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Debito pubblico, disavanzo e copertura economica

9 Luglio 2015


Debito pubblico, disavanzo e copertura economica

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 Luglio 2015



Spesa pubblica, deficit dello Stato e vincoli di copertura: la spiegazione facile dell’economia di Stato.

 

Si sente spesso parlare, di questi tempi, di deficit pubblico e di “copertura economica” per quanto riguarda le spese dello Stato. Cosa significano questi termini?

Coprire le spese pubbliche vuoi dire assicurarsi che, a fronte delle uscite, ci siano delle entrate. Della copertura fanno parte anche i soldi che “entrano” coi prestiti dai privati (acquisto di titoli di Stato). Il che vuoi dire in pratica che il bilancio può essere in deficit.

Il bilancio può essere (ed è da moltissimi anni) in deficit.

Esistono però vincoli di copertura, nel senso che, una volta approvato il bilancio, non è possibile aumentare ulteriormente il deficit. Se si vogliono aumentare le spese, bisogna trovare una copertura vera cioè una riduzione di un’altra spesa o un aumento di entrate. In altri Paesi le regole sono ancora più stringenti.

Il debito pubblico è rappresentato dalla somma di tutte le forme di indebitamento alle quali lo Stato ha fatto ricorso per coprire i suoi deficit. Ed è naturalmente uguale alla somma di tutti i deficit passati. In quanto tale, il debito non è indice di cattiva gestione attuale, ma di cattiva gestione del passato. È la “memoria lunga“, l’eco degli errori degli anni trascorsi. Il debito pubblico è legato al disavanzo pubblico da una semplice relazione: la variazione del debito pubblico nel corso di un dato anno è uguale al disavanzo di bilancio di quell’anno. A patto però che il disavanzo sia derivato da un bilancio veramente “universale”. Se tale non è – per esempio, lo Stato può aver contato fra le entrate dei soldi pagati in eccesso che un giorno dovrà rimborsare, come i crediti lva – ecco che la variazione del debito diventa maggiore (raramente minore) del di avanzo.

Il rapporto fra debito pubblico e reddito nazionale (PIL) è una misura spesso usata per valutare la situazione di salute o di malattia della finanza pubblica. In Italia, questa misura ha superato nel 1991 il 100%. Oggi il patto di stabilità con l’Europa ci impone di non superare il 3%: una volta superato scatta la procedura di infrazione (con le sanzioni) ed, eventualmente, l’esclusione dall’UE.

È importante che questa percentuale resti quanto più possibile bassa: pagare gli interessi su un debito molto grande è costoso, e bisogna quindi far pagare sempre più tasse ai contribuenti per pagare gli interessi a chi possiede i titoli pubblici. Il vero limite all’accrescimento del rapporto debito/PIL sta in questo trasferimento di risorse che causa tensioni sociali.

Cos’è il disavanzo

Il disavanzo indica una passività nei conti dello Stato, una differenza in negativo tra le entrate e le spese. Un buco nelle tasche è un buco nelle tasche. Ma c’è disavanzo e disavanzo. Per capire i pericoli del deficit, passiamo in rassegna i vari quadri appesi nella galleria del disavanzo. Entrate e spese possono variare secondo la volontà di due attori.

Secondo la volontà dello Stato, che fissa il quantum delle imposte e i parametri della spesa (per esempio, lo Stato si impegna a pagare le medicine, oppure a pagare tot euro per ogni ora di Cassa integrazione). Ma anche secondo la “volontà” dell’economia: se questa va bene o va male la messe del raccolto fiscale sarà più o meno abbondante. Se i prezzi aumentano o diminuiscono, ci saranno anche qui effetti su quanto lo Stato incassa e quanto spende. Insomma, lo Stato propone e l’economia dispone.

Ciò ci porta a fare una differenza fra disavanzo strutturale e disavanzo ciclico. Quello strutturale è il disavanzo “attivo”, per così dire: quello cioè derivato da decisioni di entrata o di spesa. Se, per esempio, lo Stato decide di aumentare le imposte sulla benzina, il disavanzo dovrebbe diminuire. Ma se nel frattempo c’è una forte recessione, e il gettito dell’imposta sulla benzina diminuisce malgrado l’aumento dell’imposta, perché la gente consuma di meno, ecco che il disavanzo potrebbe aumentare. In questo caso il disavanzo strutturale è diminuito, perché si misura in condizioni “normali” dell’economia. Quel che è aumentato è la componente “ciclica” del disavanzo, cioè l’impatto dell’economia sul disavanzo stesso.

Per giudicare, allora, se una politica di bilancio è permissiva o severa, non basta guardare ai numeri del deficit, ma bisogna inforcare le lenti correttive del ciclo e guardare come si è mosso il disavanzo strutturale. Un ‘altra distinzione utile è quella fra disavanzo corrente e deficit totale. La differenza fra i due è data dalle spese per investimento. Come per un’impresa, è giustificato ricorrere ai prestiti per gli investimenti pubblici, dato che le infrastrutture rendono il Paese più competitivo e quindi permettono di pagare gli interessi sul debito. Mentre non è giustificato un deficit corrente, cioè quello derivante dalla gestione ordinaria dello Stato. Se c’è un deficit corrente, lo Stato non risparmia per pagare gli investimenti, ma distrugge risparmio. Per finanziare questo deficit e per fare gli investimenti, lo Stato dovrà farsi prestare i soldi dai privati, spingendo così al rialzo i tassi di interesse e scoraggiando anche gli investimenti dei privati.

Un’ultima fondamentale distinzione è quella relativa al disavanzo al netto degli interessi. Gli interessi riflettono il debito, e il debito riflette gli errori del passato. Per vedere se un Paese sta cercando di tornare sulla via della rettitudine di bilancio, non basta guardare al deficit totale. Bisogna guardare al deficit al netto degli interessi, detto anche deficit primario. Se questo sta migliorando e, meglio ancora, è diventato un surplus, significa che il Paese sta mettendo ordine nei propri conti.

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Autore immagine: 123rf com


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