Controllo a distanza dei lavoratori: chiarimenti del Ministero

21 giugno 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 giugno 2015



Secondo il Ministero non c’è nessuna liberalizzazione del controllo dei lavoratori tramite pc e smartphone; non essendo strumenti di controllo a distanza, non si applica la regola dell’autorizzazione.

 

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali interviene, forse con intenti di pace, nel dibattito relativo al controllo a distanza dei lavoratori, oggi più vivo che mai a causa della riforma apporta dal decreto attuativo del Jobs Act. In un’apposita nota [1], il Ministero ha chiarito il senso della riforma, tentando di allontanare gli allarmismi creati da fonti poco chiare o male interpretate. I chiarimenti sono quelli previsti in un nostro recente articolo: “Controllo a distanza di lavoratori, pc e smartphone: l’ok del Jobs Act”.

La linea interpretativa della riforma sui controlli tramite pc, smartphone o telecamere deve infatti tener conto dei principi enunciati dal Garante della Privacy e quindi rispettare il più possibile i diritti dei lavoratori.

Dunque, si legge nella nota ministeriale, le novità normative non liberalizzano i controlli ma si limitano a fare chiarezza circa il concetto di “strumenti di controllo a distanza” e i limiti di utilizzabilità dei dati raccolti attraverso questi strumenti, in linea con le indicazioni fornite dal Garante della Privacy sull’utilizzo della posta elettronica e di internet.

Come già la norma originaria dello Statuto dei lavoratori [2], anche la nuova disposizione prevede che gli strumenti di controllo a distanza, dai quali derivi anche la possibilità di controllo dei lavoratori, possono essere installati esclusivamente:

– per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale;

previo accordo sindacale o, in assenza, previa autorizzazione della Direzione Territoriale del Lavoro o del Ministero.

Non possono essere considerati “strumenti di controllo a distanza” quelli che vengono assegnati al lavoratore “per rendere la prestazione lavorativa” (una volta si sarebbero chiamati gli “attrezzi di lavoro”), come pc, tablet e cellulari.

Per tale motivo, la consegna di questi ultimi strumenti non necessita del previo accordo sindacale. Ciò in quanto lo strumento viene considerato quale mezzo che “serve” al lavoratore per adempiere la prestazione: ciò significa che, nel momento in cui tale strumento viene modificato (ad esempio, con l’aggiunta di appositi software di localizzazione o filtraggio) per controllare il lavoratore, si fuoriesce dall’ambito del libero controllo. In tal caso, infatti, da strumento che “serve” al lavoratore per rendere la prestazione il pc, il tablet o il cellulare diventano strumenti che servono al datore per controllarne la prestazione. Con la conseguenza che queste “modifiche” possono avvenire solo alle condizioni ricordate sopra: la ricorrenza di particolari esigenze, l’accordo sindacale o l’autorizzazione.

Dunque non bisogna pensare che la riforma in atto autorizzi il controllo a distanza; essa chiarirebbe solo le modalità e i limiti per l’utilizzo degli strumenti tecnologici impiegati per la prestazione lavorativa.

Secondo il Ministero, le nuove regole sul controllo a distanza rafforzerebbero la posizione del lavoratore, e non il contrario, purché al lavoratore venga data adeguata informazione:

– circa l’esistenza e le modalità d’uso delle apparecchiature di controllo;

– sulle modalità di effettuazione dei controlli, che, comunque, non potranno mai avvenire in contrasto con quanto previsto dal Codice privacy.

Se il lavoratore non viene adeguatamente informato dell’esistenza e delle modalità d’uso delle apparecchiature di controllo e delle modalità di effettuazione dei controlli, i dati raccolti non sono utilizzabili a nessun fine, nemmeno a fini disciplinari.

La prima considerazione da fare in merito ai chiarimenti ministeriali è la seguente. Secondo il Ministero non si liberalizzano i controlli tramite pc e smartphone ma semplicemente si considerano tali strumenti come non rientranti nella categoria degli strumenti di controllo a distanza (a meno gli stessi non vengano “modificati” con software appositi). Di fatto e dal punto di vista pratico, il risultato dell’interpretazione è lo stesso: se il datore vuole utilizzare pc o smartphone aziendali per controllare i dipendenti può farlo senza previo accordo sindacale.

Ciò vuol dire che la posizione del lavoratore è veramente rafforzata solo se vengono rispettate le garanzie informative e i principi in materia di tutela della privacy.

Ma siamo sicuri che, per assicurare il rispetto di tali diritti, sia sufficiente la mera enunciazione formale con la sola minaccia della sanzione dell’illegittimità dell’utilizzo dei dati personali prelevati? O sarebbe più opportuno regolarizzare a monte l’utilizzo degli strumenti di controllo, a prescindere dalla classificazione in strumenti di controllo a distanza o meno?

E se il datore dovesse installare software di controllo sui dispositivi usati dai lavoratori senza che questi abbiano modo di accorgersene? I dati verrebbero prelevati illegittimamente… eppure la norma sanziona solo il loro utilizzo e non anche il prelievo.

note

[1] Nota del 18.6.15.

[2] Art. 4 Statuto dei Lavoratori.

Autore immagine: 123rf com


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