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Google e le richieste di cancellazione: diritto all’oblio, manuale di sopravvivenza


> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 agosto 2015



Cancellazione di link con notizie e informazioni presenti sui motori di ricerca: il diritto ad essere dimenticati è ancora di difficile attuazione.

Nonostante le sentenze della Cassazione e della Corte di Giustizia Europea, che ormai hanno sancito inequivocabilmente l’esistenza del diritto all’oblio (ossia il diritto a essere dimenticati, con cancellazione o deindicizzazione delle notizie riguardanti il passato di chi è stato al centro di una vicenda di cronaca), i giornali e i motori di ricerca sembrano essere ancora restii ad adempiere “a prima richiesta”.

Risultato: i link contenenti le vicende giudiziali (e non) dei cittadini, siano essi colpevoli che successivamente prosciolti, continuano a restare sul web e solo l’intervento dell’avvocato riesce – e non sempre – a sbloccare la situazione in via stragiudiziale. Internet si nutre, del resto, di informazioni e, ovviamente, nessuno cede il pane così facilmente.

Esiste il diritto all’oblio?

Il diritto all’oblio non è previsto da nessuna legge (ed è forse questo il suo aspetto più debole), ma la sua esistenza è riconosciuta, in modo unanime, da tutti i giudici (ed è forse questo il suo aspetto più forte). Esiste da prima di internet, quando la Cassazione condannò un giornale che, nell’ambito di un gioco a premi, ripubblicando le prime pagine del proprio quotidiano di diversi anni prima, aveva ripescato inavvertitamente un trafiletto con un fatto di cronaca riguardante due malviventi. I quali poi vennero risarciti per essere stati lesi nel loro diritto costituzionale “a essere dimenticati”. La pena, infatti – recita la Costituzione – ha lo scopo di garantire il reinserimento del condannato all’interno della società, cosa che non sarebbe possibile se i media riproponessero al pubblico il trascorso di chi ha già pagato il proprio debito con la giustizia.

Il discorso è ancor più valido sul web, dove i giornali online non vengono portati al macero il giorno dopo la loro distribuzione e le famiglie non ne fanno carta per pulire i vetri. Su internet tutto rimane, e nulla si distrugge.

La Corte di Giustizia della Comunità Europea

La Corte di Giustizia ha poi avuto il merito, con una nota sentenza dell’anno scorso, di aver tirato in ballo non solo la responsabilità personale dei giornali, per la mancata cancellazione della notizia o (come spiegato dalla nostra Cassazione ben due anni prima) per l’omessa de-indicizzazione, ma anche il motore di ricerca (Google, innanzitutto). Quest’ultimo, poiché tratta i “dati” sensibili dei cittadini, ne è anche responsabile e quindi tenuto alla cancellazione dei link riportanti notizie obsolete.

L’intenzione della Corte europea era quella di consentire ai cittadini di non dover richiedere ad ogni singola testata giornalistica la cancellazione delle notizie (cosa che, sul web, potrebbe obbligare a interfacciarsi con centinaia di soggetti), ma, con un’unica istanza, di rivolgersi ai motori di ricerca perché de-indicizzino i relativi link. Ma questo, almeno nei fatti, non è successo. Google si disinteressa, nella maggior parte dei casi, delle richieste di cancellazione, specie quando attengono a notizie di carattere penale, nascondendosi dietro un asserito interesse pubblico alla notizia. Può farlo? In realtà Google gioca sull’aspetto più debole di tutta la vicenda del diritto all’oblio: non essendovi una legge a regolamentarlo e, soprattutto, a stabilire dopo quanto tempo una notizia vada cancellata perché non più di pubblico interesse, i termini – prima almeno dell’eventuale intervento di un giudice – sono rimessi all’arbitrio delle parti. Ed ecco, quindi, un fiorire di secchi dinieghi alle richieste inoltrate online dai cittadini.

Ma la Corte di Giustizia dice anche un’altra cosa: se Google fa spallucce, gli interessati possono rivolgersi al giudice ordinario (eventualmente con un ricorso in via d’urgenza, aggiungiamo noi) oppure al Garante della Privacy (il cui intervento dovrebbe essere più rapido ed economico).

La sentenza della Corte di Giustizia non cambia questa triste realtà: il diritto all’oblio non è stato codificato, né in ambito nazionale né comunitario, anche se numerosi sono stati i tentativi, tutti però naufragati. Per capire se si ha “diritto” alla cancellazione dal web di un contenuto che, pur legittimamente pubblicato, è da ritenersi obsoleto, occorrerà effettuare alcune valutazioni.

La Corte si premura di chiarire come il diritto alla cancellazione spetti solo in quei casi in cui non vi siano ulteriori interessi in gioco prevalenti quali la rilevanza pubblica della notizia ed il conseguente interesse della cittadinanza a conoscere tramite motore di ricerca quella data informazione: una dizione davvero troppo generica dietro la quale, troppo spesso, i giornali si nascondono.

Per fortuna, l’orientamento della magistratura è molto rigoroso e, sebbene essa ritenga che i tempi di diffusione delle notizie su internet debbano essere valutati con maggiore flessibilità rispetto a quelli della stampa cartacea (proprio per la natura stessa del web, che è quella di lasciare l’informazione nella disponibilità di tutti, anche di chi non si è collegato nel “giorno specifico” della notizia), c’è sempre una forte tendenza a censurare l’operato dei giornali online poco inclini alle cancellazioni. Il discorso è che, nell’indifferenza della testata, il cittadino viene costretto a imbarcarsi in un giudizio d’urgenza (il ricorso al famoso articolo 700 del codice di procedura civile), salvo uno ulteriore per il risarcimento del danno.

Qual è il lasso di tempo per poter ritenere obsoleto – e da cancellare – un contenuto sul web?

Come detto, questo non lo dice né la legge, né la storica sentenza della Corte di Lussemburgo del 2014. La vicenda si riferiva alla richiesta di cancellazione di un fatto di cronaca di ben 16 anni prima, ma i nostri tribunali e il Garante della Privacy accordano tutela già dopo pochi – a volte pochissimi – anni dal fatto e dalla pubblicazione della news [1].

Importante è poi la natura delle notizie su eventi criminali o penalmente rilevanti: la gravità del crimine e il tempo passato sono i due assi cartesiani per stabilire la durata della notizia. Se nel caso di crimini minori per i quali sono passati molti anni è facile ottenere la cancellazione, il tempo non influisce su aspetti per cui prevale il pubblico interesse: si pensi al caso di un soggetto condannato per abusi sessuali che viene in considerazione per un ruolo di insegnante o al caso di soggetti condannati per frode che vengono in considerazione per posizioni di amministratori. Anche casi di politici che si ritirano fanno comunque restare di prevalente interesse pubblico le notizie sulle attività di quando erano in carica.

Un ulteriore elemento di valutazione è la dimensione pubblica del soggetto interessato.

Gli individui con un chiaro ruolo nella vita pubblica (politici, amministratori delegati di grandi aziende, celebrità, leaders religiosi, star dello sport, esponenti del mondo dello spettacolo): in questi casi le richieste di de-indicizzazione provenienti da tali soggetti pubblici e famosi non sono pienamente giustificabili poiché l’interesse del pubblico a ricercare e ad accedere alle informazioni che li riguardano in base ad una ricerca nominativa è prevalente (“overriding”) sulla privacy dei richiedenti. Il discorso contrario vale per quei soggetti che svolgono un ruolo marginale nel contesto societario. L’importanza poi del fatto non giustifica la permanenza del nominativo del soggetto che ben potrebbe essere riportato con le semplici iniziali (salvo ovviamente cancellare i tag che collegano, a quel contenuto, il nome dell’interessato).

Un ultimo aspetto di cui tenere considerazione è la natura della notizia e la sua incidenza sulla vita economico-sociale della nazione.

In tale ottica, hanno priorità alla cancellazione le seguenti notizie:

a) false informazioni (per le quali dovrebbe sempre essere accolta una richiesta di cancellazione o aggiornamento).

b) informazioni personali (come ad esempio immagini, numeri di telefono privati, recapiti, indirizzi, ecc.) e dati sensibili come informazioni sulla vita sessuale, sull’orientamento religioso, sulla salute, ecc.

c) informazioni sui minori (per le quali le richieste di delisting dovrebbero prevalere, anche in rapporto alle convenzioni internazionali vigenti a protezione dei minori);

Quale tutela?

In sintesi, al termine di questa disamina, cerchiamo di chiarire meglio le tutele riservate al cittadino.

Il primo tentativo da compiere è sempre, in un’ottica scalare dei mezzi di difesa (dal più blando al più incisivo) è quello di inviare la richiesta di de-indicizzazione a Google, con il link da quest’ultimo messo a disposizione online.

In caso di diniego, si può tentare di inviare una diffida ad ogni singolo giornale, sempre meglio se sottoscritta da un avvocato esperto in diritto all’oblio.

Qualora anche questo mezzo dovesse risultare insoddisfacente, si può valutare il ricorso in via amministrativa (al Garante della Privacy) o giudiziaria (al tribunale). In quest’ultimo caso, se l’interessato riesce a dimostrare che la pubblicazione online della notizia gli sta comportando un grave e irreparabile danno, potrà anche accedere alla tutela cautelare d’urgenza.

note

[1] Trib. Bari sent. del 27.09.2008; Cass. sent. n. 5525/2012; Garante Privacy provv. n. 542 del 20.11.2014.

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