Donna e famiglia Casa coniugale alla moglie anche se il figlio diventa maggiorenne?

Donna e famiglia Pubblicato il 3 agosto 2015

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Con la separazione, a mia moglie è stata assegnata la casa coniugale (di mia piena proprietà, con il mutuo ancora acceso); col divorzio, l’assegnazione della casa è rimasta invariata, ma le 2 figlie (di cui una maggiorenne) ora vivono 15 giorni al mese con me e 15 con la madre, motivo per cui non devo versare alla mia ex il contributo mensile per le due ragazze che studiano ancora. La madre lavora, ed è comproprietaria di un altro appartamento in cui vive sua madre. Al compimento della maggiore età della mia seconda figlia potrò rientrare in possesso del mio appartamento o almeno esigere il pagamento di un affitto da mia moglie? Attualmente vivo in una casa in affitto.

Per dare risposta al quesito occorre partire dalla lettura della norma [1] che, in tema di assegnazione della casa coniugale, prevede che il relativo godimento sia “attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio”. La legge, dunque, parla chiaramente di figli e non, invece, di figli minori; l’unico richiamo a questi ultimi è contenuto nel secondo comma della stessa norma, dove si fa obbligo a ciascuno dei genitori di comunicare all’altro entro massimo 30 giorni, eventuali cambi di residenza, qualora vi sia prole minorenne.

L’autosufficienza economica dei figli

Da ciò si desume che, in generale, non osta all’assegnazione della casa coniugale il fatto che i figli siano maggiorenni, quando essi non siano al contempo, senza averne colpa, economicamente autosufficienti [2]. Secondo, infatti, quella che è l’interpretazione prevalente di tale norma, l’assegnazione mira a salvaguardare esclusivamente l’interesse dei figli a “permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti”, sicché essa potrebbe essere disposta solo fino a quando i figli non siano economicamente autonomi: l’assegnazione così concepita, non può essere, dunque, parificata ad una componente dell’assegno di mantenimento per il coniuge [3].

A questo orientamento se ne contrappone uno minoritario, secondo il quale, in presenza di figli minori o maggiorenni non autosufficienti, l’assegnazione spetta di preferenza e ove possibile (quindi non obbligatoriamente) al genitore cui vengano affidati i figli, ma può anche essere utilizzata come strumento per realizzare (in tutto o in parte) la tutela del coniuge privo di adeguati redditi propri” [4] oppure affetto da particolari patologie [5].

Nel Suo caso, tuttavia, non sussistono ragioni di tutela della Sua ex moglie (né economiche né inerenti alla salute) che potrebbero giustificare un eventuale (e comunque improbabile) provvedimento di assegnazione in favore di quest’ultima. Ciò che rileva, invece, è la sussistenza o meno di uno stato di autosufficienza delle Sue figlie (e non del sopraggiungere della maggiore età della seconda). Solo ove questo intervenga, infatti, Lei potrà senz’altro (in quanto esclusivo titolare dell’immobile) rientrare nel pieno godimento del bene.

In tal caso, tuttavia, il rientro nel possesso dell’immobile da parte Sua, non potrebbe, comunque, essere automatico in quanto sarà necessario presentare una nuova istanza, da Lei autonomamente in Tribunale o congiuntamente da voi ex coniugi (in tale secondo caso potrà procedersi con la nuova procedura della negoziazione assistita dai soli avvocati) per chiedere la modifica delle attuali condizioni di divorzio e quindi la revoca del provvedimento di assegnazione.

Il requisito della coabitazione con l’assegnatario

Va detto, tuttavia, che l’assegnazione della casa coniugale ha come indefettibilmente presupposto quello della persistenza di una casa coniugale intesa come centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e, si è espressa, la vita familiare. Dunque, essa è disposta solo al fine di garantire ai figli una sorta di continuità con l’habitat domestico per come sopra inteso. Ciò significa che nel caso in cui ciò non avvenga (in quanto ad esempio i figli maggiorenni – se pur non autonomi – si siano sradicati dal luogo in cui si svolgeva la loro esistenza), l’applicazione dell’istituto non avrebbe più ragion d’essere [6]. Dunque è essenziale e necessario affinché non venga meno il diritto all’assegnazione che sia mantenuto fermo tra assegnatario e figli il requisito della coabitazione o convivenza.

Supponiamo allora che le Sue figlie, per ragioni di studio o di lavoro (se pur non tale da renderle del tutto autonome) si allontanino dalla casa. Anche questo rappresenterebbe un valido motivo per chiedere o ottenere la revoca dell’assegnazione alla Sua ex moglie.

Sulla nozione di convivenza esistono, tuttavia, due diversi orientamenti:

– quello secondo cui essa va intesa come lo stabile dimorare del figlio presso l’abitazione di uno dei genitori, semmai con eventuali, brevi e sporadici allontanamenti: ne sarebbero dunque esclusi dalla nozione i ritorni saltuari (ad es. nei week end) che configurerebbero semmai un rapporto di mera ospitalità [7];

– quello secondo cui, basterebbe a configurarla la circostanza che il figlio maggiorenne – se pur posto nella necessità di allontanarsi per ragioni di studio o lavoro dalla casa – mantenga tuttavia con essa un collegamento stabile, facendovi ritorno ogniqualvolta gli impegni glielo consentano [8].

Quale che possa essere l’interpretazione del giudice sulla nozione di convivenza, resta comunque che, un’ulteriore condizione che potrebbe darLe diritto a chiedere un eventuale revoca dell’assegnazione, potrebbe essere data dalla scelta delle Sue figlie di intraprendere fuori gli studi, così recidendo il legame con la casa familiare. Naturalmente una simile situazione andrà valutata nel caso concreto, nel senso che in presenza di una istanza di revoca dell’assegnazione il giudice dovrà tenere anche conto delle condizioni di vita del figlio divenuto maggiorenne, dei motivi dell’allontanamento dalla casa familiare, della distanza fra il luogo in cui essa si trova e quello dell’eventuale trasferimento, dei periodi effettivi di permanenza nella casa insieme al genitore assegnatario.

Quanto alla possibilità di esigere il pagamento di un affitto da parte della Sua ex, si tratta di un genere di condizione che non spetta stabilire al giudice in sede di modifica delle condizioni del divorzio; nel senso che questi potrebbe solo accertare il venir meno dei presupposti per l’assegnazione dell’immobile e disporne la revoca, ma non potrebbe disciplinare diverse questioni economiche tra voi ex coniugi, salvo che detto importo non venga configurato come una forma di mantenimento da parte di Sua moglie in Suo favore.

Ciò non toglie che una simile condizione potrebbe essere pienamente concordata da voi ex coniugi nell’ambito di un accordo in tal senso; accordo che potrebbe senz’altro essere omologato dal Tribunale o raggiunto in sede di negoziazione assistita.

Ciò detto, partendo dalla riferita circostanza che le figlie ora vivono 15 giorni al mese con Lei e 15 con la madre, mi preme fare un’ultima, assolutamente personale considerazione.

La situazione da Lei descritta sposa pienamente quello che è ha voluto essere lo spirito della legge sull’affido condiviso [9] che intendeva realizzare una piena ed effettiva bigenitorialità al punto che [10]:

– non dovrebbe esistere, (come di fatto nella legge non esiste ,se non per mera invenzione giuridica), un genitore collocatario dei figli, in quanto questi dovrebbero trascorrere pari tempo con l’uno e con l’altro dei genitori;

– non dovrebbe essere quindi assegnata a quest’ultimo la casa coniugale (in quanto l’assegnazione è una conseguenza della collocazione prevalente o dell’affido esclusivo dei figli) ma l’assegnazione dovrebbe seguire il titolo di proprietà;

– non dovrebbe essere previsto un assegno di mantenimento in favore della prole da parte del genitore non collocatario, in quanto ciascuno dovrebbe provvedere alle esigenze dei figli per il tempo che trascorre con loro (come di fatto è stato disposto nel Suo caso).

In tal senso, poco chiara appare, in questo contesto di collocamento alternato delle ragazze (ormai giovani donne), l’assegnazione della casa di Sua esclusiva proprietà alla Sua ex (salvo che non sia stato frutto di accordo tra voi coniugi in sede di divorzio), essendo comunque quest’ultima economicamente autonoma e, al contempo, comproprietaria di altro immobile con la di lei madre.

Ritengo, tuttavia, che nella Sua situazione (nella quale Lei e la signora avete mostrato la capacità di realizzare un affido condiviso “quasi pieno”) sia senz’altro possibile, già prima del verificarsi della condizione di autosufficienza delle Sue figlie (che potrebbe richiedere ancora molti anni), un accordo tra Lei e la signora (di modifica delle condizioni del divorzio) che possa permetterLe di tornare nel godimento del bene o quanto meno ottenere – ove la Sua ex preferisca restare a vivere comunque nella casa familiare – un contributo economico che La allevi nel pagamento delle restanti rate del mutuo.

note

[1] Art.337 sexies comma 1 cod. civ.

[2] Cfr. Cass. sent. n. 1198/06, n. 6861/10 e n. 12977/12.

[3] Cass. sent. n. 9079 del 20.04.11.

[4] Cass. sent. n.. 1783 dell’8.02.12.

[5] C. App. Venezia, decreto 6.3.13.

[6] Cass. sent. n. 4555 del 22.03. 2012.

[7] Cass. sent. n. 5857/02.

[8] Cass., sent. n. n. 11320/05.

[9] L. 54/2006.

[10] Come più volte ribadito dal prof. Marino Maglietta, ideatore dell’’affidamento condiviso dei figli ed estensore dei testi base considerati nelle varie legislature, che hanno condotto alla legge 54/2006.

Autore immagine: 123rf com


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