Professionisti IVA e mezzi di prova

Professionisti Pubblicato il 6 agosto 2015

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IVA, I diversi mezzi di prova, processi verbali, presunzioni.

Una volta esaminati, per grandi linee, i criteri che regolano gli avvisi di rettifica IVA e di accertamento redatti dalle Direzioni provinciali dell’Agenzia delle entrate (vedi pagine di questo portale), occorre dedicare qualche breve cenno all’individuazione dei mezzi di prova che devono suffragare detti provvedimenti:

— innanzitutto i processi verbali, che scaturiscono dall’ispezione della contabilità e dalle verificazioni. Tali atti possono fornire dati e notizie certi e diretti, utili alla rettifica della dichiarazione o elementi presuntivi di evasione d’imposta, tali da consentire l’accertamento induttivo;

— in secondo luogo gli atti e le dichiarazioni presentate dal contribuente. Si tratta di elementi che permettono la rettifica della dichiarazione IVA, prodotta dal soggetto d’imposta e che sono rilevabili direttamente da tale documento, dai relativi allegati e dal confronto dei dati raccolti con le dichiarazioni relative ad anni pregressi.

È dunque lo stesso contribuente a fornire la prova delle irregolarità, ed agli Uffici non resta altro che rilevarle con un semplice controllo degli elementi esibiti;

— altra prova è costituita dagli elementi certi e diretti, non presuntivi, di cui l’Ufficio è in possesso, di rilevanza tale da consentire l’accertamento induttivo o la rettifica dei dati contenuti nella dichiarazione, senza che vi sia alcuna ispezione della contabilità e indipendentemente dalla formale regolarità della stessa. Si tratta, in effetti, di prove documentali e di notizie e chiarimenti forniti direttamente dal contribuente, che rendono palese il legame tra il fatto appurato ed il dato (evasione) che si vuole provare (art. 54, co. 3, D.P.R. 633/72);

— costituiscono poi un fondamentale mezzo di prova nell’accertamento tributario le «presunzioni legali»: queste ultime si basano sul meccanismo deduttivo, col quale dal fatto noto si risale al fatto ignoto mediante un nesso di causalità.

Le presunzioni

Il legislatore fiscale ha fatto largo uso delle presunzioni nel redigere il testo del D.P.R. 633/72, in quanto il meccanismo deduttivo che le sostanzia ben si addice ai criteri di accertamento previsti per l’IVA.

Un esempio di presunzione legale assoluta è quella contenuta nell’art. 4, co. 5, che stabilisce la natura commerciale di alcune attività anche se poste in essere da enti pubblici e associazioni culturali, ricreative, sindacali etc.

Il D.P.R. 441/97 disciplina invece le presunzioni di cessione e di acquisto.

Il provvedimento è strutturato in cinque articoli che riguardano:

—  le presunzioni di cessione;

—  la non operatività della presunzione di cessione;

—  le presunzioni di acquisto;

—  l’operatività delle presunzioni;

—  le fattispecie ordinate mediante decreti del Ministro dell’economia e delle finanze.

Va, poi, ricordato che con il D.P.R. 435/2001 è stato stabilito che il contribuente che perde beni per eventi indipendenti dalla sua volontà può superare la relativa presunzione attraverso una sua dichiarazione sostitutiva di atto notorio resa entro 30 giorni dal verificarsi dell’evento o dalla data in cui se ne ha conoscenza.

Sono inoltre presenti nel D.P.R. 633/72 anche «presunzioni relative a prova libera», quali quelle insite nel 2° comma, n. 2 dell’art. 51 del D.P.R. 633/72: la disposizione prevede, infatti, che i dati attinenti ai rapporti ed alle operazioni, acquisiti e rilevati — previa autorizzazione del direttore centrale dell’accertamento dell’Agenzia delle entrate o, per la Guardia di finanza, del comandante regionale o dell’autorità giudiziaria — presso banche o presso le poste italiane S.p.A., sono posti a base di rettifiche ed accertamenti se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto nella dichiarazione o che non si riferiscono ad operazioni imponibili. I prelevamenti annotati sugli stessi conti, se il contribuente non ne indica il beneficiario, sono considerati relativi ad acquisti e soggetti, ai fini della sanzione di cui all’art. 6, co. 8, del D.Lgs. 471/97, all’aliquota prevalentemente applicata, con riferimento all’ammontare complessivo degli acquisti e delle importazioni effettuate nel periodo di imposta.

Tali presunzioni finiscono, quindi, col rendere più onerosa la situazione di quei contribuenti inquisiti, che non intendono collaborare a fornire utili notizie che consentano accertamenti a carico di coloro con i quali hanno intrattenuto rapporti commerciali.

L’art. 54 del D.P.R. 633/72 stabilisce ancora che gli uffici possono determinare omissioni e false o inesatte indicazioni anche sulla base di presunzioni semplici: queste ultime consistono nella naturale conseguenza che il giudice (o l’interprete) trae da un fatto noto per risalire ad un fatto ignoto. Non è sufficiente che la presunzione sia il risultato possibile di un ragionamento deduttivo, deve piuttosto essere la conseguenza necessaria, sicura ed univoca (ed in tal senso si esprime anche il Ministero dell’economia e delle finanze) del procedimento logico che ne è alla base.

In questa ottica è da escludere la possibilità di far derivare la presunzione da altra presunzione (praesumptum de praesumpto): in tale ipotesi verrebbe, infatti, meno la certezza della premessa (mancherebbe cioè il fatto noto) al processo deduttivo, che sarebbe perciò falsato o quanto meno indebolito nel presupposto logico.

Manuale di Diritto Tributario

note

Autore immagine: 123rf com


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