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Pensioni, verso l’uscita flessibile a pagamento

10 Agosto 2015 | Autore:
Pensioni, verso l’uscita flessibile a pagamento

Allo studio l’ipotesi di consentire di smettere di lavorare prima con un assegno mensile ridotto del 3%, reddito minimo per i lavoratori di 55 anni

Il governo al lavoro per trovare il giusto equilibrio dei conti per la prossima legge di stabilità. Sullo sfondo il problema della riforma previdenziale e del reddito minimo garantito, del taglio delle imposte e l’occhio vigile di Bruxelles sui nostri conti.

Sul tema pensioni prende quota il piano del presidente dell’Inps, Tito Boeri, fondato su due parole chiave “alleggerimento” e “maggiore flessibilità”. Che può essere riassunto in libertà di abbandonare il lavoro prima, pagando una penale sull’assegno pensionistico.

Secondo le ipotesi di lavoro dei tecnici, chi decide di uscire volontariamente dal mondo del lavoro in anticipo riceverà meno soldi. Il presidente dell’Inps ipotizza un taglio del 3% per ogni anno di mancati versamenti all’Inps

Anche sui beneficiari regna la massima incertezza. L’anticipo dovrebbe riguardare chi ha 61, 62 anni di età con almeno 35 di contributi.

Il reddito minimo garantito – sul cui ammontare esiste una nebbia fitta – dovrebbe interessare i lavoratori con almeno 55 anni che hanno esaurito la durata degli ammortizzatori sociali e si trovano in condizioni di difficoltà economica.

Il tema Imu e più in generale la riduzione della pressione fiscale sugli immobili chiedono un prezzo elevato: 5 miliardi di euro. Cifra non da poco, difficilmente raggiungibile attraverso i tagli della spesa pubblica. Tanto che il governo chiederà flessibilità nell’interpretazione dei parametri europei e di confermare lo sconto dello 0,4% del Prodotto interno lordo, accordato lo scorso maggio (relativamente al 2014). Richiesta e relativa risposta che sarà puramente politica. Infatti, calcoli alla mano, l’Italia ha già sforato le soglie indicate da Bruxelles. E i Paesi che superano il 60% nel rapporto tra debito (ovvero il risultato tra entrate dello Stato e spese) e Pil sono tenuti a migliorare i saldi dello 0,5% ogni anno: l’esecutivo vorrebbe abbassare questa percentuale dello 0,1%, risparmiando 7 miliardi di euro da investire in politiche espansive e di crescita. Inoltre in gioco c’è pure il rinvio del pareggio di bilancio al 2018, che si traduce in un tesoretto da 12 miliardi di euro. Tanti, anzi tantissimi, soldi, forse troppi, per aspettarsi atteggiamenti accomondati da parte dell’Europa.



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