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Immobile abusivo: sequestro anche se venduto

5 Luglio 2015
Immobile abusivo: sequestro anche se venduto

La buona fede del terzo acquirente dell’immobile abusivo, benché non indagato, è irrilevante: posta l’esistenza di un pericolo, occorre soltanto accertare, ai fini del sequestro, un collegamento tra il bene oggetto della misura cautelare e il reato.

Nel caso di un immobile abusivo parzialmente completo è legittimo il sequestro preventivo anche della porzione ultimata, ciò perché la realizzazione del manufatto va considerata un’operazione complessiva; non impedisce il sequestro il fatto che l’immobile sia – al momento della applicazione della misura – di proprietà di un soggetto terzo, che, estraneo ai fatti, ne sia venuto in possesso. Il sequestro cautelare, infatti, implica un legame tra la cosa e il reato e non già tra quest’ultimo ed il suo autore.

È dunque legittimo, secondo la Cassazione [1], in base alla valutazione unitaria dell’edificio parzialmente ultimato, disporre il sequestro cautelare dell’intero fabbricato: a nulla rileva il fatto che esso, in alcune sue parti, sia suscettibile di essere considerato “completo”. A giustificare questa conclusione vi è il rilievo secondo cui – in termini di esigenza cautelare – va scongiurato il rischio che la libera disponibilità delle opere ultimate possa in qualsiasi modo agevolare il completamento di quelle ancora in via di definizione.


note

[1] Cass. sent. n. 91 del 7.01.2015.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 26 novembre 2014 – 7 gennaio 2015, n. 91
Presidente Teresi – Relatore Amoresano

Ritenuto in fatto

Con ordinanza in data 7.1.2014 il Tribunale di Rieti rigettava le istanze di riesame, proposte nell’interesse di F.G. e di A.A. , avverso il decreto di sequestro preventivo, emesso dal GIP del Tribunale di Rieti in data 18.12.2013 ed avente ad oggetto due porzioni di un fabbricato, sito nel Comune di Rieti, di proprietà di Ed.B. srl e SeSi. s.p.a., ipotizzandosi a carico degli indagati il reato di cui all’art. 44 lett. b) DPR 380/2001.
Premetteva il Tribunale che i lavori per la costruzione dell’edificio da destinare a struttura alberghiera avevano avuto inizio nell’anno 2000 in forza di concessione n.864/2000, ma che l’opera era rimasta incompiuta (nello stato di scheletro) fino al novembre del 2010. Nel novembre 2008, intanto, era stato rilasciato alla Ed.B. nuovo permesso di costruire con cambio della destinazione d’uso da alberghiera a struttura ricettiva temporanea per studenti. Non essendo stati iniziati i lavori nel termine di un anno, il Comune in data 18.11.2010 aveva dichiarato decaduto il permesso di costruire.
In data 26.11.2010, però, la Ed.B. presentava al Comune una SCIA con cui si comunicava la realizzazione di opere esterne, divisioni interne, impianti tecnologici, pavimenti e rivestimenti, quali “interventi in corso di esecuzione o eseguiti ex art.37 commi 4 e 5 DPR 380/2001”.
A seguito di ulteriore richiesta, il Comune di Rieti, in data 15.5.2011, rilasciava alla Ed.B. permesso di costruire n.1531 per il completamento dell’edificio da destinare a studentato ed in data 30.5.2011 veniva concessa, previo frazionamento dell’originaria particella, l’agibilità per la porzione di immobile ultimata, destinata alla vendita alla Provincia di Rieti attraverso leasing finanziario.
Successivamente la Provincia di Rieti presentava richiesta di parere preventivo di ammissibilità idraulica del progetto di cui alla concessione edilizia del 18.5.2011 per la parte di immobile diventata di sua proprietà. L’ARDIS in data 11.4.2013 esprimeva parere contenente prescrizioni relative al piano interrato, che risultavano, però, alla data del sequestro, disattese, rendendo quindi di fatto inefficace il N.O..
Il GIP aveva ritenuto sussistente il fumus dei reati ipotizzati, in quanto, a parte i profili di illegittimità delle opere non riportati nella contestazione, con riferimento alla porzione di fabbricato di proprietà della Provincia di Rieti, il N.O. ARDIS era inefficace, mentre per l’altra porzione di fabbricato il N.O. non era stato neppure richiesto.
Secondo il GIP sussisteva il periculum in mora, sia perché le opere non risultavano ultimate, sia, comunque, per l’aggravio del carico urbanistico.
Tanto premesso riteneva il Tribunale infondate le doglianze degli istanti.
In particolare, quanto, alla posizione del terzo interessato Provincia di Rieti, di cui riconosceva la legittimazione a proporre la richiesta di riesame, riteneva il Tribunale che ricorrendo, le condizioni ex art. 321 c.p.p. per l’adozione del sequestro, fosse irrilevante la buona fede del terzo acquirente. Peraltro la Provincia di Rieti, non versava neppure in buona fede in quanto, oltre alle plurime ragioni di illegittimità evidenziate dal GIP, il contratto di leasing era stato sottoscritto in data 15.12.2009, quando già il Comune aveva dichiarato la decadenza della Ed.B. dal permesso di costruire n.982 e prima del rilascio del nuovo permesso di costruire n.1531 del 2011.
In ordine al periculum, secondo il Tribunale l’opera non risultava ancora completata, dovendo essa essere considerata unitariamente, per cui era giustificata l’adozione di sequestro per l’intero immobile.
In ogni caso doveva ritenersi sussistente l’ipotizzato aggravio del carico urbanistico, trattandosi di un edificio di mq.5.500,00, con capacità ricettiva altissima.
2. Ricorre per Cassazione il difensore e procuratore speciale di F.G. , quale legale rappresentante pro tempore della Provincia di Rieti, denunciando, con il primo motivo, la violazione di legge in relazione agli artt.321 e 324 c.p.p., non sussistendo il periculum in mora in quanto la porzione di fabbricato oggetto di sequestro risultava già ultimata.
I lavori di completamento della porzione di fabbricato destinato a convitto, realizzati in forza di permesso di costruire n.982/2008 e n. 1531/2011, sono stati ultimati in data 30.5.2011 (come da comunicazione di fine lavori, acquisita agli atti e collaudo del 18.7.2011).
Non sussistevano, pertanto, le esigenze cautelari di cui all’art. 321 c.p.p..
Con il secondo motivo denuncia la violazione di legge in relazione agli artt.321 e 324 c.p.p., avendo il Tribunale individuato il periculum in modo diverso da quello prospettato dal P.M..
Il P.M. aveva individuato il periculum, in relazione alla porzione di fabbricato di proprietà della Soc. Leasint, con riferimento al piano SI, particolarmente esposto al rischio di esondazione del fiume Velino, stante il mancato rispetto delle prescrizioni dell’ARDIS.
Il GIP, diversificando, aveva ravvisato il periculum, per la porzione di fabbricato ancora da ultimare e da destinare a scuola, nell’impatto sul carico urbanistico, e per il piano seminterrato della porzione di fabbricato già adibita a convitto nel rischio di esondazione del fiume Turano.
Il Tribunale, valutando unitariamente le diverse porzioni del fabbricato, ha individuato il periculum nella prosecuzione delle opere non ultimate, appartenenti però ad altro soggetto e, comunque, con l’aggravio del carico urbanistico. Vengono quindi abbandonati i motivi di pubblica sicurezza, prospettati dal P.M..
La motivazione è comunque erronea nella parte in cui ritiene sussistente un collegamento funzionale tra l’unità immobiliare di proprietà della Provincia adibita a convitto e quella di proprietà della Ed.B., non ancora ultimata.
Con il terzo motivo denuncia la violazione di legge in relazione all’art.125 comma 3 c.p.p., avendo il Tribunale motivato in modo apparente in relazione all’aggravio del carico urbanistico.
Pur volendo aderire all’indirizzo giurisprudenziale che ritiene legittimo disporre il sequestro anche nell’ipotesi di ultimazione delle opere, è necessario che venga fornita adeguata motivazione in ordine alle conseguenze antigiuridiche della libera disponibilità del bene. Il Tribunale ha omesso ogni riferimento ai requisiti di concretezza ed attualità del periculum. Il piano seminterrato della porzione di fabbricato, di proprietà della Soc.Leasint s.p.p., già completato, non può determinare alcun aggravio del carico urbanistico, essendo al servizio del convitto.
Con il quarto motivo denuncia la violazione ed erronea applicazione dell’art.125 comma 3 c.p.p., avendo il Tribunale, con motivazione apparente, eluso sostanzialmente i rilievi difensivi in ordine alla buona fede della Provincia di Rieti, soggetto terzo, detentore qualificato della porzione di immobile sequestrato.
Il Tribunale ha fatto proprio un orientamento giurisprudenziale non univoco, secondo cui il sequestro preventivo può essere disposto anche nei confronti di un terzo in buona fede.
In ogni caso, ha erroneamente escluso la buona fede della Provincia di Rieti. I motivi di illegittimità dei titoli abilitativi cui fa riferimento il Tribunale risultano inficiati dalla valutazione unitaria degli interventi da eseguirsi sull’intero fabbricato. La Provincia di Rieti è interessata soltanto alla porzione di fabbricato di proprietà della Leasint, della quale è conduttrice in forza di contratto di leasing; mentre è del tutto indifferente rispetto al completamento dei lavori sull’altra porzione di fabbricato di proprietà della Ed.B..
Rispetto alla porzione di fabbricato adibita a convitto i titoli abilitativi sono legittimi e conformi agli strumenti urbanistici; di tale legittimità non hanno dubitato né l’Agenzia del territorio, né il Notaio rogante.
Quanto all’altro elemento indicato dal Tribunale, a sostegno della mala fede del terzo (vale a dire la sottoscrizione del preliminare di vendita prima del rilascio del permesso di costruire n. 982/2008), si omette di considerare che, a norma dell’art. 5 del contratto, l’efficacia del preliminare era subordinata alla condizione sospensiva del rilascio dei provvedimenti abilitativi anche sotto il profilo del mutamento della destinazione d’uso.
In ordine, infine, alla sottoscrizione del contratto di leasing dopo che il Comune aveva già dichiarato la decadenza del permesso di costruire n.982, il Tribunale non tiene conto che dagli atti non risulta che la Provincia fosse stata, sia pure informalmente, informata di siffatta decadenza.
Con il quinto motivo denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art.321 c.p.p. e 44 DPR 380/2001, non essendo l’attività edificatoria, oggetto del reato ipotizzato, riconducibile alla Provincia (gli aspetti di illegittimità dei titoli abilitativi non riguardano infatti il piano seminterrato).
Con il sesto motivo, infine, denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 321 c.p.p. e degli artt.1376, 1140 e 832 c.c., in quanto il disposto sequestro impedisce l’uso dei locali del seminterrato (adibiti a deposito biancheria, deposito attrezzature ed arredi, magazzino per derrate alimentari non deperibili, posti macchina, celle frigorifere, spogliatoi e servizi), indispensabili per il funzionamento del convitto.

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato e va, pertanto, rigettato.
2. In ordine al “fumus commissi delicti” (peraltro non oggetto di specifica doglianza da parte del ricorrente, soggetto non indagato), il Tribunale con motivazione pertinente ed adeguata, ha accertato che le opere erano state realizzate in assenza di titoli abilitativi legittimi, stante la mancata acquisizione del N.O. dell’ARDIS e, quanto alla porzione di fabbricato ultimata, anche dei VV.FF. Inoltre il completamento delle opere era avvenuto in mancanza di un titolo efficace, in quanto il permesso di costruire del 2008 era decaduto, la richiesta di proroga era stata rigettata e la SCIA non era idonea a consentire la realizzazione di lavori di quel tipo (erano state realizzate facciate esterne in precedenza inesistenti).
Ha osservava ancora il Tribunale che l’efficacia del parere dell’ARDIS era indiscutibilmente condizionato all’adempimento delle prescrizioni.
3. In relazione al periculum i rilievi del ricorrente riguardano: a) l’ultimazione delle opere in relazione all’immobile di pertinenza della Provincia di Rieti e, comunque, l’insussistenza dell’aggravio del carico urbanistico; b) l’individuazione del periculum in modo difforme dalla richiesta cautelare avanzata dal P.M..
3.1. A norma dell’art.309 comma 9 c.p.p. (richiamato dall’art.324 comma 7 c.p.p.) “il Tribunale può annullare il provvedimento impugnato o riformarlo in senso favorevole all’imputato anche per motivi diversi da quelli enunciati ovvero può confermarlo per ragioni diverse da quelle indicate nella motivazione del provvedimento stesso”.
E, secondo la giurisprudenza di questa Corte, il potere-dovere attribuito al giudice del riesame dall’art.309, comma nono, ultima parte, cod.proc.pen., di confermare le ordinanze impugnate “per ragioni diverse da quelle indicate nella motivazione del provvedimento stesso” non è esercitabile solo quando la motivazione di quest’ultimo sia radicalmente assente o meramente apparente, dovendo in tali ipotesi, essere rilevata la nullità del provvedimento impugnato per violazione di legge (Cass.pen. sez. 2 n.12537 del 4.12.2013).
È illegittima, pertanto, l’ordinanza con cui il Tribunale, in sede di riesame del sequestro preventivo disposto su conforme richiesta del pubblico ministero ai sensi del primo comma dell’art. 321 cod.proc.pen., confermi la misura cautelare reale per finalità del tutto diverse, atteso che in tal modo lo stesso non si limita – come è nel suo potere – ad integrare la motivazione del decreto impugnato, ma sostanzialmente adotta un diverso provvedimento di sequestro in pregiudizio del diritto al contraddittorio dell’interessato” (Cass. sez. 6 n.30109 del 12.7.2012).
3.1.1. Il GIP, con riguardo alla porzione di edificio di proprietà dell’Ed.B. srl, non essendo le opere ultimate, aveva ritenuto concreto il pericolo che la libera disponibilità delle stesse potesse agevolare la prosecuzione dei lavori e che in ogni caso, anche a voler considerare ultimate le opere, sussistesse indiscutibilmente, per la destinazione d’uso (convitto) e per le notevoli dimensioni (edificio di sei piani), un rilevante aggravio del carico urbanistico.
Quanto alla parte dell’edificio di proprietà della Leasint s.p.a., già ultimato ed adibito a convitto, il requisito del periculum era rappresentato (limitatamente al piano seminterrato) dal rischio dall’elevato rischio di esondazione del fiume (…), stante il mancato rispetto delle prescrizioni dell’Ardis (in particolare l’entrata del piano seminterrato si trovava a quota inferiore a quella indicata dall’Autorità di Bacino come quota di sicurezza in relazione a possibili esondazioni).
Il Tribunale si è limitato a precisare e ad integrare la motivazione del provvedimento del GIP, partendo correttamente dalla valutazione “unitaria” dell’immobile.
Con accertamento in fatto, adeguatamente argomentato, ha rilevato, infatti, che ci si trovava in presenza di un unico edificio, “la cui realizzazione sottende un’operazione economico-giuridica complessiva, penalmente ascritta agli stessi soggetti, anche se l’iter che ha condotto all’ultimazione di una prima sua porzione e all’avvio dei lavori di completamento della seconda si è suddiviso in due segmenti paralleli” (pag.13 ord.).
Assume, quindi, il Tribunale che gli illeciti edilizi, posti in essere, erano relativi all’intero immobile, a prescindere dal fatto che soltanto una parte fosse stata già ultimata ed una parte ancora in via di ultimazione. Il che giustificava ampiamente l’adozione della misura cautelare estesa all’intero immobile, trattandosi di condotta ancora permanente in relazione ad un’opera, nel suo complesso, non ancora ultimata.
Tale assunto risulta corretto in diritto ed adeguatamente argomentato in fatto.
Sotto il primo profilo va rilevato che, secondo consolidata giurisprudenza di questa Corte, anche quando risulti realizzato un immobile in totale difformità dal titolo abilitativo (stante la realizzazione di un corpo di fabbrica ulteriore) è consentito il sequestro preventivo dell’intero edificio e non soltanto della parte edificata in eccedenza rispetto al progetto approvato (cfr. ex multis Cass. sez. 3 n.28065 del 9.2.2011, Rv. 260627; Cass. sez. 3 n.1104 di 18.3.1999, Rv. 213744).
Sotto il secondo profilo, il ricorso ex art.325 cod.proc. pen. può essere proposto soltanto per violazione di legge.
E, secondo le Sezioni Unite di questa Corte (sentenza n.5876 del 28.1.2004, P.C. Ferazzi in proc. Bevilacqua, Rv. 226710), nella nozione di “violazione di legge” rientrano la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, quali ad esempio l’art.125 c.p.p., che impone la motivazione anche per le ordinanze, ma non la manifesta illogicità della motivazione, la quale può denunciarsi nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico ed autonomo motivo di ricorso dall’art.606 lette) c.p.p. Tali principi sono stati ulteriormente ribaditi dalle stesse Sezioni Unite con la sentenza n.25932 del 29.5.2008-Ivanov,Rv. 25932, secondo cui nella violazione di legge debbono intendersi compresi sia gli “errores in iudicando” o “in procedendo”, sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidonee a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice.
Ma, come si è visto, la motivazione sulla “unitarietà” dell’immobile non può dirsi certo apparente o apodittica.
3.1.2. In ogni caso, ha rilevato il Tribunale, anche a voler scomporre la parte dell’edificio ultimata da quella non ancora completata, sussisteva concreto il pericolo che la libera disponibilità del bene potesse pregiudicare gli interessi attinenti alla gestione del territorio ed incidere pesantemente sul carico urbanistico, trattandosi della realizzazione di “un edificio di ben mq.5.500, con capacità ricettiva altissima, unico del territorio del Comune e della Provincia di Rieti per dimensioni e potenzialità” (pag. 14 ord.).
Anche sul punto il Tribunale ha fatto corretta applicazione dei principi enunciati da questa Corte.
In ordine al “periculum”, invero, non c’è dubbio che esso debba presentare i caratteri della concretezza e dell’attualità. In tal senso si sono pronunciate espressamente le Sezioni Unite (Cass. Sez., U. 14.12.1994 – Adelio), sottolineando che, “ancorché manchi per le misure cautelari reali una previsione esplicita di concretezza come quella codificata per le misure sulla libertà personale alla lettera c) dell’art. 274 c.p.p., è nella fisiologia del sequestro preventivo di cui all’art. 321 c.p.p., quale misura anch’essa limitativa di libertà costituzionalmente garantite, che il pericolo debba essere contrassegnato dalla effettività e dalla concretezza. Pertanto, spetta al giudice di merito con adeguata motivazione compiere una attenta valutazione del pericolo derivante dal libero uso della cosa pertinente all’illecito penale. In particolare, vanno approfonditi la reale compromissione degli interessi attinenti al territorio ed ogni altro dato utile a stabilire in che misura il godimento e la disponibilità attuale della cosa da parte dell’indagato o di terzi possa implicare una effettiva ulteriore lesione del bene giuridico protetto, ovvero se l’attuale disponibilità del manufatto costituisca un elemento neutro sotto il profilo della offensività. In altri termini, il giudice deve determinare, in concreto, il livello di pericolosità che la utilizzazione della cosa appare in grado di raggiungere in ordine all’oggetto della tutela penale, in correlazione al potere processuale di intervenire con la misura preventiva cautelare. Per esempio, nel caso di ipotizzato aggravamento del c.d. carico urbanistico va delibata in fatto tale evenienza sotto il profilo della consistenza reale ed intensità del pregiudizio paventato, tenendo conto della situazione esistente al momento dell’adozione del provvedimento coercitivo” (Cass. Sez. Un. n. 12878 del 2003).
Anche la giurisprudenza successiva ha costantemente ribadito che il sequestro preventivo di cose pertinenti al reato può essere adottato anche su un’opera ultimata, se la libera disponibilità di essa possa concretamente pregiudicare gli interessi attinenti alla gestione del territorio ed incidere sul carico urbanistico”, il pregiudizio del quale va valutato avendo riguardo agli indici di consistenza dell’insediamento edilizio, del numero dei nuclei familiari, della dotazione minima degli spazi pubblici per abitare, nonché della domanda di strutture e di opere collettive (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 6599 del 24.11.2011 ed in precedenza Cass. sez. 3 n.19761 del 25.2.2003; sez. 4 n. 15821 del 31.1.2007; Sez. 3 n. 4745 del 12.12.2007; sez. 2 n. 17170 del 23.4.2010).
3.1.3. Da una lettura complessiva della motivazione risulta che il Tribunale abbia, comunque, preso in esame anche il “periculum” connesso al rischio di esondazione del fiume, nell’esaminare e nel ritenere vincolanti le prescrizioni cui era sottoposto il N.O. dell’Ardis (cfr. pag. 11 ord.).
4. Va esaminata, infine, la dedotta “buona fede” del terzo non indagato. Va ricordato, innanzitutto, che oggetto del sequestro preventivo può essere qualsiasi bene – a chiunque appartenente e, quindi, anche a persona estranea al reato – purché esso sia, anche indirettamente, collegato al reato e, ove, lasciato in libera disponibilità, idoneo a costituire pericolo di aggravamento o di protrazione delle conseguenze del reato ovvero di agevolazione della commissione di ulteriori fatti penalmente rilevanti” (cfr. Cass. pen. sez. 5 n. 11287 del 22.1.2010; conf. Cass. pen. sez. 4 n. 32964 dell’1.7.2009; sez. 3 n. 17865 del 17.3.2009). Il sequestro preventivo non finalizzato alla confisca implica, invero, l’esistenza di un collegamento tra il reato e la cosa e non tra il reato e il suo autore, sicché possono essere oggetto del sequestro anche le cose in proprietà del terzo estraneo se la loro libera disponibilità possa favorire la prosecuzione del reato stesso “(Cass. Sez. 3 n.1806 del 4.1.2008).
Conseguentemente, in relazione al sequestro disposto ai sensi dell’art. 321 comma 1 c.p.p., da un lato, non è neppure necessario l’individuazione del responsabile del reato (cfr. Cass. pen. sez. 2 n. 19105 del 28.4.2011) e, dall’altro, è irrilevante la buona fede del terzo (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 40480/2010). È necessario, però, che si accerti, come emerge dalle pronunce sopra richiamate, il collegamento specifico del bene, oggetto del sequestro, medesimo con il reato ed il periculum in mora (e si è visto in precedenza come tali elementi debbano ritenersi sussistenti).
Peraltro, non può parlarsi neppure di buona fede del terzo non indagato, potendo questi, attraverso il ricorso alla normale diligenza, rendersi conto che si trattava di un immobile “abusivo”.
Ha evidenziato ineccepibilmente, in proposito, il Tribunale che anche l’orientamento giurisprudenziale che tende a valorizzare la buona fede del terzo, esclude la configurabilità della stessa qualora l’acquirente dell’immobile abusivo non “abbia assunto deliberatamente o per trascuratezza tutte le necessarie informazioni sulla sussistenza di un titolo abilitativo, nonché sulla compatibilità dell’immobile con gli strumenti urbanistici” (Cass. sez. 6 n. 45482/2010). A parte le plurime ragioni di illegittimità dei titoli abilitativi, il contratto di leasing era stato sottoscritto dalla Provincia di Rieti in data 15.12.2009, quando già il Comune aveva dichiarato la decadenza del permesso di costruire n. 982 e prima del rilascio del nuovo permesso di costruire n. 1531 del 2011.
I rilievi svolti sul punto dal ricorrente non colgono nel segno, in primo luogo, perché l’illegittimità dei titoli, per le ragioni in precedenza esposte, riguardava l’intero immobile e quindi anche la parte di esso di pertinenza della Provincia.
Inoltre non valeva certamente ad esonerare il terzo dall’onere di diligenza ed informazione, la circostanza che la Provincia non fosse stata resa edotta dell’avvenuta decadenza del permesso di costruire n. 982 o che l’efficacia del preliminare fosse subordinata alla condizione sospensiva del rilascio dei provvedimenti abilitativi.
Trattasi, invero, di questioni di natura civilistica che la Provincia di Rieti potrà far valere nelle competenti sedi nei confronti del dante causa.
Perfino in relazione all’ordine di demolizione dell’immobile abusivo, si è costantemente affermato che non rileva che esso sia stato alienato o locato, stante la possibilità da parte del terzo di ricorrere agli strumenti civilistici per far ricadere in capo ai soggetti responsabili dell’attività abusiva gli eventuali effetti negativi sopportati in via pubblicistica (cfr. ex multis Cass. sez. 3 n. 37051 dell’9.7.2003).

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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