni non debba suggerire ai testimoni cosa dire o produrre documenti che sa essere falsi o evitare di farsi corrompere dalla controparte del suo cliente (magari una banca o una compagnia di assicurazioni) o debba saper svolgere correttamente l’incarico che assume?
    Beh, il richiamo dell’art. 9 ai concetti di indipendenza, lealtà, correttezza, probità, dignità, decoro, diligenza e competenza, sta a significare proprio questo! Sono curioso di sapere se lo riterresti il superamento di un classismo del Medioevo, o invece un infedele patrocinio, laddove il tuo avvocato facesse una di queste cose in tuo danno.
    Per “Marco Aiello” e “Umberto Eco”, la massima di Umberto Eco (quello vero, non quello che si nasconde dietro il più banale dei nickname) alla quale mi riferivo è la seguente, famosissima: “Per non apparire sciocco dopo, rinuncio ad apparire astuto ora. Lasciami pensare sino a domani, almeno.”, ma è evidente che dare per scontato che io mi riferissi a quella degli imbecilli (peraltro, totalmente stravolta dalla stampa) era molto più stuzzicante, oltre che un ottima rampa di lancio per le vostre paternali.
    O forse era l’unica che conoscevate.
    Ciò detto, non comprendo cosa vi sarebbe di scorretto o sleale, come suggerisce Marco Aiello, nel definire capzioso (che significa ingannevole o insidioso) o strumentale (che significa funzionale) un argomento di un contraddittore.
    Infine, Marco Aiello, detto fra noi: l’art. 22 del codice Deontologico in vigore da quasi un anno (16.10.2014) è rubricato “Sanzioni”. Il dovere di lealtà e correttezza era previsto dall’art. 22 del vecchio codice deontologico. Magari, prima di salire in cattedra è meglio documentarsi, anche perché talvolta a noi avvocati non farebbe male rileggerlo. Quello in vigore, possibilmente.

  10. Caro Avvocato, ho letto con interesse il suo articolo e mi sono chiesta cosa succederebbe se un avvocato aprisse il suo studio a livello della strada, se esponesse fuori o in vetrina le tariffe sui procedimenti più comuni (esempio separazioni e divorzi, liti condominiali, eccetera, ..), se offrisse i suoi servizi anche sul web e la sua collaborazioni ad avvocati di altri fori?
    Le giro la domanda: cosa succederebbe? verrebbe denunciato e trascinato in giudizio dagli altri colleghi o semplicemente continuerebbe ad esercitare con dignità e decoro, ma a modo suo, la professione?
    La ringrazio per avermi letta.
    Cordialità,
    anna maria c. bresci

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