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Buca visibile e prevedibile, il Comune non risarcisce

25 giugno 2015


Buca visibile e prevedibile, il Comune non risarcisce

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 giugno 2015



Ostacoli su strade e marciapiedi: per evitare fosse, buche e pericoli vari il pedone deve osservare l’ordinaria diligenza, altrimenti il risarcimento del danno viene negato.

Solo se l’ostacolo non è visibile e non è prevedibile, e quindi costituisce un’insidia o un trabocchetto, il Comune è tenuto a risarcire il danno al pedone caduto a terra: la prova, però, tanto del pessimo stato di manutenzione del marciapiedi, quanto della non visibilità del pericolo deve essere data dal danneggiato. Lo ha detto la Corte di Appello di Lecce [1].

Secondo i giudici pugliesi di secondo grado, il Comune non può essere condannato a pagare i danni tutte le volte in cui il cittadino inciampi e si faccia male, seppur a causa delle pessime condizioni del marciapiede, quando il pericolo sia allo stesso tempo visibile e prevedibile.

Cosa si intende per “prevedibilità”?

La risposta è proprio nella sentenza in commento. La Corte ha ritenuto, nel caso di specie, il pericolo “prevedibile” perché la signora danneggiata abitava a pochi metri dal punto della caduta e quindi non poteva non sapere del marciapiede dissestato.

La prevedibilità, dunque, ricorre tutte le volte in cui l’ostacolo sia già noto al pedone o comunque gli dovrebbe essere noto usando l’ordinaria diligenza.

note

[1] C. App. Lecce, sez. Taranto sent. n. 82 del 19.02.2015.

Autore immagine: 123rf com

Corte d’appello di Taranto – Sezione civile – Sentenza 19 febbraio 2015 n. 82

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte di Appello di Lecce – Sezione distaccata di Taranto – Sezione Civile – composta dai Signori:

1) Dott. Riccardo ALESSANDRINO – Presidente 2) Dott. Franco MOREA – Consigliere
3) Dott. Marina C. COSENZA – Consigliere REL. ha pronunziato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. 459 del Ruolo Generale delle cause dell’anno 2010, trattata e passata in decisione all’udienza di trattazione del 3/10/2014

TRA

Pe.Co., nata (…) ed ivi residente, elettivamente domiciliata in Taranto presso lo studio legale dell’avv. Co.Se. che la rappresenta e difende in virtù di mandato a margine dell’atto di citazione in appello

– APPELLANTE –

E

COMUNE DI TARANTO (…), in persona del Dirigente della Direzione Affari Generali ed Istituzionali del Comune di Taranto – dott.ssa An.Fo. – rappresentato e difeso dall’Avv. An.Bu. – in sostituzione del precedente difensore avv. Gi.Pi. – in virtù dell’art. 22 dello Statuto Comunale, elettivamente domiciliato in Taranto, alla via Lazio n. 45, presso l’Avvocatura Comunale come da mandato a margine della comparsa di costituzione di nuovo difensore depositata in Cancelleria il 1/10/2014

– APPELLATO –
I procuratori delle parti precisano le conclusioni come da verbale d’udienza del 3/10/2014. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione in data 6.12.2010, ritualmente notificato, Pe.Co. interponeva appello avverso la sentenza emessa dal giudice monocratico presso il Tribunale di Taranto l’11.12.2009, con cui era stata rigettata la domanda risarcitoria proposta da essa appellante per i danni riportati a seguito di caduta sulla pubblica via occorsa in data 23.1.2004, asseritamente causata dallo sgretolamento di alcune mattonelle che rivestivano il marciapiedi

sui cui camminava, sulla via Cesare Battisti in Taranto. Si costituiva e resisteva il Comune di Taranto.

La causa era riservata per la decisione all’udienza del 3.10.2014, sulle rassegnate conclusioni e previa concessione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente, va respinta l’eccezione di inammissibilità sollevata dal Comune, giacché la modifica dell’art. 327 c.p.v. per cui l’appello non può proporsi “dopo decorsi sei mesi dalla pubblicazione della sentenza” riviene dall’art. 46, co. 17, L. 18.6.2009, n. 69, in vigore dal 4.7.2009 ed applicabile ai giudizi instaurati successivamente a tale data (ex art. 58 co. 1, L. 69/2009 cit.) tra cui non rientra quello in esame, iscritto a ruolo nel luglio 2005. Con il primo motivo di gravame, si censura la sentenza nella parte in cui ha valutato, con esito, negativo, le risultanze istruttorie. Il motivo è infondato.

Nella specie, alla luce dell’espletata istruttoria, non è possibile individuare con termini sufficientemente tranquillizzanti la cosa che avrebbe determinato la caduta dell’attrice. Invero, per come riferito nell’atto di citazione e nella comparsa conclusionale, Pe.Co. ha imputato la caduta ad uno “sgretolamento” delle mattonelle del marciapiede su cui camminava, mentre dalle fotografie in atti, riconosciute dai testi, si evince che il punto B, contrassegnato da un cerchietto, presenta mattonelle non lesionate in un marciapiede caratterizzato dalla presenza di

molti rappezzamenti e di mattonelle mancanti. La teste D’E. ha dichiarato che la propria zia (l’odierna appellante) cadeva “a causa di alcune mattonelle mancanti”, aggiungendo di aver visto “il piede all’interno della mattonella”. La stessa contraddizione si rileva nella deposizione della teste Ce., non chiara in ordine alle cause della caduta, se per assenza di mattonelle o per “sgretolamento” delle stesse. Per come appena descritto, parte appellante ha mutato progressivamente la causa che ha determinato la sua caduta, imputandola dapprima allo “sgretolarsi” sotto i suoi piedi delle mattonelle, poi all’assenza delle stesse in alcuni punti. Inoltre, non può essere obliterata la circostanza che, a seguito di verifiche compiute dalla Polizia Municipale del Comune di Taranto (cfr. missiva del 7.10.2005 in fascicolo di primo grado appellante), è emerso che il luogo dell’occorso era all’altezza del civico n. 139 della Via Cesare Battisti, praticamente quasi di fronte all’abitazione della Pe., allocata in via (…). E’, pertanto, verosimile che la Pe. conoscesse bene le condizioni della strada in questione, considerato che viveva praticamente lì, di modo che doveva essere ben consapevole delle eventuali insidie presenti sul marciapiede e avrebbe dovuto prestare la massima diligenza esigibile nell’usare il bene pubblico. Oltretutto, il sinistro si verificò alle ore 12,00 circa, in una giornata di sole (cfr. teste D’E.), pertanto in condizioni di visibilità ottime.

L’art. 2043 c.c. invocato in prime cure dalla Pe., ove applicato al caso de quo impone, nell’osservanza della norma primaria del neminem laedere, di far si che il luogo aperto al pubblico non integri per l’utente una situazione di pericolo occulto: una responsabilità è, pertanto, configurabile a condizione che venga provata dal danneggiato l’esistenza di una situazione insidiosa, caratterizzata dal doppio e concorrente requisito della non visibilità

oggettiva del pericolo e della non prevedibilità soggettiva dello stesso. Le peculiarità dell’occorso per come emerse dall’istruzione probatoria evidenziano che la insidia dedotta era pienamente visibile e prevedibile da parte di soggetto che abitava a pochissima distanza dalla stessa, sicché più accorto avrebbe dovuto essere l’incedere dell’appellante in ragione del prioritario principio di autoresponsabilità.

Neppure può ritenersi sussistente una responsabilità ex art. 2051 c.c.: la disposizione dell’art. 2051 c.c. configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, per la cui sussistenza è necessario che ricorra, e sia stato provato dal danneggiato, il nesso materiale tra la res che taluno abbia in custodia e il danno da essa arrecato; tale nesso va escluso in tutte le ipotesi in cui l’evento dannoso sia, invece, riferibile al caso fortuito. Una siffatta ipotesi é da ritenere sussistente anche ove lo stesso evento sia esclusivamente ascrivibile alla condotta del danneggiato, che abbia interrotto il rapporto eziologico tra res e danno (cfr., ex multis, Cass. 5578/2003, Cassazione civile, sez. III, 20/11/2009, n. 24529). In particolare, la S.C. ha evidenziato che “in tema di danno da cose in custodia, nel caso in cui l’evento di danno sia da ascrivere esclusivamente alla condotta del danneggiato, il quale abbia interrotto il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno, si verifica un’ipotesi di caso fortuito che libera il custode dalla responsabilità di cui all’art. 2051 c.c.” (Cassazione civile sez. VI, 09 gennaio 2013, n. 378).

Il giudizio sull’autonoma idoneità causale del fattore esterno, estraneo alla cosa, va ovviamente adeguato alla natura della cosa ed alla sua pericolosità, nel senso che quanto meno essa è intrinsecamente pericolosa e quanto più la situazione di possibile pericolo è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione delle normali cautele da parte dello stesso danneggiato, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo (costituente fattore esterno) nel dinamismo causale del danno, fino ad interrompere il nesso eziologico tra cosa e danno e ad escludere, dunque, la responsabilità del custode ai sensi dell’art. 2051 c.c. (Cass. 584/2001). Deve rilevarsi che, per l’applicazione dell’art. 2051 c.c., è necessario che il danno sia stato arrecato “dalla cosa”. Sussiste questo requisito quando la cosa in custodia non entra come mera occasione nel processo produttivo del danno, ma è essa stessa causa o concausa del danno: o perché arrecato dalla cosa direttamente, a causa del suo intrinseco potere, oppure perché arrecato da un agente o processo dannoso insorto od eccitato nella cosa. Nel caso in esame, deve escludersi che il danno sia stato arrecato direttamente dalla cosa, ovvero da un agente dannoso insorto in essa, essendo esso conseguente alla caduta, astrattamente ascrivibile ad una pluralità di ipotetici fattori causali (disattenzione, autonoma condotta della vittima dell’infortunio). In tema di danno cagionato da cose in custodia, il giudizio sulla pericolosità della cosa inerte va, infatti, formulato in relazione alla sua normale interazione con la realtà circostante (Cassazione civile, sez. II, 09/12/2009, n. 25772, conf. Cassazione 16527/03; 584/01 e 6767/01); nella specie, la caduta da cui sono derivati i danni sarebbe stato possibile evitare adottando la particolare attenzione dovuta “nell’uso ordinario e diretto del bene demaniale, per salvaguardare la propria incolumità” (C. Cost. 156/1999).

Con l’ultimo motivo, si duole l’appellante della condanna alle spese processuali: la doglianza è infondata, essendosi il primo giudice limitato a fare corretto uso del principio della soccombenza; secondo la S.C., infatti, in tema di spese processuali, solo la compensazione deve

essere sorretta da motivazione, non già. l’applicazione della regola della soccombenza cui il giudice si sia uniformato (cfr., ex plurimis e da ultimo: Cassazione civile sez. VI, 28/04/2014, n. 9368). Conclusivamente, l’appello va rigettato.

Le spese di questo grado seguono la soccombenza e vengono liquidate, secondo i nuovi parametri ministeriali 2014, disciplinati dal DM 55/2014, nella misura di cui in dispositivo, in ragione del valore della controversia e dell’attività svolta.

P.Q.M.

La Corte d’Appello di Lecce – sezione distaccata di Taranto – definitivamente pronunciando, disattesa ogni contraria istanza, eccezione e conclusione, così provvede:

1. rigetta l’appello e, per l’effetto, conferma l’impugnata sentenza;

2. condanna l’appellante alla rifusione delle spese di questo grado, liquidate in complessivi Euro 1.889,00, oltre spese generali al 15% e accessori come per legge.

Così deciso in Taranto il 7 gennaio 2015. Depositata in Cancelleria il 19 febbraio 2015.

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