Diritto e Fisco | Articoli

Notifica: se l’avvocato cambia indirizzo nessuna rimessione in termini

16 giugno 2015


Notifica: se l’avvocato cambia indirizzo nessuna rimessione in termini

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 giugno 2015



Se l’avvocato di controparte ha trasferito il proprio studio prima della notifica dell’atto d’appello, e la prima notifica non sia andata a buon fine, la seconda, avvenuta oltre i termini, non può essere sanata.

Se devi notificare un atto di appello, prima controlla sempre che l’avvocato di controparte non abbia, nelle more del giudizio di primo grado, cambiato indirizzo dello studio legale: difatti, se proprio per tale ragione la prima notifica dell’impugnazione non va a buon fine, e nel frattempo sono decorsi i tempi per impugnare, l’appellante non può essere rimesso in termini. È quanto precisato dalla Cassazione con una recente ordinanza che, peraltro, segue un orientamento ormai consolidato [1].

L’impugnazione va proposta sempre entro 30 giorni dalla data della notifica della sentenza di primo grado o (in mancanza di tale notifica) entro 6 mesi dal deposito della stessa in cancelleria (cosiddetta “pubblicazione”). I termini vengono bloccati con la consegna dell’appello all’ufficiale giudiziario per la notifica: tuttavia, se l’atto viene spedito all’indirizzo non corretto (perché, nel frattempo, il legale di controparte ha cambiato indirizzo), e pertanto la notifica è nulla, non c’è modo di ottenere uno slittamento dei suddetti termini neanche se l’appellante ignorava tale trasferimento.

È infondata quindi la tesi secondo cui la notifica senza esito di un atto d’impugnazione determina la proroga del termine ordinario per l’appello. Inoltre, la Suprema Corte precisa che, nel caso in cui peraltro il trasferimento dello studio del difensore della parte appellata è avvenuto già nel corso del giudizio di primo grado e, quindi, era desumibile in modo chiaro dalla comparsa conclusionale, l’errore è ancor più inscusabile.

note

[1] Cass. ord. n. 12360/2015 del 15.06.2015.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza 5 marzo – 15 giugno 2015, n. 12360
Presidente Bianchini – Relatore Manna

Svolgimento del processo e Motivi della decisione

Il Consigliere relatore, designato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., ha depositato in cancelleria la seguente relazione ex arti. 380-bis e 375 c.p.c.:
“1. – Con citazione inoltrata per la notifica l’ 11.6.2008, A.R. proponeva innanzi al Tribunale di Napoli e nei confronti del condominio “Galbevi” di via XX, XX, S. Giorgio a Cremano, appello contro la sentenza n. 1589/07 del giudice di pace di Barra, pubblicata il 23.4.2007 e non notificata. Una precedente notificazione dell’atto d’appello tentata il 6.6.2008 non era andata a buon fine, perché indirizzata presso il precedente studio professionale del difensore domiciliatario della parte appellata, il quale nelle more del giudizio di primo grado l’aveva trasferito.
1.1. – Resistendo il condominio, il Tribunale dichiarava inammissibile il gravame. Inesistente la prima notificazione, la seconda – così osservava il Tribunale – era stata effettuata decorso il termine ordinario d’impugnazione della sentenza di primo grado. Precisava, al riguardo, il giudice d’appello che il trasferimento dello studio professionale del difensore domiciliatario del condominio era avvenuto già nel corso del processo innanzi al giudice di pace, e che la parte appellante ne avrebbe dovuto conoscere in quanto chiaramente desumibile dalla comparsa conclusionale depositata in detto primo grado di giudizio.
2. – Per la cassazione di tale sentenza A.R. propone ricorso, affidato a un unico motivo.
2.1. – Resiste con controricorso il condominio “Galbevi”.
3. – L’unico mezzo d’annullamento denuncia la violazione degli artt. 325 e 326 c.p.c. e la “errata” (rectius: falsa) applicazione degli artt. 358 e 387 c.p.c., in relazione al n. 3 (rectius: 4) dell’art. 360 c.p.c. Sostiene parte ricorrente che la sentenza impugnata avrebbe erroneamente ritenuto consumato il diritto d’impugnazione per non essere andata a buon fine la prima notificazione dell’appello tentata il 6.6.2008, non considerando il termine breve ex art. 325 c.p.c., che a sua volta doveva ritenersi decorrente da quest’ultima data quale momento di piena conoscenza legale della sentenza di primo grado. E richiama, a conferma, la nota giurisprudenza di questa Corte secondo cui finché non sia stata emessa una pronuncia d’inammissibilità o d’improcedibilità dell’appello, è sempre possibile proporre una seconda impugnazione, sempre che quest’ultima risulti tempestiva e idonea a instaurare il contraddittorio.
4. – Il motivo è manifestamente infondato.
Esso suppone senza alcuna base positiva o giurisprudenziale che la notifica senza esito di un atto d’impugnazione determini – per di più in favore dello stesso notificante – la proroga del termine ordinario ex art. 327 c.p.c., nella cui pendenza detta notificazione sia stata tentata.
Al contrario, per il disposto dell’art. 327 c.p.c., la decadenza dall’impugnazione, per il decorso del termine annuale dalla pubblicazione della sentenza, si verifica indipendentemente dalla notificazione,. di questa e pertanto anche nel caso in cui effettuata nell’anno la notificazione della sentenza, tenuto conto della sospensione feriale, non sia ancora decorso il termine breve di impugnazione decorrente dalla data di tale notifica (Cass. nn. 8191/00, 4508/81, 1321/80 e 2268/74). A fortiori, il principio dell’insuperabilità del termine c.d. lungo opera nel caso in cui la conoscenza legale della sentenza oggetto d’impugnazione derivi non dalla notificazione fattane dalla parte vittoriosa, ma dall’iniziativa della stessa parte appellante che – come nel caso in esame – abbia proposto un appello la cui notifica entro il termine di cui all’art. 327 c.p.c. non sia andata a buon fine.
Del tutto non pertinente, poi, è il richiamo alla giurisprudenza di questa Corte Suprema sulla non consumazione dell’appello non ancora dichiarato inammissibile o improcedibile, allorché alla prima notificazione del gravame senza esito ne sia seguita altra valida e tempestiva. La sentenza c.c. Tribunale partenopeo, infatti, si basa su tutt’altra affermazione – non investita da alcuna censura – vale a dire su ciò che la seconda notifica dell’appello è avvenuta per il notificante l’ 11.6.2008 e dunque dopo la scadenza del termine ex art. 327 c.p.c.
4.1. – Infine, non ricorrono neppure le condizioni per la ripresa del procedimento notificatorio in base all’indirizzo pretorio di Cass. n. 20830/13 e precedenti conformi. La sentenza impugnata ha affermato – in base ad un accertamento di fatto processuale non coinvolto dal motivo di ricorso – che il mutamento di studio del difensore domiciliatario della parte appellata era avvenuto già nel corso del giudizio di primo grado ed era chiaramente desumibile dalla comparsa conclusionale depositata in quel processo.
5. – Pertanto, si propone la decisione del ricorso con ordinanza, ai sensi del n. 5 dell’art. 375 c.p.c.”.
II. – La Corte condivide la relazione, rispetto alla quale le memorie depositate dalle parti (ovviamente di senso contrario la sola memoria della parte ricorrente) non svolgono considerazioni idonee a indurre una conclusione di segno diverso.
11.1. – In particolare, non ha pregio il parallelo che in detta memoria la parte ricorrente istituisce tra il caso in oggetto e la previsione dell’art. 288, comma 4 c.p.c., che fa decorrere dalla notifica dell’ordinanza di correzione l’impugnazione della sentenza nelle parti corrette. In disparte la pur decisiva considerazione che nel caso della correzione dell’errore materiale il differimento del termine d’impugnazione è mediato dall’emissione di un provvedimento del giudice e non dalla mera iniziativa della parte interessata, va precisato che il 4° comma dell’art. 288 c.p.c. riguarda l’impugnazione non già della sentenza tout court, ma delle sole parti di quest’ultima che siano state corrette. Per di più detta norma si riferisce unicamente all’ipotesi in cui l’errore corretto sia tale da determinare un qualche obbiettivo dubbio sull’effettivo contenuto della decisione e non già quando l’errore stesso, consistendo in una discordanza chiaramente percepibile tra il giudizio e la sua espressione, possa essere agevolmente eliminato in sede di interpretazione del testo della sentenza, poiché, in tale ultima ipotesi, un’eventuale correzione dell’errore non sarebbe idonea a riaprire i termini dell’impugnazione (cfr. Cass. n. 22185/14).
III. – Pertanto, il ricorso va rigettato.
IV. – Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza della parte ricorrente.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente alle spese, che liquida in euro 1.200,00, di cui 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI