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Abbandono della casa coniugale: quando è legittimo

16 Giugno 2015


Abbandono della casa coniugale: quando è legittimo

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 Giugno 2015



In quali casi il coniuge può allontanarsi dalla casa (cosiddetto tetto coniugale) senza temere le conseguenze di una pronuncia di addebito in caso di separazione giudiziale?

Tra gli obblighi che scaturiscono con il matrimonio vi è quello della convivenza: per cui la condotta di chi va via di casa senza un fondato e grave motivo (è il cosiddetto “abbandono del tetto coniugale” o anchedella residenza familiare) rappresenta una tipica violazione sanzionata dal codice civile con il cosiddetto “addebito”. In pratica, qualora tra i coniugi non si riesca a trovare un accordo per la separazione e si finisca davanti al giudice (cosiddetta “separazione giudiziale”), il comportamento in questione viene considerato fonte di responsabilità e quindi suscettibile di condanna.

Ma esistono dei casi in cui l’abbandono del tetto è legittimo. Il più evidente è scontato è quello rivolto ad autotutelarsi contro condotte violente e/o pericolose per la propria salute fisica o mentale.

Anche l’avvio del procedimento di separazione, o di annullamento, o di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio costituisce giusta causa di allontanamento dalla residenza familiare. Tuttavia, il semplice deposito del ricorso per la separazione non è sufficiente a giustificare l’allontanamento unilaterale e definitivo dalla casa coniugale se non è accompagnato dalla prova di una preesistente impossibilità di prosecuzione della convivenza. Quindi, è sempre bene optare per una di queste due soluzioni:

– attendere la prima udienza (quella dinanzi al Presidente del Tribunale) che autorizzi i coniugi a vivere separati (non dovranno trascorrere molte settimane dal deposito del ricorso);

– oppure concordare per iscritto, tra i coniugi, l’allontanamento di uno dei due dalla residenza.

Come detto, la conseguenza dell’abbandono del domicilio coniugale è la pronuncia di addebito della separazione, su richiesta del coniuge abbandonato. A chi ha abbandonato il tetto non resta, allora, che dimostrare la giusta causa di tale allontanamento. A tal fine questi deve provare che l’allontanamento è conseguenza di una preesistente intollerabilità della convivenza e che proprio a causa di tale situazione di intollerabilità, si sia verificato l’abbandono.

La preesistente intollerabilità può consistere anche nell’esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile il perdurare della convivenza.

Ove tale situazione di intollerabilità si verifichi, questi ha diritto a chiedere la separazione e la relativa domanda, costituendo esercizio di un diritto, non può essere sanzionata con l’addebito. L’intollerabilità della prosecuzione della convivenza deve essere accertabile dal giudice di merito che pronuncerà sulla separazione.

note

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Cassazione civ., Sez. I, 30 gennaio 2013, n. 2183 

In un doverosa visione evolutiva del rapporto coniugale nello stadio attuale della società da considerarsi incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obiettivamente emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione e a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità, l’esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilità da parte dell’altro, la convivenza. Ove tale situazione di intollerabilità si verifichi, anche rispetto a un solo coniuge, deve ritenersi che questi abbia il diritto di chiedere la separazione, con la conseguenza che la relativa domanda, costituendo esercizio di un suo diritto, non può costituire ragione di addebito.

Cassazione civ., Sez. I, 14 febbraio 2012, n. 2059
Il coniuge che provi l’abbandono volontario e definitivo della residenza familiare da parte dell’altro, senza che questi abbia proposto domanda di separazione, non deve ulteriormente provare l’incidenza causale di quel comportamento illecito sulla crisi del matrimonio. Un simile comportamento, infatti, implica di fatto la cessazione della convivenza e degli obblighi a essa connaturati, gravando dunque sulla parte che si è allontanata l’onere di offrire la prova contraria, e cioè che quel comportamento fosse giustificato dalla preesistenza di una situazione d’intollerabilità della coabitazione. Infatti, l’unico caso in cui è ammissibile l’abbandono del tetto coniugale, come previsto dalla legge n. 171/1975 che ha integrato l’art. 146 del c.c., è quello in cui sia stata proposta domanda di separazione.

Cassazione civ., Sez. I, 8 maggio 2013, n. 10719
Il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, salvo che si provi, e l’onere incombe su chi ha posto in essere l’abbandono, che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata e in conseguenza di tale fatto; tale prova è più rigorosa nell’ipotesi in cui l’allontanamento riguardi pure i figli, dovendosi specificamente e adeguatamente dimostrare, anche riguardo a essi, la situazione d’intollerabilità.

Tribunale di Milano, Sez. IX, 13 novembre 2012, n. 12460
In merito al giudizio di separazione giudiziale, merita accoglimento la domanda di addebito formulata dal coniuge, nei confronti della resistente che abbia abbandonato la casa coniugale per trasferirsi in altra città, presso la famiglia d’origine. L’abbandono della casa familiare, infatti, che di per sé costituisce violazione di un obbligo matrimoniale e conseguentemente, causa di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, non concreta tale violazione ove la parte che abbia abbandonato il domicilio domestico provi che tale abbandono sia stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata e si ponga quindi, quale conseguenza di tale circostanza. Nel caso di specie la resistenza non ha fornito alcuna prova in tal senso per cui deve ritenersi che la responsabilità del fallimento dell’unione coniugale debba inevitabilmente attribuirsi alla stessa che, con la propria condotta, ha certamente determinato l’interruzione della vita matrimoniale. (Lex24)

Cassazione civ., Sez. I, 24 febbraio 2011, n. 4540
L’allontanamento dalla residenza familiare, ove attuato unilateralmente dal coniuge, cioè senza il consenso dell’altro coniuge, costituisce violazione di un obbligo matrimoniale ed è conseguentemente causa di addebitamento della separazione; non concreta, invece, tale violazione il coniuge se risulti legittimato da una “giusta causa”, vale a dire dalla presenza di situazioni di fatto di per sé incompatibili con la protrazione di quella convivenza, ossia tali da non rendere esigibile la pretesa di coabitare. (Nella specie, la Corte ha cassato la sentenza di merito che, addebitando la separazione alla moglie, non aveva ravvisato la giusta causa del suo allontanamento nei frequenti litigi domestici con la suocera convivente e nel conseguente progressivo deterioramento dei rapporti tra gli stessi coniugi).

Corte d’Appello di Roma 16 febbraio 2011, n. 667
In tema di separazione personale dei coniugi, l’abbandono della casa familiare di per sé costituisce violazione di un obbligo matrimoniale, con la conseguenza che il volontario allontanamento dal domicilio coniugale è causa sufficiente di addebito della separazione in quanto porta all’impossibilità della convivenza, salvo che si provi e l’onere incombe a chi ha posto in essere l’ abbandono che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, e in conseguenza di tale fatto. (Lex24)

Cassazione civ., Sez. I, 3 agosto 2007, n. 17056
In tema di separazione personale dei coniugi, l’abbandono della casa familiare, di per sé costituisce violazione di un obbligo matrimoniale, non essendo decisiva la prova dell’asserita esistenza di una relazione extraconiugale in costanza di matrimonio. Ne consegue che il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, salvo che si provi e l’onere incombe a chi ha posto in essere l’abbandono che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, e in conseguenza di tale fatto.

Corte d’Appello di Bologna 22 maggio 2003
Il volontario e unilaterale abbandono del domicilio coniugale da parte del marito assume una significativa rilevanza ai fini dell’addebito della separazione qualora lo si valuti nel contesto temporale in cui è posto in essere. In particolare l’abbandono del domicilio coniugale che avviene in data di poco antecedente alla nascita di una seconda figlia, pare scarsamente ricollegabile a una situazione di progressiva e irrimediabile usura del rapporto coniugale, il cui unico e inevitabile epilogo è rappresentato dall’uscita di casa del marito a mò di suggello dell’incolpevole impossibilità di prosecuzione della convivenza. (Nella fattispecie il marito aveva abbandonato moglie, prima figlia e casa a causa dell’esistenza di una relazione amorosa risalente a epoca antecedente alla separazione di fatto).


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