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Se il contribuente vince la causa non ottiene subito i soldi


Se il contribuente vince la causa non ottiene subito i soldi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 giugno 2015



Disparità di trattamento tra Agenzia delle Entrate e contribuente: per ottenere il rimborso delle imposte pagate in eccedenza, il ricorrente deve attendere il passaggio in giudicato della sentenza; se invece la sentenza è di rigetto, essa è immediatamente esecutiva.

Nelle cause contro il fisco la nostra legge prevede un’assurda asimmetria di tutela: infatti, se a vincere il giudizio è l’Agenzia delle Entrate, a prescindere dall’esistenza di un eventuale appello proposto da parte del contribuente, la pronuncia è immediatamente esecutiva. Questo significa che lo Stato può iniziare a intraprendere le azioni esecutive e il pignoramento se il contribuente non versa immediatamente l’importo liquidato dalla Commissione tributaria all’esito del ricorso. Stesso discorso, a maggior ragione, vale ancor prima dell’uscita della sentenza: le cartelle di Equitalia e gli avvisi di pagamento, infatti, sono immediatamente esecutivi se non interviene la cosiddetta “sospensiva” alla prima udienza, il provvedimento cioè con cui il giudice sospende l’efficacia dell’atto impugnato, impedendo la possibilità di un’esecuzione forzata in attesa della decisione finale. Solo se interviene la sospensiva il ricorrente può dormire sonni tranquilli fino all’uscita della sentenza.

Viceversa, quando è il contribuente a vincere il giudizio, le regole cambiano totalmente e questi non ha diritto alla restituzione delle somme reclamate col ricorso se prima non interviene il cosiddetto “passaggio in giudicato” della sentenza, ossia la decisione dei giudici deve diventare definitiva e non essere più impugnabile. Tale situazione si verifica:

– entro 60 giorni, senza che intervenga impugnazione: se la sentenza viene notificata alla controparte (ossia, se il difensore del contribuente provvede a comunicare l’esito del giudizio al fisco);

– entro 6 mesi dalla pubblicazione della sentenza, senza che intervenga impugnazione: se la predetta notifica non viene effettuata.

Infatti, nelle liti derivanti da istanze di rimborso di tributi pagati in eccesso dal contribuente [1], intraprese da quest’ultimo contro i provvedimenti di diniego (esplicito o tacito) delle istanze stesse, il ricorrente ha diritto alla restituzione delle somme erroneamente versate solo dopo la definitività del provvedimento di accoglimento del ricorso. In pratica, se l’Agenzia delle Entrate propone appello, il contribuente è destinato a vedere rinviata, di molti anni, la possibilità di ottenere il proprio denaro.

Per evitare questa situazione di disparità tra fisco e cittadino, il Governo sta esaminando uno schema di decreto legislativo che riformerebbe le attuali norme prevedendo espressamente che la sentenza di condanna del fisco al pagamento di somme in favore del contribuente sia immediatamente esecutiva: il ricorrente, in questo modo, potrebbe entrare subito in possesso del denaro reclamato con il ricorso.

Se la somma è superiore a 10mila euro, al cittadino potrà essere richiesto il rilascio di una garanzia fino al passaggio in giudicato della sentenza.

note

[1] Fatta eccezione per i casi tassativamente previsti dall’art. 68 del dlgs n. 546/1992 (somme derivanti da iscrizioni a ruolo definitive con riferimento alle quali l’amministrazione finanziaria, a fronte di una sentenza di annullamento del ruolo impugnato dal contribuente, è tenuta, a prescindere dalla definitività della stessa, a rimborsare al ricorrente le somme versate in pendenza di giudizio e poi riconosciute indebite).

Autore immagine: 123rf com

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