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Quando il disoccupato non versa il mantenimento all’ex moglie

14 giugno 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 giugno 2015



Violazione degli obblighi di assistenza familiare: per il mancato mantenimento alla moglie o ai figli si salva solo chi dimostra che sta cercando lavoro.

Non basta dichiarare di essere disoccupati per evitare il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, ossia in caso di mancato versamento del mantenimento alla ex moglie o ai figli. Per andare esenti da responsabilità penale bisogna almeno dimostrare di essere alla ricerca di un lavoro “idone”, ossia tale che possa garantire il sostentamento a sé e alla famiglia.

È quanto affermato dalla Corte di Appello di Napoli in una recente sentenza [1].

Dunque, scatta la condanna penale nei confronti del soggetto che si limiti semplicemente a dedurre di avere una situazione lavorativa precaria, senza fornire dimostrazione sulla concreta impossibilità di versare l’assegno. Sempre meglio, quindi, munirsi delle prove di ciò che si sostiene e, soprattutto, della propria buona volontà a rimediare alla situazione di disoccupazione.

In definitiva, spetta all’interessato l’onere di dimostrare l’oggettiva impossibilità di versare il mantenimento; la sua responsabilità non può essere esclusa in base alla generica indicazione dello stato di disoccupazione [2].

Del resto, secondo la Cassazione, è necessario che l’impossibilità alla somministrazione dei mezzi di sussistenza alla ex e ai figli sia incolpevole giacché l’obbligato è tenuto pur sempre ad adoperarsi per adempiere la sua prestazione procurandosi una idonea occupazione [3] e, pertanto, il mero stato di disoccupazione, che non coincide necessariamente con l’incapacità economica, non fa evitare la responsabilità penale quando sia dipeso da comportamento negligente del soggetto [4].

Attenzione: per evitare problemi a monte, in caso di disoccupazione è sempre meglio ricorrere in tribunale e chiedere la revisione delle condizioni di separazione/divorzio. Questo perché l’autoriduzione dell’assegno o l’autosospensione non sono possibili nel nostro ordinamento; al contrario deve esserci sempre l’autorizzazione del giudice.

È di qualche giorno fa la sentenza della Cassazione [5] secondo cui la denuncia dei redditi con la quale il padre dichiara pochissime migliaia di euro l’anno non lo salva dalla condanna per aver di sua iniziativa tagliato l’assegno in favore della figli, né serve che abbia sostituto il denaro con oggetti a suo avviso utili (computer portatili, vestiti e uno strumento musicale). È solo il giudice che può ridurgli l’onere.

note

[1] C. App. Napoli, sent. n. 337/2015.

[2] Cass. sent. n. 5751/201.

[3] Cass. sez. 6, 15.3.1990

[4] Cass. sent. n. 1715/1999.

[5] Cass. sent. n. 24730/2015.

Autore immagine: 123rf com

Corte d’appello di Napoli – Sezione III penale – Sentenza 19 gennaio 2015 n. 337
REPUBBLICA ITALIANA
In Nome del Popolo Italiano

Il giorno 19 del mese di gennaio dell’anno 2015

La Corte d’Appello di Napoli, sez. Terza, composta dai Magistrati:

dott.ssa Rossella Catena Presidente
dott. Massimo Perrotti Consigliere
dott.ssa Daria Vecchione Consigliere relatore
Con l’intervento del Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore Generale dott. Domenico Parisi e con l’assistenza del cancelliere sig. Antonio Barra, ha emesso la seguente
SENTENZA
Nel processo penale a carico di:
(…), nato (…) libero, non comparso
APPELLANTE
avverso la sentenza emessa in data 23.10.2008 dal GM del Tribunale di Napoli, con l’imputazione che segue.
IMPUTATO
Art. 570 commi II n. 2, perché serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale della famiglia e comunque non facendosi carico delle proprie responsabilità familiari ed in particolare non preoccupandosi di un equilibrato sviluppo psico fisico e non corrispondendo a favore del figlio minore e della moglie non legalmente separato per sua colpa, una somma di denaro adeguata al loro mantenimento e al soddisfacimento dei loro primari bisogni, faceva mancare loro i mezzi di sussistenza.
MOTIVI DELLA DECISIONE
All’udienza del 23.10.2008 il Tribunale di Napoli, in composizione monocratica, ha emesso la sentenza n. 9563 con la quale ha ritenuto l’imputato (…) responsabile del reato di cui in rubrica e concesse le attenuanti generiche, lo ha condannato alla pena finale di mesi 4 di reclusione ed Euro 300 di multa, oltre al pagamento in solido delle spese processuali. Pena sospesa. Risarcimento dei danni patiti dalla parte civile da liquidarsi in separata sede, nonché alla refusione delle spese di costituzione e rappresentanza liquidate in Euro 700, oltre accessori come per legge.
Contro tale sentenza ha proposto appello il difensore dell’imputato, per motivi attinenti sia al riconoscimento della penale responsabilità sia alla quantificazione della pena.
All’esito dell’udienza odierna il P.G. chiedeva non doversi procedere per intervenuta prescrizione con conferma delle statuizioni civili; il difensore di parte civile depositava conclusioni scritte e nota spese, la Difesa dell’imputato si riportava ai motivi di appello; in subordine si associava alla richiesta del P.G.
La Corte, in via preliminare, rileva che il reato contestato è estinto per prescrizione.
Ed invero, a partire dalla sentenza di primo grado (che pacificamente interrompe la permanenza: cfr. Cass. Sezioni Unite, n. 11021/98, Montanari), emessa in data 23.10.2008, il termine ordinario di prescrizione di anni sei è integralmente decorso al 23.10.2014, senza l’intervento di alcun nuovo atto interruttivo (sul principio, invero pacifico, che, perché possa ritenersi non verificata la prescrizione del reato, è necessario non solo che non sia superato il termine massimo previsto dall’ultima parte del comma 3 dell’art. 160 c.p., ma anche che tra un atto interruttivo ed un altro non sia superato il termine ordinario previsto dal comma 1 dell’art. 157 per i vari tipi di reato, con la conseguenza che il termine prescrizionale deve ritenersi spirato qualora, dopo il compimento di un atto interruttivo, non risulti compiuto nel procedimento alcun altro atto interruttivo entro i termini temporali fissati dall’art. 157 c.p., cfr. Cass. sez. 5, 3.12.1999 n. 1018, Ma. Bologna; Cass. sez. 6, 23.3.1998, n. 4704, Me.).
Ed infatti il decreto di citazione è stato notificato successivamente all’intervento della causa estintiva del reato, ovvero all’imputato il 23.12.2014 e al difensore il 24.11.2014.
Va, infine, precisato che non vi sono gli estremi per una assoluzione nel merito in quanto, alla luce delle considerazioni contenute nella sentenza di primo grado, che questa Corte interamente condivide, non emerge quella evidenza della prova richiesta, in presenza di una causa estintiva del reato, dal comma 2 dell’art. 129 c.p.p.
Ed invero, quanto al motivo di appello con cui si chiede l’assoluzione perché il fatto non sussiste, la Difesa ha sostenuto l’impossibilità per il proprio assistito di versare l’assegno di mantenimento in favore dell’ex coniuge e del figlio minore stante la precaria situazione lavorativa del (…)., senza allegare alcuna documentazione a sostegno.
La Corte ritiene che in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, incombe all’interessato l’onere di allegare gli elementi dai quali possa desumersi l’impossibilità di adempiere alla relativa obbligazione, di talché la sua responsabilità non può essere esclusa in base alla generica indicazione dello stato di disoccupazione (rectius: precaria situazione lavorativa) (cfr. Sez. 6, Sentenza n. 5751 del 14/12/2010)
Del resto come è noto come la Suprema Corte ha più volte puntualizzato che la generica indicazione della condizione di disoccupazione non esime da responsabilità in ordine al reato di omessa prestazione dei mezzi di sussistenza di cui all’art. 570 comma 2 c.p. (Cass. sez. 6, 4.3.1988, Mo.): è, invece, necessario che l’impossibilità alla somministrazione dei mezzi di sussistenza sia incolpevole giacché l’obbligato è tenuto pur sempre ad adoperarsi per adempiere la sua prestazione procurandosi una idonea occupazione (Cass. sez. 6, 15.3.1990, Ra.) e, pertanto, il mero stato di disoccupazione, che non coincide necessariamente con l’incapacità economica, non discrimina quando sia dipeso da comportamento negligente del
soggetto (Cass. sez. 6, n. 1715/99, su Guida al diritto n. 13/99, pag. 102). Conseguentemente incombe pur sempre sull’imputato l’onere di allegazione di idonei e convincenti elementi indicativi della concreta impossibilità di adempiere al di là della mera indicazione dello stato di disoccupazione (Cass. sez. 6, 25.10.1990, Pa.).
Quanto alla asserita inutilizzabilità ed ammissibilità delle prove testimoniali richieste dalla costituita p.c. (esame testimoniale della mamma e della sorella della persona offesa), per mancato rispetto dei termine prescritti, va osservato che qualora un teste non indicato nella lista depositata dal P.M. venga ammesso dal giudice su istanza ex art. 493, comma 3 c.p.p. del difensore della parte civile costituita all’udienza dibattimentale, è da escludere che vi sia acquisizione di prova in violazione di uno specifico divieto di legge e che quindi la deposizione del teste sia inutilizzabile. Ed infatti la costituzione di parte civile al dibattimento in tempo non più utile per la presentazione delle liste ex art. 468 comma 1 c.p.p., non può privare la parte civile medesima di chiedere prove (Cass. Sez. 4Aì, n. 5010 del 2/5/1994, rv. 198623). Del resto anche dopo la chiusura della fase degli atti introduttivi del dibattimento, il giudice può ammettere prove ritenute essenziali, avvalendosi dei poteri ex art. 507 c.p.p. (Cass. Sez. 2, 9483 del 20/10/1993, r.v. 195309; Cass. Sez. 1, 7477 del 1/7/1994, r.v. 198367). Comunque l’eventuale erronea ammissione della prova non tempestivamente indicata non comporta una nullità (peraltro non prevista), sussistendo il potere di ufficio del giudice del dibattimentodi provvedere ad assumere il mezzo di prova non tempestivamente indicato dalla parte (Cass. Sez. 5, 22/2/2001).
Restano confermate le statuizioni civili contenute nella sentenza impugnata.
P.Q.M.
Letti gli artt. 605 c.p.p., 157 ss. c.p., in riforma della sentenza emessa in data 23.10.2008 dal GM del Tribunale di Napoli, nei confronti di (…) ed appellata dallo stesso, dichiara non doversi procedere nei confronti dell’imputato in ordine al reato ascrittogli perché estinto per prescrizione. Conferma le statuizioni civili contenute nella sentenza di primo grado. Condanna l’imputato al pagamento delle spese processuali sostenute per la presente fase di giudizio dalla parte civile che si liquidano in Euro 600,oltre a IVA e CNAP come per legge.
Così deciso in Napoli il 19 gennaio 2015.
Depositata in Cancelleria il 19 gennaio 2015.


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