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Lo sai che? La servitù di parcheggio su una strada altrui è possibile

Lo sai che? Pubblicato il 4 agosto 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 4 agosto 2015

È possibile un contratto che consenta al titolare di un terreno di parcheggiare l’auto sul fondo altrui e, con la vendita dell’immobile, si trasferisce anche tale diritto di servitù: i notai contro la Cassazione.

È possibile che due soggetti si accordino, con un apposito accordo, per concedere, a favore dell’uno, una servitù di parcheggio su un terreno di proprietà dell’altro. Lo ha chiarito il Consiglio nazionale del Notariato in risposta [1] a una sentenza della Cassazione [2] con la quale era stata esclusa la possibilità di tale diritto. La Suprema Corte – precisa l’organo rappresentativo dei notai – si era riferita unicamente al caso di specie sottoposto alla sua attenzione (nel quale mancavano i requisiti di legge), ma ciò non esclude che possano stipularsi patti regolarmente validi, tanto più che le sentenze dei giudici hanno solo efficacia tra le parti e non valenza di legge. Anzi, in base al principio di libertà negoziale che regola tutta la materia della contrattualistica del nostro ordinamento, il contenuto delle servitù – come di qualsiasi altro contratto – può essere liberamente determinato dai contraenti.

In buona sostanza, secondo il Consiglio del Notariato, non è in discussione se la servitù di parcheggio si possa costituire, ma come lo si faccia. Pertanto, al fine di consentire, al titolare di un fondo (cosiddetto fondo dominante) di parcheggiare la propria auto sul terreno di un altro soggetto (cosiddetto fondo servente), è necessario che esistano alcuni elementi indispensabili:

a) la servitù deve avere il requisito dell’immediatezza: in pratica, il titolare del fondo dominante (e, quindi, titolare della servitù) deve poter avvalersi dell’utilità in questione ed eseguire l’attività concessagli dal titolare del fondo servente (ossia il parcheggiare) senza dover richiedere la collaborazione di quest’ultimo;

b) la servitù deve essere costituita per un’utilità specifica: non si deve, cioè, trattare di un godimento generale del bene, come invece accade, per esempio, con i diritti di usufrutto, uso e abitazione che consentono, al loro titolare, un utilizzo generico del bene;

c) la servitù deve essere inerente sia al fondo servente (deve cioè essere un “onere” di detto fondo) sia al fondo dominante (deve dare utilità a tale fondo); pertanto, nel caso in cui il titolare di uno dei due fondi venda la proprietà, cederà anche la connessa servitù di parcheggio;

d) la servitù deve apportare una utilità al fondo dominante (e non essere un vantaggio personale del proprietario). Era proprio sull’assenza di questo punto che la Cassazione aveva giustificato la propria sentenza di rigetto, ritenendo che il parcheggio fosse più un’utilità per il padrone dell’auto che non per il terreno dominante. Secondo invece i notai, l’utilità giunge al titolare del fondo dominante attraverso il godimento di tale fondo (si pensi al parcheggio di un albergo): in tal caso la servitù sul fondo altrui è funzionale all’esercizio dell’attività che si svolge sul fondo dominante.

Certo, nulla toglie che, a prescindere dall’esistenza della servitù, un soggetto conceda a un altro il diritto di parcheggiare l’auto sul proprio fondo: ma, in tal caso, si tratterà non più di un diritto reale (quale appunto è la servitù), bensì di una obbligazione, che non si trasferisce al trasferimento dell’immobile e contro il cui inadempimento è solo possibile il risarcimento del danno.

note

[1] Consiglio nazionale del Notariato, Studio Civilistico n. 1094-2014/C approvato il 6-8 maggio 2015.

[2] Cass. sent. n. 23708/2014.

Autore immagine: 123rf com


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