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Niente divorzio breve in Comune se il figlio non dichiara l’autosufficienza

6 Luglio 2015 | Autore:
Niente divorzio breve in Comune se il figlio non dichiara l’autosufficienza

Si complica la procedura per potersi separare e divorziare presso il proprio municipio, con nuove comunicazioni che coinvolgono anche i figli maggiorenni.

 

Separazioni e divorzi: per poter usufruire della nuova procedura gratuita in Comune verrà inviata una raccomandata ai figli con cui si chiede loro una dichiarazione sull’autosufficienza. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Sul fatto che, nel complesso, la Riforma del Divorzio e della Separazione [1] abbia senz’altro apportato uno snellimento delle procedure, non v’è dubbio. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare qual è la normativa dalla quale siamo partiti: disposizioni arcaiche ed antiquate, processi infiniti, carte che giacciono per anni e anni nelle aule dei tribunali. L’Italia era ed è uno dei pochi Paesi che prevede addirittura due procedimenti differenti, quando una coppia decide di dirsi addio: non basta la procedura di separazione, ma è necessario, un secondo procedimento per la domanda di divorzio.

Con la Riforma, è stata introdotta la possibilità di separarsi e divorziare non solo in Tribunale, con la procedura consensuale o giudiziale, ma anche tramite negoziazione assistita, che può avvenire tramite i propri avvocati, o presso il Comune di residenza di uno dei due coniugi, oppure quello ove è stato celebrato il matrimonio. Inoltre, la riforma ha accorciato il periodo intercorrente tra separazione e divorzio, da 3 anni a 6 mesi, in caso di precedente separazione consensuale o negoziazione, oppure, in caso di precedente separazione giudiziale, ad 1 anno.

Partendo da una base legislativa arcaica e farraginosa, sarebbe stato certamente troppo fantasioso, anche se più che logico e sensato, immaginare un nuovo scenario con un’unica procedura, direttamente di divorzio, senza attraversare la fase della separazione. Ma, tant’è: bisogna accontentarsi di ciò che passa il convento, e ricordarsi che le leggi sono antiquate, perché antiquata è anche la mentalità di molti tra coloro che detengono il potere.

I problemi, purtroppo, non si esauriscono nel dover affrontare due procedure, ma nelle condizioni estremamente stringenti previste per poter fruire della separazione meno onerosa, ovvero quella presso il Comune: innanzitutto, niente da fare se non c’è un accordo col coniuge (non semplicissimo da raggiungere, dato che stiamo parlando di una coppia che ha deciso di lasciarsi, non di un contratto commerciale). Non se ne fa nulla, ugualmente, se la coppia ha figli minorenni, portatori di handicap, oppure maggiorenni e non economicamente autosufficienti.

I figli economicamente autosufficienti: chi sono?

Che cosa significa economicamente autosufficienti? Non esiste una definizione certa, perché il panorama giurisprudenziale, in materia, è una vera e propria giungla. Si possono fornire solamente indicazioni su quali siano gli indirizzi prevalenti in merito: sino a pochi anni fa, un figlio poteva essere considerato autosufficiente qualora avesse non solo un lavoro stabile, ma anche adatto e soddisfacente, secondo il percorso di studi effettuato. Insomma, con la crisi dell’occupazione odierna, una condizione irrealizzabile, che avrebbe dato luogo, nella stragrande maggioranza dei casi, al mantenimento vita natural durante, anche a 50 anni.

Fortunatamente, le ultime sentenze di tribunali e Cassazione hanno ridimensionato notevolmente questo punto di vista, dichiarando che, in alcune ipotesi, basti un lavoro, anche precario (come un dottorato di ricerca o una borsa di studio per specializzarsi), per considerare l’individuo autosufficiente economicamente [2]; altre condizioni che lasciano presumere l’autosufficienza possono essere anche l’aver trasferito la propria residenza ed il mantenersi con una modesta occupazione, anche se non a tempo indeterminato. Non solo. Secondo i più recenti indirizzi, se un figlio non studia e non lavora, per sua scelta, perde comunque diritto al mantenimento.

Tornando alla dichiarazione di autosufficienza, necessaria per potersi separare davanti all’ufficiale di stato civile, l’esistenza di una reale indipendenza economica o meno poteva avere, sino alla scorsa settimana, un’importanza relativa: difatti, se entrambi i coniugi avessero dichiarato l’autosufficienza dei figli maggiorenni, nessuno avrebbe avuto il potere di indagare sulla veridicità o meno dell’affermazione.

Da oggi, invece, il procedimento va ancora a complicarsi: il Comune, infatti, dovrà inviare una raccomandata ai figli della coppia, nella quale verrà loro richiesta, tramite autodichiarazione, l’esistenza, o meno, della condizione di autosufficienza economica.

Se il soggetto in questione dichiara di essere economicamente indipendente, oppure, entro 15 giorni dal ricevimento della comunicazione, non risponde nulla (silenzio assenso), allora si potrà andare avanti nella separazione.

Qualora, invece, il figlio neghi la propria autosufficienza, la procedura si blocca, ed i coniugi saranno costretti ad andare avanti tramite negoziazione assistita o separazione consensuale, qualora si accordino sul mantenimento dei figli, diversamente mediante separazione giudiziale. Un caso non difficile da ipotizzare, che vanifica, di fatto, quasi tutte le innovazioni verso lo snellimento dei divorzi.

Molti osserveranno che questa nuova formalità potrebbe essere un passaggio utile per tutelare maggiormente i figli: l’affermazione è condivisibile, ma al di sotto di una certa età. È vero, siamo in un Paese con un tasso di disoccupazione altissimo, ed i pochi che hanno un lavoro lamentano che esso non corrisponda ad aspettative o studi svolti. Tuttavia, il diritto al mantenimento eterno, così come lo si sta configurando, è pericoloso, in prima istanza, proprio per i figli che, adagiandosi sulle liti tra mamma e papà, approfittano della situazione per vivere alle spalle del genitore economicamente più forte: sarebbe invece necessario, per il loro bene, mettersi in gioco e rimboccarsi le maniche, anche rischiando di incontrare difficoltà e delusioni, senza adagiarsi in un’esistenza passiva. Peraltro, perdere il diritto al mantenimento non implica automaticamente che il genitore non debba più aiutare il figlio: il diritto agli alimenti non si perde o prescrive mai, ed è automatico, in caso di bisogno.

In conclusione, è evidente che il divorzio breve presso il Comune sia ancora una procedura “per pochi”, e che molto sia ancora da fare: tuttavia, se non siamo noi i primi a cambiare determinate mentalità, non ci si può aspettare che la legge cambi prima di noi.


note

[1] D.L. 132/2014.

[2] Cass. sent. n. 18974/2013.

Autore immagine: 123rf com


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