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L’accertamento induttivo mediante studi di settore

11 agosto 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 11 agosto 2015



Agenzia delle Entrate, controlli fiscali ed evasione: l’accertamento analitico-induttivo della dichiarazione dei redditi nei confronti di possessori di redditi d’impresa e di lavoro autonomo.

L’accertamento analitico-induttivo può basarsi sugli studi di settore che rappresentano uno strumento che consente la determinazione presuntiva dei ricavi o dei compensi attribuibili al contribuente sulla base di una sua capacità potenziale a produrli, determinata elaborando una serie di fattori interni ed esterni all’azienda e di indici di normalità economica.

La fonte normativa degli studi di settore va ricercata nell’art. 62bis del D.L. 331/93, convertito nella L. 427/93: tale norma dispone che gli Uffici dell’Agenzia delle entrate, sentite le associazioni professionali e di categoria, procedono all’elaborazione di appositi studi in relazione ai vari settori economici.

Fino ad oggi sono stati approvati numerosi studi di settore, con appositi decreti ministeriali, in relazione a diverse attività economiche.

Gli studi di settore, approvati dal 2009 sono elaborati anche su base regionale o comunale (D.M. 19-5-2009).

Il coinvolgimento delle regioni e dei comuni viene realizzato per il tramite delle associazioni professionali e di categoria ed è inoltre bene tener presente che l’elaborazione su base locale è possibile solo per quegli studi il cui numero di soggetti è sufficientemente diffuso sul territorio.

In pratica, gli studi di settore si prefiggono l’identificazione della capacità reddituale potenziale (così come le limitazioni della capacità stessa) del contribuente medio di ogni categoria economica tramite l’analisi dei dati dichiarati e di altri elementi extracontabili: il contribuente che dichiara meno di quanto indicato dagli studi è sottoposto all’azione di accertamento.

Ai sensi dell’art. 10 della L. 146/98, gli Uffici possono procedere ad accertamento induttivo ai fini delle imposte dirette (art. 39, co. 1, lett. d), D.P.R. 600/73) ed ai fini IVA (art. 54 D.P.R. 633/72), qualora l’ammontare dei ricavi o compensi dichiarati risulta inferiore all’ammontare dei ricavi o compensi determinabili sulla base degli studi stessi.

Dunque, attualmente si può affermare che il metodo di controllo indiretto, purché adeguatamente motivato sul piano sostanziale, non costituisce più un criterio residuale o eccezionale ma un criterio d’accertamento a carattere generale, al pari dell’accertamento analitico.

Inoltre, va rilevato che gli accertamenti basati sugli studi di settore non precludono ulteriori azioni accertatrici anche in riferimento alle categorie reddituali che sono state oggetto di accertamento.

La definizione degli accertamenti basati sugli studi di settore con le procedure dell’accertamento con adesione, della mediazione o della conciliazione giudiziale non esclude altre azioni accertatrici in riferimento ad altre tipologie di reddito, anche se non sopravvenga la conoscenza di nuovi elementi (art. 70, co. 1 e 2, L. 342/2000).

Il termine entro cui occorre notificare, a pena di decadenza, l’avviso di accertamento basato sugli studi di settore è il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello in cui la dichiarazione è stata presentata (e non del quarto anno successivo, come stabilito dall’art. 43 del D.P.R. 600/73) qualora per il periodo d’imposta a cui si riferisce l’accertamento è stata rilasciata una certificazione tributaria regolare (art. 36, co. 3, lett. b), D.Lgs. 241/97).

Soggetti destinatari

Destinatari degli studi di settore sono i contribuenti che abbiano dichiarato ricavi o compensi non superiori al limite stabilito per ciascuno studio di settore dal relativo decreto. Tale limite non può essere, in ogni caso, superiore a 7,5 milioni di euro.

Inoltre la legge prevede l’applicazione, già a partire dal 2006, degli studi in caso di cessazione e inizio attività, da parte dello stesso soggetto, entro sei mesi dalla data di cessazione della stessa, nonché quando l’attività costituisca mera esecuzione di attività svolte da altri soggetti.

Nei confronti dei titolari di reddito d’impresa o di lavoro autonomo per i quali non sono applicabili gli studi di settore sono individuati degli specifici indicatori di normalità economica, idonei a rilevare la presenza di ricavi o di compensi non dichiarati o rapporti di lavoro irregolari.

Chi applica gli studi di settore beneficia dell’esclusione dall’accertamento analitico-induttivo basato sulle presunzioni semplici di cui all’art. 39 del D.P.R. 600/73 e all’art. 54 del D.P.R. 633/72 (cd. «scudo» contro le presunzioni), nonché della riduzione di un anno dei termini di decadenza per l’attività di accertamento.

Nei confronti di tali contribuenti è altresì previsto che la determinazione sintetica del reddito è possibile soltanto quando il reddito accertabile si discosta di un terzo (invece di un quinto) dal reddito dichiarato (art. 10 D.L. 201/2011).

Gli studi di settore non si applicano, oltre ai contribuenti che hanno dichiarato ricavi o compensi di ammontare superiore al limite fissato per ciascuno studio, anche nei confronti dei contribuenti:

— che hanno iniziato o cessato l’attività nel periodo d’imposta;

— che si trovano in un periodo di non normale svolgimento dell’attività.

Elaborazione

Prima dell’approvazione e della pubblicazione, i singoli studi di settore devono essere sottoposti al parere di una Commissione di esperti circa l’idoneità a rappresentare la realtà cui fanno riferimento.

I componenti della Commissione, istituita con decreto del Ministero dell’economia e delle finanze, sono designati dallo stesso Ministro sulla base di segnalazioni di organizzazioni economiche di categoria e di ordini professionali.

Gli studi di settore — la cui elaborazione, come ogni altra attività di studio e ricerca in materia tributaria, può essere affidata in concessione a società per azioni a partecipazione pubblica — sono realizzati rilevando, per ogni singola attività economica, le relazioni esistenti tra le variabili contabili e quelle strutturali, sia interne (il processo produttivo, l’area di vendita etc.) sia esterne all’azienda (l’andamento della domanda, il livello dei prezzi, la concorrenza). Vengono, inoltre, rilevate le diverse fasi dell’attività in modo da individuare le ragioni degli eventuali scostamenti tra i ricavi risultanti dallo studio e quelli dichiarati.

Dal 2007, ai fini dell’elaborazione degli studi di settore e della successiva revisione, si tiene anche conto di valori di coerenza risultanti da specifici indicatori definiti da ciascuno studio.

Pertanto, fino all’elaborazione degli studi di settore, tarati anche su tali indicatori di coerenza, si tiene conto di specifici indicatori di normalità economica idonei all’individuazione di ricavi e compensi fondatamente attribuibili in relazione alle condizioni di esercizio dell’attività.

I contribuenti che dichiarano un ammontare di ricavi, compensi o corrispettivi inferiori rispetto a quelli desumibili dagli indicatori di normalità non sono soggetti ad accertamenti automatici.

Nell’ipotesi in cui il contribuente venga sottoposto ad accertamento spetta all’ufficio l’onere della prova dei maggior ricavi o compensi risultanti dall’applicazione dei suddetti indicatori (art. 1, co. 14ter, L. 296/2006).

Gli studi di settore, infine, tengono conto delle caratteristiche dell’area territoriale in cui opera l’azienda: il livello dei prezzi, le condizioni e le modalità operative, le infrastrutture esistenti e utilizzabili, la capacità di spesa, la tipologia dei fabbisogni, la capacità di attrazione e la domanda indotta dipendono, infatti, dal luogo ove la specifica attività è collocata.

Proprio per la necessità di tener conto nell’elaborazione degli studi di settore delle diverse realtà territoriali in cui operano le imprese nonché gli esercenti arti e professioni, sono stati istituiti, presso ogni regione e presso le province autonome di Trento e di Bolzano, degli Osservatori provinciali composti da rappresentanti dell’Agenzia delle entrate, degli ordini professionali e delle categorie imprenditoriali.

Dallo stesso intento è mossa l’emanazione dei DD.MM. 16-2-2001, 20-3-2001, 8-3-2002 e 18-3-2004 con i quali si è provveduto ad individuare aree territoriali omogenee in relazione alle quali differenziare l’applicazione degli studi di settore inerenti ad alcuni comparti manifatturieri.

Gli studi di settore già approvati possono essere oggetto di revisione, al massimo ogni tre anni, a cura della medesima Commissione di esperti.

Dal 2012 gli studi di settore devono essere pubblicati entro il 31 dicembre del periodo d’imposta nel quale entrano in vigore. È possibile, inoltre, integrare gli studi di settore con appositi decreti al fine di tener conto della crisi economica.

Adempimenti a carico dei contribuenti

Ogni contribuente al quale si applicano gli studi di settore deve presentare, insieme alla dichiarazione dei redditi, un modello nel quale vengono indicati i dati contabili ed extracontabili rilevanti.

Tali moduli si compilano mediante un software gratuito (GE.RI.CO) fornito dall’Agenzia delle entrate attraverso il quale il contribuente verifica:

— la congruità dei ricavi dichiarati;

— la coerenza dei principali indicatori economici che caratterizzavano l’attività svolta dal contribuente.

Nel caso in cui il contribuente risulti congruo e coerente non deve effettuare alcun altro adempimento.

Viceversa se i valori risultati dagli studi risultano essere superiori il contribuente può decidere o meno se adeguarsi.

In caso di adeguamento spontaneo il contribuente:

— deve indicare nella dichiarazione dei redditi i maggiori ricavi o compensi e versare la relative imposte;

— deve versare l’IVA nei termini ordinari;

— deve indicare nella dichiarazione IRAP i maggiori ricavi e versare la relativa imposta nei termini ordinari.

Il contribuente non ha nessun obbligo di adeguarsi al livello di congruità indicato negli studi.

In tal caso se ne terrà conto in sede di selezione delle posizioni da sottoporre a controllo.

Sanzioni

In caso di omessa presentazione del modello dei dati rilevanti ai fini dell’applicazione degli studi di settore, l’amministrazione finanziaria invita il contribuente a presentarlo e nel caso in cui questi non vi provveda mediante una dichiarazione integrativa si applica la sanzione di cui all’art. 8, co. 1, D.Lgs. 471/97 nell’importo massimo consentito (2.065 euro).

Nell’ipotesi in cui, poi, a seguito del successivo controllo eseguito sulla dichiarazione presentata applicando gli studi di settore, emerge una maggiore imposta rispetto a quella versata, si applica la sanzione amministrativa dal 100% al 200% della maggiore imposta.

Tale sanzione è aumentata del 50% nell’ipotesi di omessa presentazione in cui la maggior imposta accertata sia superiore al 10% dell’imposta dichiarata.

Detto aumento non trova applicazione nell’ipotesi in cui il contribuente esegua il ravvedimento operoso o comunque presenti il modello degli studi prima che gli venga contestata l’omissione.

Manuale di Diritto Tributario

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