Statali: stipendio e adeguamento all’inflazione tornano a crescere

25 giugno 2015


Statali: stipendio e adeguamento all’inflazione tornano a crescere

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 giugno 2015



Blocco contratti dei pubblici dipendenti, riparte la contrattazione collettiva: maturato già l’adeguamento per i primi cinque mesi del 2015.

Dopo lo stop al blocco degli stipendi degli statali, decretato ieri dalla Corte Costituzionale – che ha dichiarato illegittima la norma che impediva l’indicizzazione dei salari al costo della vita (leggi “Blocco stipendi dipendenti pubblici illegittimo”) – sono in molti a chiedersi quando e quanto aumenterà la propria busta paga, ferma dal 2010. Gli stipendi hanno, infatti, perso in tutti questi anni una media di circa il 10% di potere d’acquisto: un taglio in termini reali che ha portato anche una contrazione dei consumi.

Una precisazione è, tuttavia, d’obbligo: a differenza di quanto avvenuto un paio di mesi fa con il blocco delle pensioni, la sentenza di incostituzionalità di ieri non avrà, questa volta, alcun effetto retroattivo: secondo, infatti, la Consulta la norma cancellata in origine era legittima, ma illegittimo è stato prorogarla di anno in anno (le misure straordinarie, in tutela dei conti pubblici, possono essere disposte solo per periodi limitati ed in via del tutto eccezionale, ma non possono diventare una regola).

Quanto è stato perso

Adesso il Governo dovrà trovare la copertura economica per rivedere in aumento gli stipendi dei pubblici dipendenti che, come detto, in cinque anni hanno perso il 9,6% in termini di mancati aumenti a regime. Si parla, ovviamente, di medie, ma il risultato è diverso a seconda della busta paga. L’impiegato-tipo ha visto una perdita pari a 2.750 euro annui. Secondo la Corte dei Conti, un dipendente ministeriale ha perso, in termini di mancato aumento salariale, circa 2.700 euro lordi all’anno; un dirigente di seconda fascia 8.372 euro annui; i vertici amministrativi arrivano in media poco sopra i 18mila euro lordi; per i dirigenti di prima fascia degli enti pubblici non economici (Inps, Aci, Istat e così via) si sfiora quota 20mila euro.

A quanto ammonteranno le rivalutazioni?

Ad oggi esistono solo due certezze. Innanzitutto il Governo non potrà più prorogare, anche per l’anno prossimo, il blocco dei contratti pubblici, pena sarebbe un sicuro ricorso al giudice da parte dei dipendenti.

In secondo luogo, l’occasione per rivedere in aumento gli stipendi sarà la prossima legge di Stabilità, in occasione della quale si dovrà trovare anche la copertura economica. Infatti, il rinnovo dei contratti farebbe crescere la spesa pubblica di circa l’1% (in cifre, si parla di una maggiore spesa per 1,7 miliardi nel 2016, 4,1 nel 2017 e 6,6 nel 2018).

Si dovrà comunque riaprire il negoziato con i sindacati per il rinnovo del triennio 2016-2018 sulla base dell’indice di inflazione programmata Ipca (1% nel 2016, 1,9% nel 2017, 1,8% nel 2018). In cifre, questo si traduce in una maggiore spesa per 1,7 miliardi nel 2016, 4,1 nel 2017 e 6,6 cumulati nel 2018.

La rivalutazione già da gennaio 2015

Se anche la Corte Costituzionale ha salvato dalla mannaia le prime due leggi che avevano decretato il blocco degli stipendi, è stata tuttavia dichiarata incostituzionale l’ultima proroga, quella del Governo Renzi relativa a tutto il 2015. Risultato: poiché le norme dichiarate incostituzionali decadono già dal giorno della pubblicazione della sentenza, ai dipendenti pubblici spetta già il recupero dell’adeguamento degli ultimi cinque mesi del 2015 (anno in cui l’Ipca programmata è 0,4%).

La contrattazione collettiva farà il resto. L’auspicio formulato dalla Corte dei conti è quello di una ricomposizione delle future retribuzioni tenendo in maggior conto della premialità e del merito e non solo, com’è avvenuto finora, su componenti fisse o continuative che valgono per quasi la totalità dell’assegno.

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