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L’imprenditore dichiarato fallito può lavorare o avviare una nuova impresa?

12 Aprile 2013
L’imprenditore dichiarato fallito può lavorare o avviare una nuova impresa?

La dichiarazione di fallimento non ostacola il successivo avvio di una nuova attività commerciale da parte del fallito.

La crisi economica che attanaglia il nostro Paese ha comportato un drammatico aumento dei fallimenti: sono sempre di più le imprese – soprattutto piccole e medie – che ogni anno chiudono i battenti, incapaci di fronteggiare la crisi di liquidità, i ritardi nei pagamenti, l’aumento del costo del lavoro.

Ma cosa accade ad un imprenditore una volta che sia stato dichiarato fallito? E quali conseguenze ha il fallimento sulla possibilità di ricominciare una nuova attività lavorativa?

Un’impresa commerciale (collettiva o individuale) fallisce quando versa in “stato di insolvenza[1], cioè quandonon è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni. Non tutte le imprese possono fallire, ma solo quelle che soddisfano i requisiti previsti dalla legge fallimentare (confronta in nota) [2].

Conseguenze personali e patrimoniali del fallimento

A livello patrimoniale, la dichiarazione di fallimento da parte del Tribunale comporta lo “spossessamento” dei beni del fallito (eccetto quelli strettamente personali), che vengono amministrati e gestiti dal Curatore fallimentare allo scopo di soddisfare i creditori dell’impresa.

Durante il fallimento, il fallito subisce anche limitazioni di naturapersonale:

– non può esercitare alcune professioni (es. avvocato, farmacista) o rivestire alcune cariche (es.: tutore, amministratore di s.p.a.);

– deve comunicare al Curatore eventuali cambi di residenza o domicilio;

– deve consegnare al Curatore tutta la corrispondenza commerciale;

Altri lavori durante il fallimento

La legge consente all’imprenditore fallito di svolgere un’attività lavorativa durante il fallimento (in forma subordinata o autonoma, continuativa o saltuaria), in linea con la nostra Costituzione che garantisce a tutti i cittadini il diritto al lavoro.

Come affermato anche dalla Corte di Cassazione [3], il fallito può persino avviare una nuova impresa commerciale (anche in forma societaria), autonoma e distinta da quella fallita e compiere tutti gli atti necessari alla sua gestione e amministrazione (come aprire conti correnti e stipulare contratti), purché per far ciò non sottragga beni o liquidità già acquisiti alla procedura fallimentare. L’imprenditore che, deliberatamente, violi tali limiti (utilizzando beni di cui non può disporre, in danno dei creditori), commette il reato di bancarotta fraudolenta [4], punito con la reclusione e con il divieto di esercitare attività commerciale per ben dieci anni.

Nella pratica, quindi, il fallito che voglia avviare una nuova impresa senza intaccare le garanzie dei creditorifallimentari, dovrà utilizzare forme di finanziamento alternative. Ad esempio potrà impiegare capitali di terzi, oppure ricorrere al credito commerciale o al leasing per l’acquisto dei beni aziendali.

Il fallito, infine, può trattenere per sé solo i proventi della nuova attività lavorativa necessari al mantenimento suo e della sua famiglia, mentre tutti i ricavi che eccedono tale limite (gli utili) sono acquisiti dal Curatore e destinati a soddisfare i creditori fallimentari [5].

Tale somma non deve servire a garantire una soddisfazione economica del fallito o a realizzare la persona dell’ex imprenditore che lavora, quale incentivo all’esercizio dell’attività professionale o, infine, a consentirgli un tenore di vita adeguato. Il fallito ha solo diritto fallito al necessario per il mantenimento suo e della sua famiglia, con riguardo alle loro condizioni personali.

Dopo il fallimento

Tutte queste restrizioni, patrimoniali e personali, cessano automaticamente al termine della procedura fallimentare, con la pronuncia del decreto di chiusura del fallimento e senza ulteriori oneri per l’imprenditore. Nel 2006, infatti, la riforma della legge fallimentare [7] – applicabile anche ai fallimenti già iniziati – ha cancellato la necessità, per il fallito, di ottenere dal Giudice un provvedimento che lo “riabilitasse” dalle incapacità di natura personale. In passato, invece, l’imprenditore che non avesse ottenuto la riabilitazione giudiziale, subiva molte limitazioni anche dopo la chiusura della procedura, tra cui, ad esempio, l’impossibilità di iscriversi nel registro delle imprese e, quindi, di fatto, avviare una nuova attività [8].

di LIDIA LEUCCI


note

 

[1] Art. 5 L. Fall.

[2] Possono fallire le imprese che, nei 3 anni precedenti al fallimento, hanno un attivo patrimoniale superiore a 300.000 €, oppure ricavi superiori ad 200.000 €, oppure debiti per oltre 500.000 €. Il debito per il quale si chiede il fallimento non può essere inferire a 30.000 €.

[3] Cass. sent. n. 9812 del 1/3/2006

[4] art. 216 L. F.

[5] artt. 42 e 46 L.F.

[6] Cass. sent. n. 26206/13.

[7] D. Lgs. n. 5/2006

[8] La disciplina pre-riforma era molto più penalizzante per il fallito (egli addirittura non poteva votare per i 5 anni successivi alla chiusura del fallimento e non poteva allontanarsi dalla sua residenza senza consenso del Giudice). Le norme abrogate prevedevano poi  il “pubblico registro dei falliti”, dal quale si poteva essere cancellati solo con una sentenza di “riabilitazione”, che estingueva anche le incapacità personali: la riabilitazione veniva concessa dal Tribunale se il fallito aveva estinto i suoi debiti, oppure se aveva dato prova di buona condotta per almeno 5 anni. In mancanza di riabilitazione, però, le incapacità personali permanevano anche dopo la chiusura del fallimento, con conseguenze molto negative per la vita professionale e sociale del fallito.


7 Commenti

  1. Mi hanno fatto fallire con 38.000,00€ invece il debito era di 24.000,00€. Mi è arrivata la pec, il mio commercialista non l’ha vista. Purtroppo mi ero ammalato,una malattia rara e gravissima e nessuno ha avuto pieta’. Grazie.

  2. fallimento n.241-del 30.06.1995. la sentenza di fallimento e stata data per una
    somma di settimilioniecinquecentomilalire, da questo mi,anno venduto la casa
    i magazini ed altro per un valore di oltre 300.000.000 euro, tale senttenzia, e ancora
    aperta, non posso votare, non posso avere passaporto ed altro. tale settenza
    e uqua al danno che mianno recato?. crazie porgo saluti Cataldo Ciro — PA.

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      Cordiali Saluti

  3. Vorrei conoscere se nella mia zona (Pescara) esiste un’associazione gratuita che possa aiutarmi a capire se esiste la possibilità di aprire una nuova azienda con relativa apertura di un c/c bancario avendo alle spalle un’azienda fallita…. per cercare di ricominciare e poter avere una seconda possibilità oppure se mi resta solo di morire. Grazie

  4. un mio amico è stato dichiarato fallito in proprio, è medico laureato in farmacia, il procedimento è in atto e l’11 luglio si discute il reclamo per insussistenza dei requisiti per la dichiarazione di fallimento. il mio amico è amministratore di una srl e non socio della medesima, può continuare a fare l’amministratore?

  5. Salve!Cortesemente,ho bisogno di una risposta.Essendo dipendente in un azienda di trasporti mi preocupo° per il fatto che il titolare consigliato da un commercialista fa in maniera di ricevere i pagamenti dai clienti tramite una ditta intermediaria in Austria che puoi li fa bonifico nel suo nuovo conto corrente che a aperto in Slovenia,per evitare di pagare i crediti che ha nei confronti dei dipendenti quali hanno anche 9 mesi di stipendio arretrati.Infatti,ce un ex collega che li ha fatto causa legale ma non riesce avere i suoi stipendi arretrati inquanto nel conto corrente aziendale in Italia a fine mese restano al massimo 100 euro.Cosa si potrebbe fare?Grazie.

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      La Redazione LLpT Business

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