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Testimone: il giudice può chiedere solo chiarimenti, non integrazioni

20 Luglio 2015
Testimone: il giudice può chiedere solo chiarimenti, non integrazioni

Prova civile, testimonianza, formulazione di domande utili al chiarimento dei fatti da parte del giudice, travalicamento del potere e nullità sanata tuttavia dalla mancata contestazione della parte.

Testimonianza: un capitolo assai delicato del processo, perché spesso è proprio da essa che dipende il buon esito della causa; sicché ogni avvocato, in modo più o meno forzato, tende sempre a gestire e controllare l’escussione del proprio testimone. Il codice di procedura civile [1], tuttavia, consente al giudice di rivolgere, di propria spontanea iniziativa o su istanza della parte, “tutte le domande che ritiene utili a chiarire i fatti” oggetto della testimonianza. Ed è proprio su questa norma che, in realtà, si consumano spesso le maggiori strumentazioni, tanto che non è difficile uscire dal suo confine.

Per esempio, la parte, che magari ha formulato il capitolo di prova testimoniale in modo incompleto, potrebbe tentare di far dire, al proprio teste, in sede di escussione, più di quello che il giudice aveva originariamente autorizzato. Così come lo stesso magistrato – travalicando i poteri attribuitigli dalla legge, che gli consentono di chiedere al testimone solo chiarimenti – potrebbe farlo riferire su fatti che non erano oggetto della prova vera e propria, supplendo così alle deficienze del capitolo di prova formulato dall’avvocato e, in definitiva, dando una mano a quest’ultimo.

Su questi aspetti si è più volte pronunciata la giurisprudenza della Cassazione, offrendo una serie di elementi utili a comprendere come comportarsi in processo.

In una sentenza di qualche settimana fa [2], la Suprema Corte ha precisato che il giudice, nell’avvalersi della facoltà di rivolgere al teste le domande utili a chiarire i fatti oggetto della sua deposizione, non può, in ogni caso, supplire alle deficienze del mezzo istruttorio proposto dall’avvocato; nell’ipotesi, però, in cui il magistrato valichi detto limite, spetta al difensore sollevare la nullità della deposizione, contestandola immediatamente (tale nullità, infatti, non è rilevabile d’ufficio). Sicché se l’avvocato, con il proprio comportamento processuale, abbia rinunciato a contestare il quesito formulato dal giudice al testimone, non può poi dolersi di tale circostanza facendone un apposito motivo di appello verso la sentenza, che resta sanata per effetto di acquiescenza.

Dall’altro lato il mancato esercizio, da parte del giudice, della facoltà riconosciutagli dalla legge di parte, di rivolgere al teste le domande che egli ritiene utili per chiarire i fatti sui quali quest’ultimo è chiamato a deporre, non può essere oggetto di impugnazione, costituendo essa espressione di un potere meramente discrezionale del giudice [3].


note

[1] Art. 253 cod. proc. civ.

[2] Cass. sent. n. 12192 del 12.06.2015; Cass. sent. n. 2401/1976.

[3] Cass. sent. n. 7109 del 6.04.2015.

Autore immagine: 123rf com


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