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No licenziamento se apre un nuovo punto vendita in altra zona

16 Luglio 2015
No licenziamento se apre un nuovo punto vendita in altra zona

Licenziamento per giusta causa, reimpiego del dipendente e repechage: se l’azienda ha più punti vendita deve valutare la possibilità di ricollocare il lavoratore in un’altra unita produttiva.

Il datore di lavoro non può licenziare il dipendente adducendo ragioni tecniche, organizzative e produttive dell’azienda, come la chiusura di un punto vendita (cosiddetto licenziamento per giustificato motivo oggettivo) se, a distanza di pochi mesi, ne apre un altro simile nella stessa zona. Anche in questo caso, infatti, sussiste il cosiddetto obbligo di repechage, che impone al datore, prima di licenziare, di provare a ricollocare il dipendente all’interno della struttura aziendale. È quanto chiarito dal Tribunale di Ivrea in una recente sentenza [1].

L’obbligo di valutare le possibilità di reimpiego del dipendente in mansioni equivalenti o, eventualmente, inferiori (al fine di evitare il licenziamento) non deve essere valutato in relazione alla singola unità produttiva, ma all’azienda nel suo complesso: con la conseguenza che, se l’azienda dispone di più punti vendita (come nel caso di una catena di supermercati), va verificata la possibilità di adibire il lavoratore eventualmente in un altro collocato nella stessa zona territoriale (preferibilmente la regione).

La regola vale anche nel caso di chiusura di un singolo punto vendita (licenziamento collettivo).

 


note

[1] Trib. Ivrea sent. n. 29 del 5.02.2015.

Tribunale di Ivrea – Sezione Lavoro

Sentenza 5 febbraio 2015 n. 29

REPUBBLICA ITALIANA DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI IVREA

in persona del dott. Luca Fadda pronuncia la seguente

SENTENZA (art. 429 c.p.c.) definitiva

nella causa iscritta al n. 127/2013 R.G.A.C,

promossa da: Si.An. Avv. Si.RO. Ricorrente

contro AU. S.p.A. Avv. Ga.TA. Resistente

PREMESSO

– che, con ricorso depositato in Cancelleria in data 27.3.2013, Si.An. evocava in giudizio Au. S.p.A. sostenendo l’illegittimità del licenziamento intimatogli per giustificato motivo oggettivo in data 14.9.2012 e con effetto dal 14.12.2012; in particolare sosteneva che la società, ben lungi dal chiudere l’attività dell’unica unità produttiva situata nel Comune di Rivarolo, immediatamente dopo il licenziamento dell’attore aveva aperto altro punto vendita sempre nel medesimo Comune, assumendo altro dipendente per lo svolgimento di identiche mansioni; chiedeva, altresì, la condanna della resistente al pagamento di Euro 14.764,59 a titolo di differenze retributive per somme asseritamente dovute e non versate; – che con memoria tempestivamente depositata in cancelleria si costituiva Au. S.p.A. chiedendo la reiezione del ricorso in quanto infondato in fatto ed in diritto; – che, stante l’impossibilità di addivenire ad una bonaria composizione della controversia, venivano escussi alcuni testi dopodiché il giudice, ritenuto non necessario il compimento di ulteriore attività istruttoria, fissava l’odierna udienza per la discussione, al cui esito la causa veniva decisa come da motivazione ex art. 429 comma 1 C.P.C. di cui era data immediata lettura;

OSSERVA

Il ricorso è sostanzialmente fondato e, pertanto, deve trovare accoglimento. Con riferimento alla domanda di declaratoria di illegittimità del recesso datoriale, costituisce, invero, principio giurisprudenziale ormai consolidato quello secondo cui “in tema di licenziamento per giustificato motivo oggettivo determinato da ragioni tecniche, organizzative e produttive, compete al giudice – che non può, invece, sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall’art. 41 Cost. – il controllo in ordine all’effettiva sussistenza del motivo addotto dal datore di lavoro, in ordine al quale il datore di lavoro ha l’onere di provare, anche mediante elementi presuntivi ed indiziari, l’impossibilità di una differente utilizzazione del lavoratore in mansioni diverse da quelle precedentemente svolte; tale prova, tuttavia, non deve essere intesa in modo rigido, dovendosi esigere dallo stesso lavoratore che impugni il licenziamento una collaborazione nell’accertamento di un possibile “repechage”, mediante l’allegazione dell’esistenza di altri posti di lavoro nei quali egli poteva essere utilmente ricollocato, e conseguendo a tale allegazione l’onere del datore di lavoro di provare la non utilizzabilità nei posti predetti (vds,, da ultima, Cass. Sez. L, Sentenza n. 3040 del 08/02/2011 e, nello stesso senso, Cass. Sez. Lav., n. 6559/2010). Applicando tali condivisibili principi al caso di specie, emerge documentalmente che la convertuta abbia sostanzialmente chiuso l’unità operativa di Rivarolo, c.so (…) 98, per Aprirne, immediatamente dopo la cessazione del rapporto di lavoro con l’attore, un’altra, sempre in 1 Rivarolo, in via (…) (vds. visure camerali prodotte sub 1 e 2 dal ricorrente). Neppure è confermata la circostanza che il nuovo punto vendita fosse dedicato esclusivamente a veicoli di marca (…) e non più del gruppo (…), poiché ciò è escluso non solo dalle fotografie versate in atti dall’attore all’udienza del 24.10.2013, ma anche dal teste Ma. – che ha instaurato un rapporto di agenzia con la convenuta appena tre mesi dopo la cessazione del rapporto di lavoro tra le parti in causa – secondo cui egli stesso ha venduto “tra le altre marche, anche (…), a volte macchine nuove”. Dall’istruttoria espletata, quindi, è emerso non solo che la convenuta non abbia chiuso definitivamente alcun punto vendita in Rivarolo (limitandosi a trasferirne la sede da un immobile ad un altro sempre all’interno del medesimo Comune), ma anche che mansioni del tutto analoghe a quelle espletate dall’attore sono state affidate ad un agente solo pochi mesi dopo l’interruzione del rapporto di lavoro tra le parti in causa: risulta, quindi, del tutto insussistente il motivo oggettivo posto a fondamento del recesso datoriale. Peraltro non appaiono neppure rispettati i criteri di scelta dei lavoratori da licenziare. Essendo pacifico che il sig. Si. avesse la maggior anzianità aziendale, infatti, doveva essere il sig. Fa. ad essere licenziato in sua vece, dal momento che i due dipendenti svolgevano mansioni del tutto equivalenti di venditori di auto. Né si può concordare con la difesa della convenuta, secondo cui i due dipendenti fossero altamente specializzati in vendite di veicoli di marche differenti, poiché gli uni potevano trattare – in assenza del collega – auto del marchio solitamente! venduto dall’altro e “solo per questioni di etica professionale” le vendite (…) erano focalizzate su Fa. (vds. deposizione teste Co.), tant’è che lo stesso teste aveva “venduto due (…) e una (…)”. Anche i differenti corsi di formazione seguiti dai dipendenti a seconda del marchio cui erano solitamente addetti, poi, non valgono certo a differenziare le mansioni dei dipendenti, trattandosi, per lo più di corsi annuali a livello di e – learning (vds. deposizione teste Do.). Il licenziamento intimato al ricorrente, allora, non appare oggettivamente giustificato. Non potendosi applicare pacificamente il disposto dell’art. 18 St. Lav. nella fattispecie in esame, in ordine alla quantificazione del risarcimento del danno ritiene il Tribunale – tenuto conto, da un lato, della condotta processuale della convenuta che comunque, in sede di tentativo di conciliazione nanti a questo Tribunale, aveva offerto una consistente somma netta all’ex dipendente e, dall’altro, dell’anzianità di servizio del sig. Si. – quantificarlo nella misura di sei mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, vale a dire in Euro 12.567,66 lorde (Euro 2.094,61 x 6, come allegato dal ricorrente e non contestato dalla resistente), oltre interessi legali sulla somma capitale annualmente rivalutata dalla data di licenziamento fino all’effettivo saldo. Ad analoghe considerazioni si perviene, sostanzialmente, in ordine alle differenze retributive vantate dall’attore, per quanto concerne l’abusivo utilizzo delle c.d. “schede carburante”, tra l’altro per evitare il pagamento di contributi e tasse sulle provvigioni e sulle somme dovute per maggiorazioni’ per i giorni festivi lavorati. A tal proposito, il teste Co. ha riferito, quanto alle provvigioni, che “facevamo una lista mensile delle macchine vendute, poi si faceva una scheda carburante con la targa della venduta intestata all’azienda… a penna era indicato l’importo che corrispondeva a quello delle provvigioni…. Avevamo delle provvigioni fisse 70 Euro per ogni macchina… se si vendeva macchina completa di tutti i servizi (finanziamento e assicurazione) la provvigione arrivava a 130 – 140 Euro… i compensi per giorni festivi: ogni domenica avevamo una quota fissa di 60 Euro, che venivano aggiunti alla scheda carburante”. Ancora più dettagliata, poi, è stata la deposizione del teste Do., secondo cui “a prescindere dal numero di auto vendute prendevo sempre 500,00 euro; dovevo fare una scheda carburante in cui indicavo dieci rifornimenti da 50,00 euro… i 500,00 Euro mensili prescindevano dalla quantità di carburante utilizzato, era una somma fissa… non dovevo fornire alcun scontrino o altre pezze giustificative… preciso che nell’ultimo anno (2011 – settembre 2012) è stato introdotto un sistema diverso…’ per ogni vettura venivano corrisposti 70 Euro, se era venduta una macchina con un servizio 90 Euro, se era vendutala macchina con doppio servizio 120 euro … Le domeniche io prendevo 60 eurol., le domeniche non erano comprese nei 500 Euro a forfait”. Premesso che i testi non avevano alcun interesse nel presente giudizio, avendo conciliato le cause che li vedevano contrapposti all’odierna convenuta per le medesime ragioni di cui ora ci si occupa, emerge del tutto chiaramente che le provvigioni venivano corrisposte in totale spregio dell’art. 204 del CCNL applicato, mentre con il sistemai delle schede carburante sopra illustrato erano attribuite al ricorrente – con risparmio di contributi assicurativi e previdenziali, nonché con elusione della normativa fiscale – una parte fissa della retribuzione, nonché le maggiorazioni per il lavoro festivo. Del resto, lo stesso legale rappresentate della resistente, in sede di interrogatorio libero, ha ammesso che “le schede carburante in alcuni casi sporadici contengono una parte provvigionale” e proprio a tal fine era adottata in azienda la pratica di compilare dette schede a matita, come risultato non solo dalle deposizioni dei testi Co. e Do., ma anche dalle stesse mail versate in atti dall’attore (docc. 6, 17, 18 e 19). Risulta, perciò, l’attore in credito per le somme indicate in atto introduttivo a titolo di differenze retributive. In proposito si specifica che, come si evince dal tenore dell’atto introduttivo (vds. punto 13, pag. 3 del ricorso) la somma richiesta per differenze retributive in parte concerne “l’incidenza delle provvigioni percepite irregolarmente sul salario differito”, in parte “il mancato pagamento delle maggiorazioni dovute sul lavoro festivo”. Quanto al primo aspetto, le provvigioni senz’altro debbono essere computate ai fini dei computo della tredicesima e quattordicesima mensilità, rispettivamente ai sensi della lettera dell’art. 207 c. 3 e 208 c. 3 del CCNL applicabile; per quanto concerne il TFR, poi, l’art. 236 indica tassativamente le voci di cui non si può tener conto a tal fine e, poiché tra queste voci non sono menzionate le provvigioni, ne consegue che anche queste debbono essere computate per il calcolo del trattamento di fine rapporto. La convenuta; pertanto, deve’essere condannata al pagamento della somma lorda di Euro 14.764,59, non essendo dalla stessa stato contestato il quantum, ma solo l’an della domanda sulla base dell’interpretazione delle disposizioni del CCNL applicato: a tale importo, poi, dovranno essere aggiunti gli interessi legali sulla somma capitale annualmente rivalutata dalla data di maturazione delle singole spettanze fino all’effettivo saldo. Quanto, infine, alle spese di lite, esse seguono la soccombenza, non sussistendo ragione alcuna per compensarle, neppure parzialmente, tra le parti, e vanno liquidate come in dispositivo. Essendo appurata l’esistenza di un sistema per cui le schede carburanti venivano utilizzate per il pagamento di parte degli emolumenti dei dipendenti Si., Corona e Do., devono essere trasmessi gli atti del presente giudizio alla Direzione Territoriale del Lavoro di Torino per le valutazioni di competenza.

P.Q.M.

definitivamente pronunciando, contrariis reiectis:

a) dichiara l’illegittimità del licenziamento intimato da Au. S.p.A. a Si.An. con missiva del 12.9:2012 e, per l’effetto,

b) condanna Au. S.p.A. al risarcimento dei danni subiti da Si.An. quantificato nella misura di 6 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto (Euro 2.094,61 x 6), oltre agli interessi legali sulla somma capitale annualmente rivalutata dalla data del licenziamento fino al saldo effettivo;

c) condanna Au. S.p.A. al pagamento, in favore di Si.An., della somma lorda di Euro 14.764,59, oltre agli interessi legali sulla somma capitale annualmente rivalutata dalla data di maturazione delle singole spettanze fino all’effettivo saldo;

d) condanna Au. S.p.A. al pagamento in favore di Si.An. delle spese processuali dal medesimo sostenute che liquida in complessivi Euro 5.500,00 per compensi, oltre 15,00% per spese generali, IVA e CPA.

e) dispone la trasmissione degli atti alla Direzione Territoriale del Lavoro di Torino per le valutazioni di competenza in ordine all’abusivo utilizzo delle schede carburanti da parte della convenuta. Così deciso in Ivrea il 5 febbraio 2015. Depositata in Cancelleria il 5 febbraio 2015.


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