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Insulti e vessazioni dai colleghi, paga il datore di lavoro

19 giugno 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 giugno 2015



In caso di mobbing perpetrato da un preposto o un collega, si considera comunque responsabile l’azienda.

Ambiente di lavoro ostile, azioni vessatorie ripetute, con intento persecutorio, e superiorità gerarchica dell’aggressore, rispetto alla vittima: questi, secondo la giurisprudenza, sono gli elementi che configurano il mobbing.

Le condotte mobbizzanti, purtroppo, risultano sempre più frequenti nel posto di lavoro: metter fine a tali situazioni non risulta già semplice, nelle piccole aziende, ove comunque si può fare diretto riferimento al datore di lavoro, ed i preposti sono pochi; ancor più complicato, però, risulta far cessare i comportamenti ostili nelle grandi società, o negli enti pubblici, nelle quali i superiori gerarchici sono diversi , e riportare il tutto al responsabile del personale, o a chi, in concreto, ha le funzioni di datore.

Molto spesso, infatti, accade che vengano perpetrate anche vessazioni gravissime, nei confronti del dipendente, da parte di uno o più colleghi ai quali risulta subordinato, e che, pur rivolgendosi al dirigente responsabile facendo presente la situazione, questi non alzi un dito per intervenire. Nelle maggior parte delle ipotesi, sia le procedure stragiudiziali, come eventuali conciliazioni , che quelle giudiziali, si risolvono in un nulla di fatto, o, comunque, con nessuna conseguenza in capo all’azienda.

Grazie all’ultima sentenza pronunciata, sull’argomento, dalla Corte di Cassazione [1], da ora in poi le denunce di mobbing non potranno più finire in una bolla di sapone per l’impresa, anche se l’autore della condotta non risulta essere il datore di lavoro o il facente funzioni. Difatti, la Corte ha esteso la responsabilità del titolare del rapporto d’impiego, prevista dal Codice Civile [2] anche al caso di mobbing messo in atto da uno o più dipendenti dell’azienda.

La vicenda

Il caso concreto sul quale la Corte si è pronunciata riguardava una dipendente di un ente pubblico, che , oltre ad essere stata sottoposta ad emarginazione ed umiliazioni nell’ambiente lavorativo , per opera di un preposto ed altri colleghi, era stata demansionata, spostata in un reparto aperto al pubblico, con compiti inferiori a quelli precedentemente svolti, e subordinata ad un collega del quale in precedenza risultava lei superiore gerarchicamente.

In seguito a tali vessazioni, la lavoratrice aveva riportato diverse patologie psicosomatiche, che le avevano causato gravi disturbi e, per questi motivi, aveva dunque intrapreso azione legale contro l’ente; l’azienda, dal canto suo, respingeva ogni responsabilità in merito.

La Cassazione ha dato pienamente ragione alla dipendente, condannando l’ente al risarcimento dei danni: difatti, la situazione concreta, oltre a contenere tutti gli elementi caratterizzanti il mobbing, può essere senz’altro ricondotta alla responsabilità datoriale per colpa, in quanto il datore di lavoro non aveva messo in atto alcun provvedimento per rimuovere i comportamenti persecutori. Si tratta dunque di colpevole inerzia, per non aver fatto cessare il comportamento lesivo e non aver ripristinato la situazione antecedente.

note

[1] Cass., Sent.10037/15.

[2] Art.2049 cod. civ.

Autore immagine: 123rf com

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