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Editoriali Avvocati a numero chiuso

Editoriali Pubblicato il 3 agosto 2015

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> Editoriali Pubblicato il 3 agosto 2015

Crisi dell’avvocatura e consigli per sopravvivere: maggiore selezione all’accesso con il numero chiuso alla facoltà di giurisprudenza e una maggiore serietà e obiettività negli esami di abilitazione all’esercizio della professione forense.

Numero chiuso all’università di giurisprudenza e maggiore selezione agli esami di abilitazione per l’esercizio della professione forense. Sono questi, in sintesi, i due principali suggerimenti che l’avvocatura d’affari offre per combattere la crisi di una professione, quella dell’avvocato, che non accenna a diminuire, complice soprattutto la trasformazione del mercato e la mutata richiesta di servizi legali.

Di “numero chiuso” si parla ormai da diversi anni; e se non fosse per il fatto che la facoltà di giurisprudenza apre tutt’oggi le porte non solo all’avvocatura, ma a un’ampia serie di occupazioni, forse qualcosa sarebbe stata fatta; per cui – a meno di non prevedere un percorso universitario dedicato esclusivamente all’attività forense – chiuderne l’accesso significherebbe anche limitare il diritto allo studio.

Non fate più gli avvocati. O, almeno, non pensate più di farlo come si faceva qualche anno fa”. Sono le parole raccolte da un giornalista di “Italia Oggi” che ha intervistato alcuni legali in un articolo di approfondimento dedicato al mondo forense, pubblicato questa mattina. “La professione di avvocato, se la si vuol fare ancora, non potrà che essere svolta solo dai migliori, cioè da coloro che avranno studiato, che continueranno a studiare e ad aggiornarsi durante la propria carriera, e soprattutto, che avranno voglia di fare esperienza all’estero parlando nuove lingue straniere, condizioni essenziali per potersi avventurare in un mondo che ormai non è più fatto solo dal diritto domestico”.

Dal canto suo, il CNF (l’organo rappresentativo degli avvocati) sta tentando, con il regolamento che dovrebbe essere approvato a breve, di definire un percorso di tirocinio abilitante alla professione sin dalle università, negli uffici giudiziari (anche se comunque il praticantato almeno per 6 mesi andrà fatto in uno studio legale), in un paese Ue per un semestre o, per un anno, presso le scuole di specializzazione per le professioni legali. Il tutto allo scopo di rendere più competitiva la preparazione dei nostri futuri avvocati.

“Se da grande vuoi proprio fare l’avvocato, preparati: non è più la professione che immagini e gli ostacoli sono tanti”. “Non basta solo studiare, serve fare molta esperienza e soprattutto la consapevolezza che l’avvocato non è più quello che si vede nei film, ma tutta un’altra cosa”.

Concorrenza smisurata, contrazione della domanda, aumento dei costi, necessità di strutture organizzate (e non più di studi unipersonali): sono questi i nuovi nemici degli avvocati. Chi vuole contrastarli non solo deve avere una preparazione universitaria “immacolata” e un cammino di praticante non confinato alle quattro pareti dello studio (compito che spesso si risolve in attività materiali o di cancelleria); deve essere intraprendente, imprenditore di sé stesso, ma soprattutto convincersi dell’idea che il vecchio studio-bottega, sul modello artigiano, dove tutto ruota intorno alla figura dell’unico o dei pochi professionisti titolari, è ormai tramontato.

Gli studi sono diventati delle vere e proprie “Law-factory”, hanno un approccio business, sanno utilizzare gli strumenti di comunicazione telematica, sfruttano internet per abbracciare nuove fette di clientela, hanno contatti con l’estero o, quanto meno, con altri studi europei.

Ma c’è anche chi è pessimista e dichiara “A mio figlio non lo consiglierei”: le posizioni apicali di questa professione sono poche e il numero di pretendenti è smisurato. A meno di accontentarsi delle briciole, raggiungere un buon livello di soddisfazione richiede enormi sacrifici, molta passione e una buona dose di fortuna.

Ecco perché, secondo alcuni, la “cura” più efficace resta il numero chiuso alle facoltà di giurisprudenza, strumento che potrebbe “da un lato ridurre il numero di avvocati e, dall’altro, scoraggiare chi troppo spesso decide di studiare giurisprudenza quando è indeciso sul futuro e perché a giudizio di molti apre molte strade”.

“Il numero chiuso per l’accesso alla facoltà di giurisprudenza avrebbe dovuto essere istituito almeno vent’anni fa”, è un altro commento scoraggiato, raccolto nel servizio del noto quotidiano giuridico: “Ciò avrebbe evitato un affollamento degli albi professionali che hanno finito per mortificare in generale la professione forense”.

Ma la crisi non è solo imputabile al “numero aperto” degli atenei, ma anche ai criteri di accesso alla professione, tutt’ora poco selettivi secondo alcuni. Si parla, a riguardo, di una “massa alluvionale di abilitati che ogni anno invadono il mercato legale”. “L’esame di abilitazione professionale, pur necessario, non rappresenta più un modello valido per l’accesso alla professione”.

Peraltro i due anni di pratica richiesti per poter fare l’esame “sono spesso puramente formali, senza che ad essi corrisponda una vera pratica utile alla reale branca del diritto che il praticante andrà ad esercitare”.

Dal canto suo, l’Aiga (l’associazione dei giovani avvocati) lancia l’allarme per chi è già “dentro” la professione e si trova imprigionato in un mercato che non è più quello in cui aveva sperato: gli avvocati, anche quando sono già affermati dentro uno studio, diventano veri e propri dipendenti e non liberi professionisti. Nei law-firm lavorano anche dieci ore al giorno, percepiscono un compenso mensile fisso, non hanno quasi mai rapporti diretti con i clienti. Di fatto lavorano come dipendenti dello studio, anche se questo rapporto non è quasi mai regolato da un contratto e, almeno nelle forme, sono liberi professionisti. Una gabbia, questa, dalla quale gli stessi avvocati sembrano non voler uscire, spaventati dalle difficoltà che deve affrontare chi decide di mettersi in proprio (l’investimento in uno studio, i costi fisi, l’incertezza legata alla ricerca della clientela e alle oscillazioni del mercato). Alla fine, fare i “dipendenti” evita tanti problemi, consente di fare ciò per cui si è studiato e mette al riparo dai rischi del futuro. A confermare questo spaccato sono i dati raccolti dall’Aiga: il numero di avvocati che aspira a mettersi in proprio è una netta minoranza (solo 4 su 10 dichiarano di avere l’obiettivo di aprire uno studio, mentre quasi un avvocato su due mira a continuare lungo la strada della collaborazione, in esclusiva o con un minimo margine di autonomia).


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1 Commento

  1. Ritengo che proprio agli avvocati di affari non competa di dare indirizzi sull’accesso all’Avvocatura e sul suo esercizio, essi non sono avvocati di diritti, quantomeno dei diritti essenziali, esercitano un’attività di commercio dei diritti che poco ha a che dare con il profilo costituzionale dell’avvocatura. Riterrei che i primi a non essere ammessi allo stesso Albo degli Avvicati debbano essere proprio loro, si faccia un albo speciale ed iscriviamoli alle Camere di Commercio o alla Confindustria o a qualche corporazione imprenditoriale, ma non al CNF. Le Low Farm se devono competere con l’Avvocatura anche organizzata in Studi Associati devono garantire la tutela dei diritti fondamentali del cittadino e non possono trasformarsi in asset dell’impresa insolidale. Riteniamo che l’Avvocatura dei diritti debba affermare la dignità’ del suo ruolo sociale e costituzionale e che il CNF debba avviare una precisa analisi delle componenti professionali degli Albi, ponendo in primo piano quanti esercitano in coerenza con i principi costituzionali di solidarietà’ garanzia dei diritti fondamentali del cittadino , escludendo quelle figure professionali che continuano ad abusare del titolo di avvocato senza pero’ averne ne’ pratica ne’ concreto esercizio , utilizzando la funzione per mere operazioni commerciali , i cosiddetti avvocati advisors o d’affari che appartengono a categorie utili sicuramente alla finanza ed agli scambi commerciali, ma che nulla hanno a che fare con la difesa e con la tutela delle garanzie democratiche. Peraltro dobbiamo capire quanto queste Law Farm di scimmiottamento anglosassone contribuiscono a sostenere con i loro fatturati la categoria e le posizioni più deboli dell’avvocatura concretamente militante a tutela dei diritti fondamentali, quanto contribuiscono a formare professionisti non sedotti dal fatturato ma impegnati nella funzione che la Costituzione Repubblicana ha assegnato all’Avvocatura.

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