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Donazione: impugnazione per incapacità di intendere e volere

15 Luglio 2015
Donazione: impugnazione per incapacità di intendere e volere

Donazione, annullamento, incapacità d’intendere o di volere: la prova spetta a chi vuole impugnare l’atto di liberalità.

Perché una donazione possa essere valida, è necessario che il donante, al momento dell’atto, sia capace di intendere e di volere [1]: se così non fosse, chiunque vi ha interesse può impugnare la donazione, ma non oltre cinque anni.

Per contestare la donazione, tuttavia, non è necessario che il donante fosse interdetto o privato della capacità legale d’agire (quindi, una situazione già accertata dal tribunale), ma è sufficiente una situazione di fatto: ossia che, nel preciso momento del compimento dell’atto, a prescindere dalla causa, si sia trovato in uno stato di incapacità di intendere o di volere.

Si può trattare di una incapacità permanente o anche temporanea (per esempio uno stato di shock o una condizione di fragilità emotiva o l’incapacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni per via dell’assunzione di un farmaco). Insomma, è sufficiente una semplice e momentanea alterazione delle facoltà mentali.

È questo l’importante chiarimento che proviene dal Tribunale di Oristano [1].

In ogni caso, l’onere di dimostrare l’incapacità del donante spetta a chi impugna la donazione, che può essere lo stesso soggetto che ha effettuato l’atto, una volta riacquistate le capacità mentali. Il donatario, invece, per difendersi e negare l’incapacità del donante, deve dare prova che l’atto, eccezionalmente, è stato compiuto in un momento di lucido intervallo: infatti, una volta accertata la totale incapacità di un soggetto in due momenti diversi e prossimi nel tempo, la sussistenza dell’incapacità anche nel periodo intermedio si presume fino a prova contraria.


note

[1] Art. 775 cod. civ.

[2] Trib. Oristano, sent. del 16.06.2015.

Autore immagine: 123rf com


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