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Separazione coppie di fatto (conviventi) e affidamento dei figli

30 Ottobre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 Ottobre 2018



Coppie di fatto: finita la relazione è possibile regolamentare l’affidamento dei figli rivolgendosi al Tribunale?

Quando due conviventi si lasciano, come si regolamentano i rapporti con i figli? I figli nati da una coppia di fatto hanno gli stessi diritti dei figli nati da genitori coniugati? E’ obbligatorio andare in Tribunale per regolare l’affido dopo la fine della convivenza? Sono domande che probabilmente ti stai ponendo a seguito della fine della tua relazione. Ed è normale che il primo pensiero vada proprio ai figli, che della fine del rapporto non hanno alcuna colpa ma, anzi, hanno tutto il diritto di continuare a coltivare il proprio rapporto con i genitori, siano essi sposati o meno. La legge tutela pienamente i diritti dei figli quando le coppie si lasciano e li tutela in egual modo che si tratti di figli nati in costanza di matrimonio o da genitori non sposati, non esiste assolutamente nessuna differenza nella tutela che la legge prescrive nel loro esclusivo interesse. Qual è l’esclusivo interesse dei figli? Sicuramente la bigenitorialità, ossia la legittima aspirazione di ogni figlio di coltivare pienamente il rapporto con entrambi i genitori, in maniera stabile ed equilibrata. Dopo la fine della relazione, cosa devono fare gli ex conviventi per tutelare il diritto dei figli alla bigenitorialità? Le coppie di fatto non devono seguire particolari formalità per mettere fine alla loro relazione, eccetto che nei casi previsti e disciplinati dalla nuova normativa sulle unioni civili e le convivenze di fatto [1]. A differenza delle coppie sposate che hanno figli, le quali devono rivolgersi al Tribunale per far cessare il matrimonio o seguire l’iter del procedimento di negoziazione assistita, regolando contestualmente i rapporti con i figli, per le coppie di fatto finita la relazione è possibile regolamentare l’affidamento dei figli rivolgendosi al Tribunale. Questa è, però, una mera facoltà, infatti nessuna legge prevede l’obbligo per le coppie non coniugate di regolamentare l’affido dei figli dinanzi il Tribunale una volta cessata la convivenza. Sicuramente, per tutelare pienamente i figli ed evitare che eventuali accordi informali raggiunti tra i genitori possano nuocere o violare i loro diritti, è sempre opportuno rivolgersi al Tribunale ma, si ribadisce, non è obbligatorio.

Cos’è una coppia di fatto?

Si tratta di partner conviventi (conviventi di fatto appunto), cioè due persone maggiorenni che non sono sposate ma convivono stabilmente perché unite da un legame affettivo, di assistenza morale e materiale reciproca e che, ovviamente, non siano legate da rapporti di parentela [2].

La disciplina delle coppie di fatto, introdotta di recente nel nostro ordinamento, prescrive la possibilità che i conviventi dichiarino la loro convivenza all’Ufficio Anagrafe di residenza [3]. Da questa dichiarazione derivano una serie di diritti ed obblighi che precedentemente nessuna legge italiana prevedeva. Tra questi vi è la possibilità di stipulare il contratto di convivenza [4] per la regolamentazione dei rapporti patrimoniali all’interno della coppia.

Con il contratto di convivenza le coppie di fatto possono scegliere il regime patrimoniale della comunione dei beni, tipico dei rapporti familiari e che prima era previsto solo per le coppie sposate che non avessero, all’atto del matrimonio, optato per un diverso regime patrimoniale.

Il contratto deve avere forma scritta, a pena di nullità e con esso i conviventi possono altresì stabilire come e in che misura ciascuno di loro contribuirà alle necessità della vita familiare in base alle proprie sostanze, alle proprie capacità, potendo anche indicare la loro comune residenza.

Il contratto dovrà essere redatto per atto pubblico o scrittura privata autenticata da un notaio o da un avvocato che attestino la conformità delle statuizioni ivi contenute all’ordine pubblico e alle norme imperative. Con le stesse modalità è possibile sia modificare che risolvere il contratto di convivenza, quindi sempre per iscritto, con atto pubblico o scrittura privata autenticata. È importante sapere che, al fine di rendere il contratto opponibile ai terzi, quindi per conferirgli pubblicità e conseguente efficacia nei confronti dei terzi, lo stesso deve essere registrato presso l’Ufficio Anagrafe in cui è stata registrata la convivenza.

La nuova disciplina prevede, altresì, che in caso di cessazione della convivenza, la parte che versi in stato di bisogno può rivolgersi al giudice per ottenere dall’altra la corresponsione degli alimenti, che verrà quantificata (anche nella durata) in base alla durata della convivenza [5].

I conviventi, però, hanno anche diritti di natura non patrimoniale quale semplice effetto della dichiarazione di convivenza, come ad esempio gli stessi diritti spettanti ai coniugi in caso di malattia o di ricovero presso strutture ospedaliere, quindi dal diritto di visita a quello di accedere alle informazioni personali; ma hanno anche gli stessi diritti dei coniugi nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario: si pensi al caso del convivente carcerato il quale potrà ricevere la visita dell’altro. Importante riconoscimento è, ancora, il diritto di continuare ad abitare – per un determinato periodo [6] – nella casa di proprietà dell’altro convivente in caso di morte di quest’ultimo o di succedergli nel contratto di locazione. Giova, infine, ricordare tra i diritti del convivente prescritti dalla nuova normativa quello di partecipazione agli utili d’impresa quando presti stabilmente la propria opera all’interno dell’azienda del convivente, senza esserne socio e senza che vi sia un rapporto di lavoro di tipo subordinato [7].

I figli dei conviventi di fatto hanno gli stessi diritti dei figli nati da genitori sposati?

Assolutamente si. Non vi sono differenze tra figli nati da genitori coniugati e figli nati da genitori non sposati, tanto che non si parla nemmeno più di figli naturali e figli legittimi, ma al più di figli nati in costanza o meno di matrimonio. E quest’unica differenza rileva solo in ordine al riconoscimento dei figli e all’iter da seguire per regolamentare l’affido in caso di cessazione della relazione tra i genitori.

Infatti, mentre i figli nati durante il matrimonio si presume siano stati concepiti dal marito e dalla moglie e la loro nascita andrà solo dichiarata al comune da uno dei due genitori, i genitori non coniugati dovranno procedere al riconoscimento dei loro figli con una dichiarazione di maternità e paternità che potrà avvenire sia congiuntamente che disgiuntamente.

Per quanto riguarda l’iter da seguire per la regolamentazione dell’affido, invece, i genitori sposati potranno provvedere a regolare affido e mantenimento contestualmente al procedimento di separazione e divorzio, sia che esso avvenga dinanzi il Tribunale che attraverso il procedimento di negoziazione assistita da due avvocati.

Cosa devono fare gli ex conviventi per regolare l’affido dei figli?

Per quanto concerne l’affidamento e il mantenimento dei figli nati da genitori non sposati, essi sono in questo senso pienamente tutelati a prescindere da qualsivoglia vincolo matrimoniale o dichiarazione di convivenza dei genitori e sono pienamente equiparati ai figli nati da genitori coniugati, con conseguente riconoscimento degli stessi diritti.

Ne deriva che i genitori non sposati, che vogliano formalizzare l’accordo sull’affidamento dei figlidopo la cessazione della convivenza, possono presentare un apposito ricorso al Tribunale. Si ricorda che oggi non è più competente il Tribunale per i Minorenni bensì il Tribunale ordinario del luogo del luogo in cui risiedono i figli.

Anche nel caso di figli nati fuori dal matrimonio, valendo gli stessi diritti dei figli di coppie sposate (tra cui il diritto alla bigenitorialità), la scelta deve essere quella dell’affidamento condiviso, salvo casi eccezionali.

È preferibile che le condizioni dell’affidamento siano già state oggetto di accordo tra i genitori e che l’accordo venga poi riversato nell’atto di ricorso. In tal caso, il ricorso sarà unico, mentre qualora l’iniziativa sia di un solo genitore, l’altro avrà facoltà di costituirsi nel giudizio instaurato su impulso dell’altro.

Il giudice potrà essere chiamato a pronunciarsi non solo sull’affidamento e sul diritto di visita ma anche sul mantenimento dei figli, sulle spese e sull’assegnazione della casa familiare.

Difatti i genitori, per il solo fatto di esser tali, hanno l’obbligo di istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, nonchè l’obbligo di mantenimento sino a quando i figli non saranno divenuti economicamente autosufficienti (l’obbligo non cessa per il solo raggiungimento della maggiore età).

E’ chiaro che l’esercizio della responsabilità genitoriale possa e debba essere garantito attraverso la previsione di tempi congrui da trascorrere insieme ai figli dopo la fine della convivenza, nell’esclusivo interesse dei figli alla bigenitorialità.

Il ricorso per l’affidamento dei figli è facoltativo potendo bastare, laddove funzioni, l’accordo privato tra i genitori. Ma se le parti non riescono a trovare un accordo, il ricorso al giudice diventa essenziale per la tutela dei figli.

Invero, forse questa differenza tra coppie sposate obbligate a regolamentare i rapporti con i figli e coppie non sposate per le quali la regolamentazione in Tribunale è solo facoltativa, incide in qualche misura sulla tutela dei figli nati da genitori non coniugati: per loro, infatti, la piena tutela di diritti ed interessi potrebbe non essere mai raggiunta. Si pensi al caso di genitori che non abbiano assolutamente idea di cosa significhi tutelare pienamente il diritto alla bigenitorialità e, cessata la convivenza, raggiungano accordi privati ed informali in ordine all’affido dei figli che siano assolutamente contrari ai loro interessi, magari prevedendo tempi inadeguati di visita del genitore non collocatario. Nonostante l’assenza di conflittualità tra i genitori, infatti, essi potrebbero comunque violare i diritti dei figli semplicemente perché non pienamente consapevoli di quali siano tutti i loro diritti ed interessi. Ecco, forse su questo punto sarebbe necessario un intervento del legislatore al fine di rimuovere questa differenza, nell’esclusivo interesse di tutti i figli di genitori che si lasciano, siano essi sposati o no, prevedendo l’obbligo che alla cessazione della convivenza debba seguire un procedimento di regolamentazione dell’affido e del mantenimento dei figli, anche semplicemente con la procedura di negoziazione assistita, quando tra i genitori non vi sia particolare conflittualità. Infatti, anche con questa procedura, per la quale possono optare le coppie sposate che vogliano separarsi o divorziare, non solo le parti sono assistite da professionisti in grado di aiutarli a tutelare pienamente i diritti dei figli, ma è previsto il vaglio del Pubblico Ministero proprio nell’esclusivo interesse della prole. Per cui, basterebbe semplicemente prevedere l’obbligatorietà della regolamentazione.

note

[1] L. 76/2016 (anche nota come Legge Cirinnà)

[2] Art. 36 L. 76/2016

[3] Art. 37 L. 76/2016

[4] Art. 50 L. 76/2016

[5] Art. 65 L. 76/2016

[6] Art. 42 L. 76/2016

[7] Art. 230 ter c.c. introdotto dall’ art. 46 comma 1 L.76/2016

Autore immagine: 123rf com


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