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Superamento del comporto: il licenziamento non deve essere immediato

6 Agosto 2015
Superamento del comporto: il licenziamento non deve essere immediato

Malattia, licenziamento, comporto, lettera di recesso da parte del datore di lavoro, immediatezza, contestazione.

Qualora il lavoratore sia in malattia da molto tempo e, in forza di ciò, faccia tante assenze da superare il cosiddetto periodo di comporto, se il datore di lavoro gli consente di riprendere, almeno nell’immediatezza, l’attività di lavoro non significa che abbia rinunciato al diritto di licenziarlo per “superamento del comporto”. Infatti, qualora l’intimazione del licenziamento dipenda effettivamente dal fatto contestato il diritto al recesso rimane sempre valido. Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1].

Se però il licenziamento viene intimato immediatamente, ossia appena superato il comporto, il datore non deve dare alcuna prova del fatto che il recesso è dipeso proprio da tale protratta assenza [2]. Invece tale dimostrazione è necessaria nel caso di licenziamento intimato dopo un apprezzabile intervallo di tempo. Mentre, nel caso di licenziamento intimato dopo pochi giorni dalla riammissione in servizio, è onere del lavoratore provare che tale riammissione costituisce nel caso concreto – eventualmente in concorso con altri elementi – una manifestazione tacita della volontà del datore di lavoro di rinunciare al diritto di recesso.

In ogni caso spetta però al giudice valutare la congruità o meno (con riguardo, in particolare, alle caratteristiche organizzative e dimensionali dell’impresa) del tempo intercorso fra la ripresa del lavoro ed il licenziamento. Questo perché nelle aziende di grosse dimensioni l’accertamento della sussistenza della valida causa di licenziamento potrebbe richiedere più tempo rispetto a una piccola impresa.

 

Ecco quindi un’importante differenza tra il licenziamento disciplinare, in cui serve la tempestività perché il lavoratore possa difendersi, e quello per superamento del periodo di comporto per malattia che va contemperato con un ragionevole lasso di tempo. Questo anche a tutela del lavoratore.


note

[1] Cass. sent. n. 16462/2015.

[2] La prova della sussistenza del nesso di causalità è in “re ipsa”.

Autore immagine: 123rf com


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