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Furto identità, falsi profili su Facebook o forum: quando c’è reato

16 giugno 2015


Furto identità, falsi profili su Facebook o forum: quando c’è reato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 giugno 2015



In quali ipotesi la creazione di un falso profilo virtuale integra il reato di sostituzione di persona? Cosa si intende, nel particolare contesto dei social network e del web, per identità virtuale?

Attenzione a creare un falso profilo su un social network (cosiddetto furto d’identità) così come a farlo su un forum, su una chat di gruppo o su altri strumenti di comunicazione telematica: infatti, la condotta di chi si attribuisca un nome falso, riconducibile a un’altra persona – specie se accompagnato dalla foto di quest’ultima – può integrare un reato, e quindi avere risvolti penali. Secondo infatti la giurisprudenza, la creazione di un falso profilo virtuale integra il delitto di sostituzione di persona [1] a condizione però che l’utente induca taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria persona a quella altrui, o attribuendosene i requisiti.

Insomma, non è sufficiente chiamarsi con il nome di un personaggio famoso o con quello di un proprio compagno di scuola per poter essere querelati, ma è necessario anche che, oltre a ciò, vi siano comportamenti volti a far credere agli altri di essere effettivamente quest’altra persona. Dunque, non possiamo parlare di reato se il fan sfegatato di un cantante crea un profilo Facebook con il nome di quest’ultimo, ma poi le foto e le dichiarazioni facciano intendere che, a gestirlo, sia un altro soggetto o che si tratti solo di una fanpage. Se così non fosse, del resto, nei frequenti casi di omonimia non sarebbe possibile aprire profili social dopo che sia stato aperto il primo.

Non basta, quindi, la semplice coincidenza del nome e cognome (sia essa volontaria o involontaria), ma è anche necessario un comportamento volto a ingenerare confusione nei terzi.

Allo stesso modo, un fotomontaggio con cui si incolli il volto di un personaggio famoso sul corpo di un altro soggetto, laddove il falso sia macroscopico e tale da non far cadere nessuno in errore, non configurerebbe mai il reato in questione.

È necessario, inoltre, affinché si configuri il delitto in questione che il reo abbia posto in essere la condotta al fine di procurare a sé, o ad altri, un vantaggio, o di arrecare danno altrui [2]. Dunque, si potrà anche contestare l’esistenza del reato in commento se si sia agito solo al fine di creare uno scherzo tra amici, senza quindi un effettivo pregiudizio per la persona sostituita. Diverso il discorso dell’atto di bullismo, dove lo scopo (il dolo) è proprio quello di procurare una sofferenza.

Nel contesto dei social network, nel concetto di falsificazione di identità personale non si intende, ovviamente, la contraffazione di dati materiali, bensì solo degli estremi virtuali. Ecco che, in tale realtà, le “qualità personali” il cui furto fa scattare il reato non sono solo il nome e il cognome o la foto (digitale, si intende), ma anche un’ampia gamma di informazioni appartenenti all’utente: per esempio il nickname (chi si appropri dell’altrui soprannome commette quindi la sostituzione di persona), l’email e le credenziali di accesso alla posta elettronica, ecc.

Il reato scatta non solo quando si sostituisce illegittimamente la propria all’altrui persona, ma anche quando si attribuisce ad altri un falso nome o un falso stato ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici (per esempio, ci si spacci per agente della finanza, poliziotto in borghese, giudice, ecc.).

Secondo le ultime stime, le identità che proliferano sui social network, per almeno un terzo, sono false. Percentuale ancor più allarmante, ove si rifletta sul fatto che gli autori di tali surreali figure, usano porre in essere condotte tese – non già alla sola creazione di soggetti virtuali – bensì all’immissione in rete, di profili recanti dati identificativi appartenenti a persone reali, più o meno note. In ogni caso, chi effettua iscrizioni a dette piattaforme d’incontro, lascerà tracce rilevanti, quali l’indirizzo IP, da cui, per polizia postale e informatici specializzati, non sarà arduo risalire alla persona fisica di riferimento.

note

[1] Art. 494 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 25774 del 23.04.2014.

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