L’Università della Calabria e il falso diritto allo studio

20 Luglio 2015 | Autore:
L’Università della Calabria e il falso diritto allo studio

Borse di studi garantite solo alla metà degli aventi diritto.

Il diritto allo studio deve essere garantito a tutti, secondo uguali condizioni e criteri di accesso; i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi economici, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi, un diritto che va reso effettivo con borse di studio e assegni alle famiglie, attribuite per concorso.

È questa la sintesi dell’articolo 34 della nostra Costituzione, un articolo evidentemente pensato e scritto in un periodo dove non c’erano particolarismi regionali e quando tutta l’Italia partiva – più o meno – dallo stesso punto.

Oggi, però, sappiamo che non è così. In Sicilia, per esempio, la borsa di studio viene negata a 7 “idonei” su 10; in Calabria – seconda Regione ad “eccellere” nel primato negativo – solo il 50% dei meritevoli possono ottenere la borsa, benché privi delle risorse economiche e nonostante, se fossero stati residenti in altre regioni, avrebbero invece ottenuto gli incentivi. Insomma, come dire che al Sud lo studio non è un “diritto”. Un paradosso ancor più assurdo se si pensa che è proprio in tale area che si concentra la maggiore necessità di formazione per la riaffermazione del (consequenziale) diritto al lavoro.

La ragione di questa sperequazione è piuttosto semplice.

Le condizioni per ottenere la borsa di studi sono le stesse in tutta Italia, ma non è uguale il budget che le Regioni stanziano per tradurre in pratica questa tutela: dove il bilancio regionale è in perdita, caratterizzato da buchi e malagestio, il diritto allo studio diventa labile ed evanescente. La politica, infatti, preferisce evitare tagli a voci meno importanti sul piano sociale, ma evidentemente più sensibili sul piano elettorale. Così, molti studenti dell’Università della Calabria – così come in tante altre del Sud – continuano a doversi scontrare con la prima triste realtà del mondo (lavorativo e sociale) al quale stanno per affacciarsi: nonostante abbiano ottenuto l’idoneità alla borsa, ma hanno percepito i soldi. Insomma, il sistema certifica ufficialmente che quegli studenti hanno un diritto, ma poi non lo attua. Un bel primato per un ateneo che, nella lista dei più importanti d’Italia, è solo a otto posti dall’ultimo sia per didattica che per ricerca (leggi “Le università italiane più importanti“).

L’università, poi, ci mette del suo, preferendo elargire i propri stanziamenti a chi è già “dentro” (vedi pubblicazioni, convegni, assegni, ecc.) che non a chi cerca di entrare, favorendo così la cosiddetta emigrazione universitaria (ma solo per le famiglie che possono permetterselo). Ma tant’è: non è un fenomeno sconosciuto la fuga di cervelli. Poi magari lo Stato cerca di intervenire con gli sconti fiscali (30% sull’Irpef) per favorirne il rientro. Ignorando, però, che chi è un “vero cervello”, difficilmente fa ritorno a casa.



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