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Le Guide Co.co.co. e co.co.pro., la guida dopo il Jobs Act

Le Guide Pubblicato il 15 giugno 2015

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Contratti a progetto e a collaborazione continuativa: varato il decreto attuativo sul riordino dei contratti, che prevede una notevole stretta alle collaborazioni; cosa cambia.

I rapporti di lavoro parasubordinati, inizialmente noti come collaborazioni coordinate e continuative (co.co.co.) sono da anni un argomento molto discusso, trattandosi di una figura contrattuale ambigua, nella quale l’oggetto dell’obbligazione non è “un risultato” ma un’attività, sebbene il lavoratore non sia subordinato al datore. In particolare, gli elementi che la contraddistinguono sono:

– la collaborazione (in particolare, il prestatore di lavoro deve svolgere l’attività secondo scopi e necessità del committente, pur essendo autonomo nel determinare le modalità);

– il coordinamento (il collaboratore, nei limiti della sua autonomia, deve sottostare alle direttive del committente);

– la continuità (durata nel tempo della prestazione, che non è occasionale);

– la natura prevalentemente personale della prestazione , in rapporto all’impiego di mezzi ed organizzazione.

È chiaro che la peculiarità di tale istituto e la determinazione non tassativa dei suoi elementi si prestano facilmente a differenti interpretazioni ed abusi, con la possibilità di mascherare sotto forma di collaborazione veri e propri contratti di lavoro dipendente.

Co.co.co. e co.co.pro. tra Legge Biagi e riforma Fornero

Proprio per questo motivo, la riforma del mercato del lavoro del 2003, nota anche come Legge Biagi [1], aveva stabilito che le co.co.co. dovessero essere ricondotte a uno o più progetti specifici, programmi di lavoro o fasi di esso, introducendo la nuova fattispecie del contratto a progetto, o co.co.pro.

In seguito, la fattispecie è stata limitata ancora di più con la riforma Fornero [2], che aveva ridotto le collaborazioni legittime alle sole co.co.pro., abolendo quelle riconducibili a fasi e programmi di lavoro, e dettando delle nuove disposizioni specifiche.

La normativa del 2012, nel dettaglio, aveva introdotto i seguenti requisiti, per le collaborazioni a progetto (da riportare nel contratto, per iscritto, ai fini della prova):

– l’esistenza di un progetto ben definito, non comportante compiti ripetitivi o meramente esecutivi, e non consistente nella riproposizione dell’oggetto sociale dell’azienda committente;

– l’indicazione del risultato finale del progetto;

– l’autonomia del lavoratore nella gestione di tempistiche e modalità del progetto;

– la durata, almeno determinabile, e l’irrilevanza dei tempi di esecuzione dell’attività;

– il coordinamento col committente, che non deve tradursi nel rapporto datore-dipendente, pregiudicando l’autonomia del collaboratore;

– ammontare e criteri per la determinazione del corrispettivo.

Co.co.co. e false partite IVA

Per stanare le false partite Iva, la Legge Fornero aveva poi introdotto dei criteri per distinguere la co.co.co. dal lavoro autonomo: in pratica, se una collaborazione, per 2 anni di seguito, fosse durata oltre 8 mesi all’anno,l’80% dei corrispettivi fossero riconducibili allo stesso committente, ed il collaboratore avesse posseduto una postazione fissa presso l’azienda, la normativa le attribuiva lo status di co.co.co..

Poiché, però, sempre secondo la Riforma, per la legittimità di questo rapporto era necessaria la presenza di un progetto, potevano configurarsi due ipotesi:

– se il progetto esisteva, la partita Iva si sarebbe trasformata in co.co.pro.;

– in mancanza, la trasformazione sarebbe stata in contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dall’inizio della collaborazione.

La presunzione non operava solo nel caso di collaboratore con competenze teoriche o tecniche elevate, o iscritto ad ordini, albi, ruoli o elenchi professionali, o, ancora, con reddito da lavoro autonomo non inferiore a 1,25 volte il minimale per artigiani e commercianti.

Sono in seguito state introdotte ulteriori innovazioni dal decreto Giannini del 2013 [3]:

– la forma del contratto deve essere necessariamente scritta, per legittimarlo;

– i compiti assegnati, per essere illegittimi, devono essere sia esecutivi che ripetitivi (non alternativamente);

– per ampliamento o proroga di un’attività di ricerca scientifica, il progetto può proseguire senza problemi;

– è ammesso il contratto a progetto nei call center outbound, purchè si rispetti una retribuzione minima.

Co.co.co. e co.co.pro. dopo il Job Act

Ora, con l’entrata in vigore del decreto attuativo del Jobs Act sul riordino dei contratti, tutto cambia, in un’ottica di netto restringimento delle collaborazioni concesse, e di riconduzione dei rapporti al lavoro subordinato.

Dal 1° gennaio 2016, infatti, ogni prestazione personale, continuativa e organizzata dal committente, anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro, sarà trasformata in contratto subordinato a tempo indeterminato: per il 2015, i rapporti in essere resteranno in piedi, ma non sarà possibile stipularne di nuovi.

Vi sono, però, delle importanti eccezioni:

– se il co.co.pro. è previsto dai contratti collettivi, anche stipulati dalle confederazioni di categoria, sarà ancora legittimo;

– niente presunzione di subordinazione , poi, per i professionisti iscritti in albi, ruoli, elenchi ecc., né per organi di amministrazione e controllo di società, né in favore dei collaboratori di associazioni sportive;

-sarà poi possibile stipulare collaborazioni coordinate e continuative, ove siano caratterizzate da autonomia, ovvero non siano organizzate dal committente le modalità con cui la prestazione deve essere resa, stante il requisito del coordinamento.

L’ultima eccezione è di certo la più rilevante, ma anche la più controversa: la valutazione dell’autonomia, nel concreto, sarebbe demandata alla discrezionalità di ispettori ed organi giurisdizionali, con incerti risultati, fatto che incoraggia a desistere chiunque avesse intenzione di iniziare una co.co.co. genuina.

L’intento, dopotutto, è quello di disincentivare tutti i rapporti diversi dal lavoro subordinato, fatto che risulta confermato dalle agevolazioni previste per chi trasforma i collaboratori in dipendenti (estinzione degli illeciti amministrativi, contributivi e fiscali connessi all’erronea qualificazione del rapporto).

Infine, si ricorda che la nuova normativa non è valida per la Pubblica Amministrazione, per la quale la stipula di collaborazioni sarà permessa sino al 1° gennaio 2017, in attesa del riordino della disciplina nel settore pubblico.

note

[1] D.lgs 276/2003.

[2] L. 92/2012.

[3]D.L. 76/2013.

Autore immagine: 123rf com


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