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Conto corrente, sottrazione somme, furto identità, responsabilità banca

2 agosto 2015


Conto corrente, sottrazione somme, furto identità, responsabilità banca

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 agosto 2015



Tutela del correntista nei confronti della banca per danni subiti a seguito di furto d’identità: risarcimento del danno a carico dell’istituto di credito o del criminale che ha posto in essere la condotta illecita?

Come si tutela il correntista a cui i malviventi – meglio noti, in questo caso, come “criminali informatici” – abbiano sottratto le somme dal conto corrente attraverso un furto di identità su internet? Si pensi al noto caso del phishing: il titolare di un servizio di banca telematica (home banking) ha a disposizione una username e una password: queste, però, gli vengono carpite dall’hacker grazie a dei sistemi abbastanza macchinosi (un virus insediato attraverso un link oppure l’invito ad accedere alla propria banca, inoltrato tramite email, che tuttavia riporta a una falsa home page, ecc.). Ebbene, in questi casi, la giurisprudenza è dell’idea che la responsabilità per i crimini informatici non debba ricadere sul correntista, al quale si può anche perdonare un eccesso di ingenuità, ma sulla banca, sulla quale invece – in quanto professionista del settore – ricadono tutti gli obblighi di approntare un servizio immune da rischi e intrusioni di terzi.

Pertanto, il correntista, vittima di un furto di identità realizzata da parte di terzi, il quale abbia subito un danno patrimoniale consistente nella sottrazione delle somme di denaro dal proprio conto corrente può scegliere tra due diverse vie:

– chiedere il risarcimento dei danni subiti alla banca presso la quale ha il conto

– oppure valutare se richiedere il risarcimento all’autore del reato commesso ai suoi danni.

Poiché, tuttavia, la seconda via è più tortuosa, costosa e incerta, non essendo spesso facile – anche al termine di numerose indagini della polizia postale – risalire alle identità dei malviventi (e, anche ammesso che ciò avvenga, non è detto che questi abbiano le condizioni economiche per poter indennizzare il correntista), la scelta allora più efficace è sicuramente quella di rivolgersi all’istituto di credito. La banca, difatti, è la parte di più facile da individuare, è anche un soggetto solvibile e “patrimonialmente forte”.

Nessun dubbio, comunque, che la banca sia tenuta al risarcimento del danno e al rimborso delle somme prelevate dal conto corrente del proprio cliente. Questo principio, per quanto non scritto in modo esplicito nella legge, è stato argomentato da una serie di disposizioni:

– il codice della privacy [1] e il codice civile [2] stabiliscono che la banca è tenuta a risarcire il danno qualora non dimostri di aver adottato misure di sicurezza idonee a evitare l’evento dannoso: ad esempio, la presenza di un token (la chiavetta che rilascia una nuova password al decorso di un certo numero di secondi) o di un sms alert (che consente di individuare e bloccare immediatamente il pagamento sospetto);

– il decreto legislativo sui servizi di pagamento nel mercato interno [3] prevede che, qualora il correntista abbia disconosciuto il pagamento non autorizzato, dovrà essere l’istituto di credito a fornire la prova di aver adottato un sistema di pagamento adeguato, salvo dolo o colpa grave del correntista;

– le norme del codice civile sul mandato che richiamano la diligenza del buon banchiere.

Anche più recente giurisprudenza è dello stesso avviso [4] e si sta orientando verso una maggiore tutela del correntista. Non in ultimo, anche l’ABF (Arbitro bancario finanziario), il meccanismo conciliativo messo a punto dalle stesse banche, sta riconoscendo, in una serie di pronunce, tutela risarcitoria al correntista derubato.

note

[1] Artt. 11, 15, 31, D.Lgs. n. 196/2003 (c.d. codice della privacy).

[2] Art. 2050 cod. civ.

[3] D.lgs. n. 11/2010.

[4] Trib. Milano sent. del 4.12.2014; Trib. Firenze sent. del 3.11.2014.

Autore immagine: 123rf com


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