PCT: la copia di cortesia ritorna obbligatoria

2 agosto 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 agosto 2015



Processo civile telematico: il ritorno alla carta con l’emendamento approvato dalla Camera al DL sulle misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile; il passo indietro del Parlamento nella digitalizzazione della giustizia.

 

L’ultimo decreto legge sulla giustizia [1], approvato lo scorso 27 giugno dal Governo e confermato due settimane fa dalla Camera, si appresta a sbarcare, per l’ultima ratifica, al Senato con una forte zavorra: il ritorno al processo cartaceo. Nelle intenzioni iniziali, il DL contenente “Misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell’amministrazione giudiziaria” doveva segnare un importante passo in avanti verso il PCT (processo civile telematico), obbligando tutte le cancellerie ad accettare in formato elettronico (e quindi la trasmissione tramite PEC) non solo gli atti “endoprocessuali” (quelli, cioè, inerenti a una causa già iniziata), ma anche quelli introduttivi del giudizio (una citazione, un ricorso, ecc.). Ora, invece, il testo della riforma finisce per prevedere l’esatto contrario: obbligare gli avvocati a depositare sempre una copia cartacea di ciò che hanno trasmesso telematicamente. Quella cioè che i tecnici chiamano “copia di cortesia”, in pratica, diventerà obbligatoria.

È questa, in buona sostanza, la sintesi di un emendamento, già passato alla Camera dei Deputati, e che, se approvato in via definitiva anche dal Senato (si voterà in questi giorni), attribuirà al ministro della Giustizia il compito di dettare “misure organizzative per l’acquisizione anche di copia cartacea degli atti depositati con modalità telematiche nonché per la riproduzione su supporto analogico degli atti depositati con le predette modalità, nonché per la gestione e conservazione delle predette copie cartacee. Con il medesimo decreto sono altresì stabilite le misure organizzative per la gestione e conservazione degli atti depositati su supporto cartaceo”.

Stando al numero di voti ottenuti, l’emendamento dovrebbe passare anche il secondo scoglio parlamentare e diventare legge. Come dire che proprio la causa principale della crisi del processo italiano e del conseguente fallimento della giustizia – l’ammasso di carte che inonda le cancellerie, l’inefficienza della macchina burocratica e la conseguente lentezza elefantiaca – viene visto, dai nostri parlamentari, come la cura al problema; anzi, in un capovolgimento delle sorti più degno di un film hollywoodiano, la cura (la digitalizzazione) viene additata come il male da combattere.

Ci sono voluti 15 anni per partorire il processo civile telematico: lo Stato ha speso (o sprecato, che dir si voglia, posto che i due termini sono ormai diventati sinonimi) ingenti risorse economiche per generare una macchina certo non perfetta, ancora piena di difetti e di buchi. A partire dalle svariate interpretazioni che – come sempre – i giudici fanno delle nuove regole. Ma è pur sempre un primo passo. E del resto, nel nostro Paese, nulla funziona bene sin dall’inizio.

A parte alcuni magistrati, sarà il consueto detrattore del progresso – sempre pronto a remare contro le novità – a tirare un sospiro di sollievo e ad accogliere, con soddisfazione, il ritorno al passato. In verità, l’obbligo della copia di cortesia non evita i rischi di eventuali decadenze e di depositi irrituali commessi tramite PCT: a far fede, infatti, resterà sempre il fascicolo telematico e i tempi di deposito tramite la busta elettronica. La copia cartacea, dunque, non sanerà i vizi dell’invio telematico, ma tutt’al più ne creerà di nuovi (resta infatti da vedere se saranno previsti termini perentori per il relativo deposito). Dunque, il nuovo obbligo sarà solo un ulteriore adempimento, un peso per avvocati e cancellerie, già pronte ad implodere sotto il peso degli scaffali pieni di fascicoli “tradizionali”.

La stessa parola “carta”, quando associata alla pubblica amministrazione, assume ormai, secondo la connotazione popolare, un significato dispregiativo: la carta – o meglio, la “scartoffia” – viene vista come lo strumento con cui si attuano più facilmente gli abusi (tra chi le interpreta in un modo e chi in un altro, chi richiede il visto verde e chi il timbro rosso, ecc.); dietro le carte ci si nasconde per negare il compimento degli atti del proprio ufficio o per ritardarli. Pochi popoli, però, come il nostro sono capaci di tributare gli allori ai propri carnefici: così il ritorno della carta nei tribunali sarà da molti considerato come un problema solo di avvocati, cancellieri e giudici. Invece è in ballo la stessa democrazia del nostro Paese; era, del resto, lo stesso Montesquieu – ma oltre 250 anni fa – a dire che la giustizia ritardata è giustizia negata.

note

[1] DL n. 83/2015.

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