Diritto e Fisco | Editoriale

Immigrazione: è scontro tra cittadini e profughi

18 Luglio 2015 | Autore:
Immigrazione: è scontro tra cittadini e profughi

Immigrazione e dramma sociale: la popolazione esasperata reagisce con la violenza. La storia dei Robin Hood al contrario: rubare ai poveri per dare ai ricchi.

A Roma, il trasferimento di un gruppo di immigrati in una scuola in disuso ha determinato la reazione dei residenti e l’intervento delle forze dell’ordine: sassaiola, cassonetti bruciati, cariche della polizia. A Treviso, a poche ore di distanza, è andato in scena lo stesso copione visto sulla Cassia: l’arrivo dei migranti in una caserma ha scatenato la protesta dei cittadini; il conseguente scontro con i manganelli delle autorità è un attimo, gli arresti, i feriti, il caos.

L’allarme sociale cresce al ritmo degli sbarchi. Gli immigrati aumentano, i centri di accoglienza scoppiano e l’Italia non è mai stata così impreparata di fronte a un guasto irrisolto. Almeno così sembra. Scoperchiando il vaso di Pandora, ci si è accorti però che il problema immigrazione è in realtà una risorsa per chi benedice le emergenze e le converte in occasione di guadagno.

Con gli immigrati si fanno più soldi che con la droga, parola del faccendiere Salvatore Buzzi. I centri di accoglienza per molti sono una piaga, per pochi sono dei bancomat da cui prelevare senza aver versato nulla.

L’Italia è il paese più vicino al continente nero, è la porta d’accesso per l’Europa, è il casello da cui l’immigrato deve necessariamente transitare ma, 8 volte su 10, nel quale non vuole rimanere: i migranti sanno che il belpaese non è più tale e chi non lo sa se ne accorge quando, costretto a rovistare nel cassonetto dell’immondizia, trova inaspettatamente a contendergli quel cumulo di rifiuti proprio un cittadino italiano. L’obiettivo dei migranti è ormai raggiungere il nord Europa o la Germania, dove ad accoglierli ci sono amici e parenti, e soprattutto condizioni di vita migliori.

Guardando l’odissea che vive un siriano o un somalo, armato di sola speranza, per arrivare sin qui, viene da chiedersi che cosa si lasciano alle spalle, da che cosa fuggano. Che cosa spinge un uomo a consegnare tutti i suoi risparmi ad uno scafista, che diventerà il suo carceriere, lo affamerà e lo caricherà su un barcone che si regge a stento sul pelo dell’acqua, per affrontare un viaggio in cui ci si gioca la vita? Che cosa spinge un uomo ad accettare condizioni di vita disumane, a raccogliere limoni nell’assolata Sicilia per 15 euro al giorno o ad attendere speranzoso la chiamata del caporale per una giornata di duro lavoro nella piana di Rosarno, senza alcuna garanzia di essere pagato, a vivere in edifici abbandonati, a ripararsi in silos dismessi, a improvvisare docce costruite accatastando pile di copertoni?

Che cosa c’è al di là del mare, al di là di quella immensa tomba senza nome, che ospita sempre più corpi, sulla quale non si può appoggiare un fiore e non c’è una lapide su cui pregare?

Eppure nessuno ha più Uranio della Namibia. La Liberia, la Costa D’Avorio, la Sierra Leone e il Congo hanno i diamanti. Per non parlare del petrolio, i cui giacimenti si sprecano.

E la democrazia? L’organizzazione? La capacità di creare una classe media? La capacità di dotarsi di strutture proprie per sfruttare le immense risorse a disposizione? In Etiopia, tanto per fare un esempio, le uniche grandi arterie stradali sono ancora quelle realizzate dal fascismo tra il 1936 e il 1941. In questo scenario caotico, fatto di povertà e dittature, di guerra civile e corruzione, i paesi industrializzati affondano come una lama nel burro: saccheggiano le materie prime e smistano armamenti e rifiuti tossici, impoveriscono le risorse e forniscono tutto il necessario per fare la guerra.

Cosa fare quindi per risolvere o quanto meno arginare il dramma dell’immigrazione? Una risposta adeguata può ritrovarsi in un intervento in Parlamento dell’onorevole Alessandro Di Battista: “Per dare una mano all’Africa, e quindi ridurre i flussi migratori, non dobbiamo dargli di più, ma togliergli di meno”.



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