Diritto e Fisco | Editoriale

Rossella Orlandi (Ag. Entrate): è ora di dimettersi


> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 giugno 2015



L’Agenzia delle Entrate incassa condanne e brucia i soldi dello Stato per la mancata riscossione: le nomine a dirigente dei funzionari senza concorso e lo scandalo aperto dalla Corte Costituzionale; gli anatema del direttore e i retromarcia. Chi pagherà per tutto questo?

Se è vero che il contribuente che sbaglia, paga (tanto e subito); che l’Agenzia delle Entrate, quando commette un errore, paga anch’essa (le spese processuali); dovrebbe essere altrettanto vero che il direttore dell’Agenzia delle Entrate, quando anch’ella sbagli, debba rispondere delle conseguenze del proprio operato.

Rossella Orlandi, appunto attuale direttore dell’Agenzia delle Entrate, ben sapeva – e non potrebbe essere altrimenti – che  767 funzionari dei propri uffici territoriali erano stati promossi alla qualifica di dirigente senza aver sostenuto un pubblico concorso. A questo personale è stato tuttavia consentito di svolgere attività della massima importanza, incidendo su diritti soggettivi di famiglie e imprese (chissà chi ne avrà verificato la preparazione e le competenze): e ciò nonostante alcuni tribunali [1], tra cui la stessa Corte dei Conti, avessero già intuito che la questione delle nomine dei funzionari delle Entrate presentava evidenti profili di illegittimità (l’articolo 97 della Costituzione stabilisce che, ai posti pubblici, si accede solo tramite concorso).

Anche di questo era a conoscenza la Orlandi. Così come sapeva che più di due anni fa, il Consiglio di Stato, con un ricorso iniziato nel lontano 2011, aveva subodorato puzza di bruciato, invitando la Corte Costituzionale a pronunciarsi sulla questione.

Tutto questo, ai contribuenti, però, è stato sottaciuto e si è continuato ad operare con avvisi di accertamento “precari”, instabili, su cui pendeva la possibilità di una radicale nullità.

Non è tutto. La Orlandi sapeva che tutte le “profezie” dei tribunali di merito sono evvettivamente realizzate:  la Corte Costituzionale, qualche mese fa, ha ritenuto illegittime le predette nomine a dirigente, aprendo così lo spiraglio alla dichiarazione di nullità dei relativi atti.

A questo punto, però, e solo a questo punto, quando i media ormai avevano diffuso ai quattro venti la notizia, il direttore dell’Agenzia ha deciso di rompere il silenzio. Ma in che modo? Diffidando i contribuenti dall’intraprendere i ricorsi per impugnare gli atti: “soldi sprecati” – aveva sentenziato – gettati in pasto a professionisti senza scrupoli.

Evidentemente le cose non stavano così e le cronache giudiziarie di questi giorni ce lo stanno dimostrando: non si contano ormai più le sentenze delle Commissioni Tributarie che danno ragione ai contribuenti. Anche in secondo grado, la CTR Lombardia ha bacchettato già due volte l’operato dell’Agenzia delle Entrate, annullando gli atti di accertamento notificati ai contribuenti che vengono dichiarati radicalmente nulli e insanabili.

Tralasciando l’opportunità delle esternazioni della Orlandi che, benché rivesta anche il ruolo di “controparte processuale” dei contribuenti, a loro si è rivolta pubblicamente, sfruttando così il proprio ruolo istituzionale per dare maggiore enfasi alla propria posizione: una posizione, peraltro, mai supportata da tesi giuridiche poiché, agli anatema, non sono mai seguite le spiegazioni delle ragioni giuridiche secondo cui la sua tesi doveva essere giustificata. No, solo “inviti” generici a stare lontani dalle aule dei tribunali. Per fortuna nessuno l’ha ascoltata.

Ed oggi, comprendiamo più facilmente le ragioni di tali esternazioni, visto che l’Agenzia delle Entrate viene sempre più spesso condannata dai tribunali di primo e secondo grado. L’Orlandi potrà dire che non c’è ancora giurisprudenza della Cassazione ad aver messo il punto sulla questione, ma il direttore di certo sa quali sono le conseguenze, nel frattempo, di un generalizzato ricorso all’impugnazione degli atti che, come detto, vengono puntualmente annullati: conseguenze per i conti pubblici che, di certo, un operato più prudente, da parte dell’Agenzia delle Entrate, avrebbe certamente evitato.

Insomma, i contribuenti pagano oggi anche per gli errori dell’amministrazione finanziaria.

La Orlandi saprà, allora, che la Commissione Tributaria Regionale di Milano, qualche giorno fa [4], ha intravisto, in tutto questo, la possibilità di una responsabilità contabile e penale. I giudici si sono giustamente posti il dubbio se, per tale comportamento posto dall’Agenzia delle Entrate, possano scattare i presupposti del danno erariale costituito dal mancato introito per l’annullamento degli avvisi di accertamento oggetto del contenzioso. La Commissione Tributaria ha ritenuto di essere in obbligo di informare la Procura della Corte dei conti per eventuali responsabilità per danno erariale a seguito della perdita del gettito fiscale.

A questo punto, una timida osservazione, dalle pagine di un timido giornale. Quando una cartella esattoriale presenta dubbi evidenti di illegittimità viene “sospesa”: la sospende il giudice o anche la stessa Equitalia, in attesa di maggiori chiarimenti [5]. E forse, per similitudine, sarebbe il caso di applicare la stessa regola alla poltrona di direttore dell’Agenzia delle Entrate. Le dimissioni dellA Orlandi sono un atto dovuto sia nei confronti dei contribuenti, che della nazione: in un momento in cui si chiede ai cittadini il massimo rispetto delle regole, sarebbe opportuno che le istituzioni inizino a dare il buon esempio.

note

[1] Tar Lazio sent. n. 6884 del 1.08.2011. Corte dei Conti, sent. n. 31/2008. CTP Messina, sent. n. 128/20013.

[2] Cons. Stato, sez. IV, sent. n. 3812/2012 del 27.06.2012.

[3] C. Cost. sent. n. 37 del 17.03.2015.

[4] CTR Lombardia sent. n. 2842/01/2015.

[5] Legge n. 228/2012, Art. 1, commi 537 e seguenti.

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