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Assunzione della donna incinta: la gravidanza può essere nascosta

6 Luglio 2015 | Autore:
Assunzione della donna incinta: la gravidanza può essere nascosta

La lavoratrice incinta non deve comunicare, all’atto della sua assunzione, di aspettare un bambino.

Stop discriminazioni nei confronti delle lavoratrici incinte: la donna che aspetta un bambino non è tenuta a comunicare il suo stato di gravidanza al momento dell’assunzione; lo ha chiarito la Cassazione in una recente sentenza [1]. Ragionando diversamente, ritenendo cioè che vi sia tale obbligo di comunicazione, si avrebbe una disparità di trattamento nei confronti, invece, del concorrente lavoratore di sesso maschile. È dunque illegittimo il licenziamento per colpa grave della lavoratrice che, all’atto della assunzione, non ha prima informato l’azione di essere in stato interessante.

Lo stesso discorso vale anche nei confronti della lavoratrice che abbia partorito da poco.

Non solo. La regola è applicabile anche nel caso di contratto di lavoro a tempo determinato, nel quale la prestazione potrebbe ben essere relativamente ridotta proprio dalle necessità della maternità imminente.

Già in passato, la Suprema Corte [2] aveva precisato che la condotta della lavoratrice gestante o puerpera, la quale – al momento dell’assunzione al lavoro con contratto a tempo determinato – non porta a conoscenza del suo stato il datore di lavoro, non può in alcun caso concretizzare una giusta causa di licenziamento per colpa grave [3]. Infatti tale obbligo di informazione – che peraltro non può essere desunto dai doveri di correttezza e buona fede contrattuale – finirebbe per rendere inefficace la tutela della lavoratrice madre ed ostacolerebbe la piena attuazione del principio di parità di trattamento, garantito dalla nostra Costituzione e dalla normativa della Comunità europea [4].


note

[1] Cass. sent. n. 13692/2015.

[2] Cass. sent. n. 9864 del 6.07.2002.

[3] Art. 2 terzo co. lett. a) L. n. 1204/1971.

[4] Dirett. CEE n. 76/2007 e 92/85.

Autore immagine: 123rf com


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1 Commento

  1. Ma quindi come al solito chiudiamo gli occhi pensando che sia corretto fregare le aziende , spesso poi piccole che quindi con difficoltà si trovano ad anticipare maternità che gli verranno poi forse dentratte e poi sostituendo nuovamente una persona con un nuovo candidato da formare,giocando così sempre sulla pelle di chi ci mette la faccia tutti i giorni in questa economia ovvero chi ha la partita iva. la soluzione sarebbe che lo stato pagasse direttamente le maternità senza passare dalle aziende e controllasse direttamente chi in gravidanza si mette in malattia o richiede allontanamenti dal lavoro o gravidanza danze a rischio in collaborazione con medici menefreghisti che hanno il certificato facile in quanto che poi nn sarebbe necessario.La gravidanza non è una malattia , ma molte donne ne approfittano e la vivono come tale, mettendosi a carico di datori di lavoro e INPS. Io ho due figli e sono un’autonoma artigiana e ho lavorare in entrambe le gravidanze come estetista fino agli 8 mesi e mezzo. Successivamente sono stata a casa tre mesi per poi ripartire come un razzo perché i costi sovrastano le imprese e non importa a nessuno che tu abbia partorito.Tutta questa tutela estrema per i dipendenti nn è esigenza di affermare dei diritti, ma paraculaggine. La gravidanza non è una malattia, ci sono donne che lavorano come medico o altro e nn fanno una piega altre che hanno la stanchezza facile . Ci sono
    Poi purtroppo problemi reali Ma la piantiamo di avere uno stato solo assistenzialista che crea una popolazione di fannulloni e controlliamo davvero caso per caso? Non avremmo i conti INPS in rosso.

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