Diritto e Fisco | Articoli

Denaro in eredità: come comportarsi con la successione

15 novembre 2018


Denaro in eredità: come comportarsi con la successione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 novembre 2018



Sono unico erede di mio padre che mi ha lasciato del denaro in una cassaforte di casa; lo devo dichiarare nella dichiarazione di successione e, in caso affermativo, se lo deposito in banca in contanti violo la normativa sull’antiriciclaggio o sulla tracciabilità?

Alla morte di tuo padre hai trovato un conto corrente acceso presso la banca con una discreta somma; hai poi trovato altro denaro, questa vola in contanti, lasciato nella cassaforte di casa. Si tratta di diverse migliaia di euro e se dovessi spenderle, di certo, non passerebbero inosservate al fisco. Così ti chiedi come ci si comporti in questi casi. Cosa fare per quelli depositati presso l’istituto di credito, che sarebbe difficile “nascondere” senza lasciare una traccia, ma anche e soprattutto per il cash nascosto in casa. Sai bene, da un lato, che la dichiarazione di successione è un obbligo che scatta solo in presenza di determinate condizioni e che, con questa, si versano anche le relative tasse. Ma quando la dichiarazione di successione non è obbligatoria? Vediamo, allora, come comportarsi quando si riceve del denaro in eredità.

La successione degli eredi

L’eredità è il patrimonio che viene trasferito ad una persona al momento della morte di un altra. Tutti i beni del defunto (cosiddetto “de cuius”) sono trasferiti agli eredi, ovvero a quelle persone che per legge (se manca il testamento e per alcune categorie di eredi, i cosiddetti legittimari) o per volontà del de cuius (con testamento) sono nominate successori.

Chi muore lascia sempre delle sostanze, dei beni che non ha consumato durante la vita; questi beni rappresentano l’eredità che sarà divisa tra gli eredi grazie alla successione, ovvero un meccanismo giuridico che permette di tramandare un’eredità.

Quando muore un parente ci si chiede se si abbia diritto ad una parte dei beni che erano di sua proprietà. Si dovrà, allora, verificare se ci si trovi a ricoprire la qualità di erede. Ma può anche succedere che non vi siano dubbi sull’essere erede e che si sappia anche di poter trovare facilmente i beni del defunto, magari dei contanti.

Ma non hai diritto a ricevere i beni del defunto solo perché sei certo di essere erede, magari l’unico. Prima devi decidere se accettare questo ruolo, che potrebbe essere anche sconveniente. L’accettazione è il modo con cui si diventa eredi, ma stai attento, perchè diventare eredi potrebbe voler dire anche dover pagare i debiti del defunto. È bene quindi che tu controlli prima quale era la condizione economica del tuo parente. Infatti, qualora tu decidessi di accettare e ci fossero dei creditori del de cuius, questi potrebbero chiedere a te di pagare.

L’accettazione dell’eredità può essere espressa o tacita. L’accettazione espressa dell’eredità puoi esprimerla davanti ad un Pubblico Ufficiale (ad esempio un notaio) o in un atto privato, come uno scritto che contenga la tua firma. L’accettazione si definisce tacita, invece, quando compi un’azione che presuppone necessariamente la tua volontà di accettare (pensa al caso in cui utilizzi come se fosse tuo un bene dell’eredità).

Se decidi di utilizzare il denaro trovato nella cassaforte o magari su un conto corrente, deciderai anche di accettare, tacitamente, la posizione di erede, con tutto ciò che questo comporta in termini di obblighi verso possibili creditori del defunto.

Esiste comunque una soluzione che ti permette di difendere almeno i tuoi beni dalle richieste dei creditori. Si tratta dell’accettazione con beneficio di inventario: con questa modalità, quando accetti l’eredità (e devi farlo in maniera espressa) scegli anche di separare i beni che ti ha lasciato il defunto dai tuoi; pur rimanendo tu il proprietario di tutto, potrai evitare che i creditori ti chiedano di utilizzare i frutti del tuo lavoro per essere pagati, che essi mettano mano al tuo conto corrente o che decidano di pignorarti la casa e venderla. Infatti se accetti l’eredità senza tale beneficio (si dirà allora che tu sei erede puro e semplice) tutti i beni, tuoi e del defunto, si confonderanno e potranno tutti essere aggrediti dai creditori.

La somma di denaro va dichiarata?

Il caso che vogliamo approfondire in questo articolo è proprio quello di chi sta facendo i conti con la possibilità di appropriarsi del denaro trovato in casa o su un conto corrente e non sa come comportarsi.

Posto che è sempre bene verificare l’esistenza di creditori, mettiamo il caso che tu decida di accettare l’eredità, anche in maniera tacita. Cosa devi fare ora?

Ebbene, la somma di danaro dev’essere inserita nella dichiarazione di successione se sussistono i presupposti per procedervi; secondo l’attuale legge [1] non vi è obbligo di presentare la dichiarazione di successione se l’eredità è devoluta al coniuge e a parenti in linea retta, l’attivo ereditario ha un valore non superiore a 100.000 euro, e non comprende beni immobili o diritti reali immobiliari. Trattandosi di eredità devoluta a parenti in linea retta, il trasferimento è esente da imposta di registro fino all’importo di un milione di euro (cosiddetta franchigia).

Soldi in casa e in banca

Nel caso di denaro in contanti lasciato in casa, questo può non essere dichiarato. In tale ipotesi, infatti, rientra tra i beni che si presumono nell’attivo, cioè vengono tassati per un importo forfettario pari al 10% delle quote imponibili, cioè al netto dell’eventuale franchigia, spettanti a ciascun beneficiario. In pratica non devi fare alcuna dichiarazione perché è già il fisco a presumere che hai trovato in casa denaro (e questo vale anche per gioielli, opere d’arte); per cui il 10% del valore dell’imposta serve a coprire proprio tali beni.

Solo i soldi in banca vanno dichiarati. Vediamo in che modo deve avvenire la dichiarazione di tali beni.

La “denuncia” all’Agenzia delle Entrate non deve avvenire tramite dichiarazione dei redditi, ma con la dichiarazione di successione. La dichiarazione di successione deve essere fatta entro un anno dal decesso. È attraverso questa che il contribuente informa il fisco che, all’interno della successione, vi è del denaro.

Abbiamo detto che non sempre la dichiarazione di successione è obbligatoria. In particolare la dichiarazione di successione non è obbligatoria quando:

  • gli eredi sono solo il coniuge e i figli (o i nipoti)
  • il patrimonio trasmesso in eredità non supera 100mila euro di valore. Si parla comunque di attivo netto: se il defunto lascia 110.000 euro, ma 50.000 euro di debiti, non bisogna presentare la dichiarazione di successione;
  • nell’eredità non ci sono immobili come case e terreni (o diritti reali immobiliari come usufrutti o servitù) a prescindere dal loro valore;
  • l’erede rinuncia all’eredità.

Comunque, nonostante si faccia la dichiarazione di successione non per forza devono essere pagate le relative imposte. Infatti le imposte di successione scattano solo in questi casi:

  • nei passaggi di denaro tra padre e figlio: solo se l’importo supera 1milione di euro;
  • nei passaggi di denaro tra coniugi: solo se l’importo supera 1milione di euro;
  • nei passaggi di denaro tra fratelli e sorelle: solo se l’importo supera 100mila euro.

Sono le cosiddette franchigie

A quanto ammontano le imposte sulla successione?

Vediamo ora a quanto ammontano le tasse sui soldi ricevuti in eredità. Le aliquote variano a seconda del grado di parentela. In particolare:

  • se l’eredità passa da genitore a figlio, si paga un’imposta pari al 4% del valore dell’eredità, ma – come detto – solo per la parte che eccede 1milione di euro;
  • se l’eredità passa da un coniuge all’altro, si paga un’imposta pari al 4% del valore dell’eredità, ma solo per la parte che eccede 1milione di euro;
  • se l’eredità passa tra fratelli e sorelle, si paga un’imposta pari al 6% del valore dell’eredità, ma solo per la parte che eccede 100mila di euro;
  • se l’eredità passa tra altri parenti fino al 4° grado, si paga sempre un’imposta pari al 6% del valore dell’eredità, senza franchigie;
  • se l’eredità passa tra affini in linea retta o affini in linea collaterale fino al 3° grado, si paga sempre un’imposta pari al 6% del valore dell’eredità, senza franchigie;
  • in tutti gli altri casi si paga un’aliquota pari all’8% senza franchigie.

Attenti alla normativa antiriciclaggio e alla tracciabilità dei pagamenti

Veniamo ora ad un problema cruciale. Si commette spesso l’errore di confondere i divieti contenuti nella normativa sull’antiriciclaggio rispetto a quelli relativi all’uso del denaro contante (cosiddetto utilizzo di strumenti tracciabili per il pagamento). Si tratta di due cose distinte e separate.

Si sappia che la normativa sull’impiego del denaro contante [2] è stata di recente modificata [3]e ora vieta il trasferimento di denaro contante effettuato a qualsiasi titolo tra soggetti diversi, che siano persone fisiche o giuridiche, di importo pari o superiore a 3.000 euro; il trasferimento che eccede il limite dei 3.000 euro, quale che ne sia la causa o il titolo, è vietato anche quando è effettuato con più pagamenti, inferiori alla soglia, che appaiono artificiosamente frazionati. Resta fermo che detti pagamenti possono essere eseguiti esclusivamente tramite intermediari abilitati (banche, Poste italiane, istituti di moneta elettronica ecc..)

Per quanto riguarda, invece, la normativa sugli obblighi di segnalazione della banca per le operazioni sospette di riciclaggio [4], anche questa modificata di recente, prevede che obbligo sussiste già nel momento in cui ci sia il sospetto che l’operazione possa configurare un illecito.

È intervenuta, nel 2011, una circolare del Ministero dell’Economia [5] ove veniva specificato che tali operazioni non comportano automaticamente la violazione della norma e, quindi, l’obbligo da parte della banca di segnalazione si avrà solo qualora vi siano elementi tali da indurre la banca a ritenere le operazioni in parola volte a violare la normativa.

Sono di certo operazioni sospette quelle che si desumono:

  • dalle caratteristiche, dall’entità, dalla natura delle operazioni;
  • dal collegamento o frazionamento o da qualsivoglia altra circostanza conosciuta, in ragione delle funzioni esercitate, tenuto conto anche della capacità economica e dell’attività svolta dal soggetto;
  • dal ricorso frequente e/o ingiustificato ad operazioni in contante;
  • dal prelievo o versamento in contante di importi non coerenti al profilo di rischio del cliente.

Pertanto, nella situazione di cui ci stiamo occupando, l’erede può depositare in banca il denaro in contante ricevuto in forza di successione ereditaria, avendo l’accortezza di spiegare all’istituto di credito il motivo per cui si trova in possesso di tale liquidità, e magari esibendo la stessa scheda testamentaria. Sarà poi la banca a valutare se effettuare ugualmente la segnalazione, qualora ritenga l’operazione di deposito comunque effettuata in violazione della normativa sulla circolazione del denaro contante.

In ogni caso, la segnalazione della banca – che viene effettuata all’Uif (ufficio di Informazione finanziaria per l’Italia) – non ha rilievi e implicazioni di carattere fiscale-tributario, né è detto che da essa scaturiscano procedimenti di carattere penale per il riciclaggio.

note

[1] Art. 28, comma 7, del Dlgs 346/1990, come modificato dall’articolo 11 del Dlgs 21 novembre 2014 n. 175.

[2] Art. 49 del Dlgs 231/2007.

[3] D.Lgs. n. 90/2017

[4] Art. 51 del Dlgs 231/2007.

[5] Min. Economia, circolare del 4.11.2011.

Autore immagine 123rf com


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI