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Non c’è calunnia nell’accusare falsamente di un “non reato”

15 Luglio 2015
Non c’è calunnia nell’accusare falsamente di un “non reato”

Per aversi la calunnia nei confronti di un innocente è necessario che il fatto di cui si accusa qualcuno sia previsto dalla legge come reato.

Accusare qualcuno, falsamente, pur sapendolo innocente, di aver commesso reato costituisce calunnia [1]; ma se l’accusa riguarda il compimento di un’azione che non è prevista da nessuna legge come reato, allora non c’è più calunnia, anche se l’accusatore è consapevole della falsità della sua denuncia. Lo ha chiarito la Cassazione in una recente sentenza [2].

Facciamo un esempio per comprendere meglio i confini della calunnia.

Mettiamo che Tizio denunci Caio, alle autorità, per avergli sottratto il portafogli: se Tizio ritiene davvero che Caio sia il responsabile del furto, anche se ciò non è vero, egli non risponde di calunnia neanche a seguito dell’assoluzione di Caio.

Se però Tizio denuncia Caio con la piena consapevolezza della sua innocenza, allora scatta la calunnia.

Poniamoci, invece, nel caso in cui Tizio denunci Caio, recandosi dai carabinieri, per avergli venduto un oggetto rotto e per non volerglielo sostituire. Anche se ciò non corrisponde al vero, perché Caio si era reso disponibile al cambio dell’oggetto, e quindi Tizio ha agito in malafede, egli non risponde di calunnia: infatti, in questo caso, l’accusa sporta da Tizio non attiene al compimento di un reato, ma è relativa a un mero illecito di natura civilistica, non previsto da alcuna norma come illecito penale.

La Cassazione esclude dunque la sussistenza del reato di calunnia tutte le volte in cui, qualcuno, qualunque sia stato il suo proposito nell’accusare falsamente un innocente, attribuisca a quest’ultimo una condotta che non corrisponde ad alcun reato. Infatti, sostiene la Corte, la calunnia è incolpazione di reati effettivi, e non di reati “putativi” (ossia di fatti che si ritengono reati, ma che tali non sono): con la conseguenza che, se il fatto attribuito, così come descritto, non costituisce reato e integra, al massimo, un illecito civile, deontologico o disciplinare, non c’è alcuna calunnia.


note

[1] Art. 368 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 26542/2015.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione – Sezione VI penale – Sentenza 24 giugno 2015, n. 26542 Data udienza 16 giugno 2015

REATI CONTRO L’AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA – DELITTI CONTRO L’ATTIVITA’ GIUDIZIARIA – CALUNNIA

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. AGRO’ Antonio – Presidente
Dott. ROTUNDO Vincenzo – Consigliere
Dott. VILLONI Orlando – Consigliere
Dott. DE AMICIS Gaetano – rel. Consigliere
Dott. BASSI Alessandra – Consigliere
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI SULMONA; nei confronti di:
(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);
inoltre:
(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);
avverso la sentenza n. 497/2012 TRIBUNALE di SULMONA, del 02/10/2014;
visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 16/06/2015 la relazione fatta dal Consigliere Dott. GAETANO DE AMICIS;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Scardaccione Vittorio Eduardo, che ha concluso per l’annullamento con rinvio.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza emessa in data 2 ottobre 2014 il Tribunale di Sulmona ha assolto (OMISSIS) dal

reato di cui all’articolo 368 c.p. perche’ il fatto non sussiste.

2. Avverso la su indicata decisione ha proposto ricorso per cassazione il P.M. presso il su citato Tribunale, deducendo due motivi di doglianza: a) violazione di legge in relazione agli articoli 187 e 190 c.p.p. e articolo 495 c.p.p., commi 1 e 4, per avere il Tribunale revocato tutti i testimoni dell’accusa senza la garanzia del contraddittorio, ed in particolare omettendo di far interloquire le parti sul punto e di emettere motivata ordinanza sulla decisione assunta in relazione all’oggetto della prova, in tal guisa impedendo al P.M, l’esercizio del diritto di provare i fatti di cui all’imputazione; b) violazioni di legge e vizi motivazionali con riferimento all’articolo 368 c.p. e articolo 192 c.p.p., per non avere il Tribunale chiarito le ragioni del provvedimento di revoca, esplicitando i motivi per i quali non e’ stato consentito al P.M. di condurre in dibattimento gli unici testimoni idonei a ricostruire l’intero impianto accusatorio, peraltro incentrato su un reato di pericolo, per il quale e’ sufficiente anche l’astratta possibilita’ dell’inizio di un procedimento penale.

3. Con “controricorso” personalmente sottoscritto il 27 gennaio 2015 (OMISSIS) ha svolto alcune considerazioni a sostegno del proprio convincimento di colpevolezza del difensore da lui accusato di infedele patrocinio, chiedendo il rigetto del ricorso del P.M..

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso e’ inammissibile per aspecificita’ dei motivi, che omettono di prendere in considerazione i profili congruamente evidenziati nella decisione impugnata a sostegno della ritenuta insussistenza, in punto di diritto, della ipotizzata fattispecie incriminatrice (Sez. 2, n. 11951 del 29/01/2014, dep. 13/03/2014, Rv. 259425). I motivi, infatti, devono ritenersi generici non solo quando risultano intrinsecamente indeterminati, ma altresi’ quando difettino, come avvenuto nel caso in esame, della necessaria correlazione con le ragioni poste a fondamento del provvedimento impugnato.

Le ragioni giustificative al riguardo esposte dal Tribunale, sia pure con sintetiche argomentazioni, assumono carattere dirimente, ponendo in evidenza, sul piano dell’analisi documentale, il fatto che l’imputato si e’ limitato a denunziare alla Procura della Repubblica la mancata partecipazione del suo difensore ad una camera di consiglio straordinaria, senza aggiungere che tale comportamento gli aveva cagionato un qualsiasi nocumento, come, ad es., il rigetto dell’istanza o il mancato conseguimento di un beneficio.

2. Invero, secondo un pacifico insegnamento giurisprudenziale di questa Suprema Corte (Sez. 6, n. 9543 del 30/06/1983, dep. 12/11/1983, Rv. 161153), difetta dell’elemento materiale del reato di calunnia il comportamento di colui che, qualunque sia stato il suo proposito nell’accusare falsamente un innocente, gli attribuisca una condotta non corrispondente ad una determinata fattispecie legale di reato. La calunnia, infatti, e’ incolpazione di reati effettivi, e non di reati putativi, con la conseguenza che, se il fatto attribuito, cosi’ come descritto, non costituisce reato ed integra, tutt’al piu’, un illecito deontologico o disciplinare, la configurabilita’ della calunnia resta di per se’ solo esclusa; ne’ ha rilievo che il denunziante abbia o meno indicato un preciso nomen iuris e si sia apertamente proposto di provocare l’apertura di un procedimento penale in pregiudizio dell’incolpato, avendo ravvisato, in forza di distorte ma convinte opinioni giuridiche, nell’altrui

operato azioni od omissioni costitutive di reato (Sez. 6, n. 4375 del 08/03/1972, dep. 22/06/1972, Rv. 121403).

Di tale quadro di principii ha fatto buon governo la decisione impugnata, ove si consideri che nella vicenda in esame il Tribunale ha escluso la materialita’ del fatto uniformandosi al dettato di una pacifica linea interpretativa di questa Suprema Corte (Sez. 6,n. 31678 del 28/03/2008, dep. 29/07/2008, Rv. 240645; Sez. 6, n. 29653 del 26/05/2011, dep. 25/07/2011, Rv. 250551), secondo cui il reato di patrocinio infedele puo’ ipotizzarsi unicamente nel caso in cui la condotta, posta in essere mediante l’infedelta’ ai doveri professionali, arrechi nocumento agli interessi della parte.

Nonostante la difficolta’ di individuare una sicura linea di demarcazione tra l’illecito disciplinare e la condotta integratrice del reato, data l’unicita’ del parametro di riferimento, costituito dalle norme deontologiche professionali, la condotta infedele e’ quella che impedisce alla parte di ottenere i risultati attesi con l’esplicazione di un’attivita’ professionale che risponda ai requisiti della correttezza e della lealta’ e che sia affidabile, si’ da garantire, piu’ in generale, la tutela dell’interesse pubblico al buon funzionamento della giustizia.

Il nocumento agli interessi della parte, quale conseguenza della violazione dei doveri professionali, rappresenta pertanto l’evento del reato, che la sentenza impugnata, come si e’ visto, ha motivatamente escluso, senza che il ricorrente vi abbia criticamente opposto valide ragioni argomentative di segno contrario.

3. S’impone, conclusivamente, la declaratoria di inammissibilita’ del ricorso.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.


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