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Ricorso in Commissione Tributaria: il procedimento e la trattazione della causa

14 agosto 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 14 agosto 2015



Trattazione della controversia e deliberazione, dispositivo e sentenza.

Dopo aver depositato il ricorso presso la Commissione tributaria, si passa alla fase della trattazione della causa.

Adempimenti che precedono la trattazione

Il presidente della Commissione, qualora non riterrà di dover adottare i provvedimenti preliminari di cui all’art. 27, nominerà il relatore e fisserà la trattazione della controversia.

La segreteria del collegio giudicante avrà l’obbligo di comunicare alle parti costituite la data di trattazione della controversia.

La comunicazione dovrà essere effettuata alle parti almeno dieci giorni prima della data fissata (art. 31).

Secondo i vigenti principi giurisprudenziali l’avviso di fissazione dell’udienza, quale atto espressamente prescritto dalla legge, dovrà contenere tutti gli elementi indispensabili per il raggiungimento dello scopo a cui è destinato, e tra essi ovviamente la data di discussione del ricorso. La mancata indicazione della data precisa per la quale è stata fissata la discussione del ricorso determinerà la nullità dell’avviso, e con esso tutti gli atti successivi, compresa la decisione emessa dalla Commissione in assenza del contribuente con conseguente obbligo di rinnovo del giudizio.

Al fine di garantire la miglior difesa possibile e la parità di condizioni, l’art. 32 del D.Lgs. 546/92 prevede che le parti possano depositare documenti e memorie illustrative con le copie per le altre parti rispettivamente venti e dieci giorni liberi prima della data di trattazione, sia che essa si svolga in udienza sia che abbia luogo in Camera di consiglio.

Anche se i documenti e le memorie potranno essere spediti a mezzo posta, è necessario, secondo i vigenti principi giurisprudenziali in materia, che tali documenti pervengano materialmente alla Commissione nei suddetti termini. Le memorie dovranno essere illustrative, a conferma del fatto che con esse non potranno essere addotti nuovi motivi, bensì solo esplicitati quelli già indicati nel ricorso.

Nulla dice il legislatore circa le nuove eccezioni che appaiono, perciò, proponibili.

Trattazione della controversia

La controversia è trattata in Camera di consiglio: tuttavia, ognuna delle parti, entro il termine di dieci giorni liberi prima dell’udienza (termine previsto per il deposito di memorie), potrà chiedere, con apposita istanza da depositare in segreteria e da notificare alle altre parti costituite, la discussione in pubblica udienza.

Se l’importo della controversia è inferiore ai 2.582,28 euro e si tratta di una lite pendente alla data del 1° aprile 1996 la controversia dev’essere trattata dinanzi al giudice singolo (v. infra lett. E).

Di tutto quanto avviene in udienza o in Camera di consiglio verrà redatto processo verbale da parte del segretario. Tale verbale avrà efficacia probatoria privilegiata fino a querela di falso.

La discussione in pubblica udienza osserverà il seguente iter procedurale:

—  esposizione del relatore dei fatti e delle questioni della controversia;

—  ammissione alla discussione — da parte del presidente del Collegio — dei contendenti;

—  redazione del relativo verbale a cura del segretario che assiste all’udienza.

Il Collegio, subito dopo l’esposizione del relatore in Camera di consiglio o subito dopo la discussione in pubblica udienza, delibererà la decisione in segreto nella Camera di consiglio.

Tale deliberazione potrà essere rinviata a non oltre trenta giorni ove il Collegio lo ritenga opportuno.

Alle deliberazioni del collegio si applicheranno le disposizioni di cui agli artt. 276 e ss. del c.p.c.

Deliberazione

Mentre la relazione e la discussione potranno avvenire in udienza pubblica, la decisione sarà deliberata, sempre in segreto, in Camera di consiglio dai soli giudici che hanno assistito alla discussione.

Il Collegio, sotto la direzione del presidente, deciderà gradatamente le questioni pregiudiziali proposte dalle parti o rilevabili d’ufficio e quindi il merito della causa.

La decisione sarà presa a maggioranza dei voti.

Il primo a votare sarà il relatore, quindi l’altro giudice e, infine, il presidente.

Se in relazione ad una questione si prospetteranno più soluzioni possibili e non si formerà maggioranza alla prima votazione, il presidente metterà ai voti due delle soluzioni per escluderne una; quindi metterà ai voti la norma esclusa con quella restante e così via finché le soluzioni saranno ridotte a due, sulle quali avverrà la votazione definitiva.

Chiusa la votazione, il presidente scriverà e sottoscriverà il dispositivo. La motivazione sarà quindi stesa dal relatore, a meno che il presidente non riterrà di redigerla egli stesso o affidarla all’altro giudice.

La sentenza sarà sottoscritta dall’estensore e dal presidente e verrà pubblicata mediante il deposito in segreteria entro il termine di trenta giorni dalla data della deliberazione.

Provvedimenti del Collegio

L’art. 277 del c.p.c. dispone che il Collegio, nel deliberare sul merito, dovrà decidere su tutte le domande e sulle relative eccezioni, definendo il giudizio.

Ciò significa che, secondo la previsione del legislatore, la pronuncia giurisdizionale sul merito dovrà, di norma, essere unica e tale da definire il giudizio. Non sarà applicabile, invece, al rito tributario il dettato del 2˚ comma dell’art. 277 del c.p.c., che attribuisce al Collegio la facoltà di limitare la decisione solo ad alcune domande se riconoscerà che per esse soltanto non sia necessaria un’ulteriore istruzione e se la loro sollecita soluzione è di interesse apprezzabile per chi ne ha fatto istanza.

Analogamente, non saranno consentite sentenze non definitive.

In conclusione, i provvedimenti che il Collegio potrà emettere possono essere di due tipi: sentenze definitive od ordinanze. Il Collegio emette ordinanze in tutti i casi in cui non definisce il giudizio, come ad esempio quando dispone la sospensione o l’interruzione del processo, l’assunzione di mezzi di prova o la sospensione cautelare dell’atto impugnato (ad es. chiedere la sospensione dell’avviso di accertamento per impedire l’iscrizione a ruolo). Il Collegio può infine emettere decreti, ossia atti che per lo più regolano lo svolgimento del processo (ad es. quando fissa la trattazione della controversia).

Il giudice singolo

Il giudice singolo è competente per le controversie di valore inferiore a 2.582,28 euro ancora pendenti alla data del 1° aprile 1996 dinanzi alle Commissioni tributarie di primo grado (art. 44bis D.Lgs. 545/92).

Con circolare esplicativa il Ministero delle finanze ha chiarito che per controversia pendente al 1° aprile 1996 si intende quella per la quale è stato presentato alle soppresse Commissioni tributarie ricorso che non è stato deciso alla data di insediamento dei nuovi organi giurisdizionali.

Il giudice singolo viene designato dal presidente della sezione fra i componenti della stessa purché appartenga ad una delle categorie di cui all’art. 4 del D.Lgs. 545/92 o sia in possesso di un diploma di laurea in giurisprudenza o in economia e commercio e abbia un’anzianità di servizio presso le Commissioni tributarie di almeno dieci anni.

Per il trattamento delle controversie dinanzi al giudice si applicano le stesse disposizioni previste relativamente alle Commissioni tributarie.

La decisione della controversia

L’atto conclusivo del processo tributario non è più denominato decisione, ma sentenza, a riprova della natura giurisdizionale delle Commissioni. La formula della pronuncia è quella solenne dell’art. 132 del c.p.c. La sentenza è, infatti, emessa in nome del popolo italiano ed è intestata alla Repubblica italiana. Essa dovrà contenere:

  1. a) l’indicazione della composizione del Collegio, delle parti e dei loro difensori, se vi sono;
  2. b) la concisa esposizione dello svolgimento del processo;
  3. c) le richieste delle parti;
  4. d) la succinta esposizione dei motivi di fatto e di diritto;
  5. e) il dispositivo.

Gli elementi di cui al punto a) sono richiesti allo scopo di consentire alle parti di controllare la regolarità del Collegio giudicante. Eventuali irregolarità potranno essere denunziate in sede d’impugnazione con esplicita domanda di nullità della decisione.

Gli altri elementi sopra indicati daranno la possibilità di avere un quadro completo della controversia.

La Commissione tributaria dovrà giudicare, secondo i vigenti principi giurisprudenziali in materia, nei limiti e nell’ambito delle domande e delle eccezioni di parte.

L’obbligo della motivazione, previsto all’art. 36, co. 2, n. 4, del D.Lgs. 546/92, garantirà la ponderazione della decisione e permetterà di ricostruire l’iter logico che il giudice ha seguito nell’applicare la legge. L’omissione, insufficienza o contraddittorietà della motivazione (quando riguardi un punto decisivo della controversia) sarà di per sé motivo di ricorso in Cassazione della sentenza.

Il 3˚ comma dell’art. 36 del D.Lgs. 546/92 prevede che la sentenza dovrà essere sottoscritta soltanto dal presidente e dal giudice estensore.

La mancanza della sottoscrizione comporterà la nullità insanabile e rilevabile d’ufficio, o meglio, l’inesistenza della sentenza.

Quest’ultima, emessa dalla Commissione tributaria, sarà resa pubblica nel testo integrale originale, mediante deposito in segreteria, nel termine di 30 giorni dalla data di deliberazione, salva la proroga di altri 30 giorni per le deliberazioni in Camera di consiglio.

Il 2˚ comma dell’art. 37 del D.Lgs. 546/92 prescrive che il dispositivo della sentenza dovrà essere comunicato alle parti a cura della segreteria entro 10 giorni dall’avvenuto deposito. In proposito, si rammenta che l’art. 15 del D.Lgs. 545/92, prevede espressamente sanzioni disciplinari per i componenti delle Commissioni che non depositano nei prescritti termini le decisioni.

La legge prevede la riscossione frazionata di quanto dovuto, che può essere pagato:

—  per i 2/3 dopo la sentenza di primo grado che respinge il ricorso, o nell’ammontare inferiore indicato nella sentenza, in caso di accoglimento parziale del ricorso;

—  per la parte restante dopo la sentenza di secondo grado.

La sospensione e l’interruzione del processo

Sospensione del processo

L’art. 39 del D.Lgs. 546/92 regola l’istituto della sospensione sulla base delle direttive impartite dall’art. 30, lett. g), n. 3, e lett. m) della legge delega.

In particolare questo articolo circoscrive i limiti per la sospensione del processo, ammettendola quando è presentata querela di falso e quando debba essere decisa in via pregiudiziale una questione sullo stato o la capacità delle persone, salvo che si tratti della capacità di stare in giudizio. Quindi in caso di pendenza di una causa pregiudiziale davanti al giudice civile, il processo tributario deve essere sospeso solo nei casi indicati dal succitato articolo. Si tratta, infatti, di questioni che possono essere decise solo dal tribunale ordinario al quale bisognerà pertanto rinviare la causa.

Come ogni processo, inoltre, il processo tributario deve essere sospeso quando viene:

—  presentato regolamento preventivo di giurisdizione;

—  presentato ricorso per ricusazione del giudice;

—  sollevata una questione di costituzionalità;

—  sollevata una questione di interpretazione di norme comunitarie.

Interruzione del processo

L’interruzione del processo si verifica ogni qualvolta si presentano fatti tali da compromettere la regolarità del contraddittorio, essendo una delle parti impossibilitata a svolgere le proprie difese.

In via generale, il processo si interrompe quando:

—  si verificano la morte, la radiazione o la sospensione dall’albo, ruolo od elenco di uno dei difensori incaricati ai sensi dell’art. 12 del D.Lgs. 546/92;

—  si verificano il venir meno, per morte od altre cause, o la perdita della capacità di stare in giudizio di una delle parti, diversa dall’ufficio tributario, o del suo legale rappresentante o la cessazione di tale rappresentanza.

Per interrompere il processo è necessario che l’evento si verifichi dopo la proposizione del gravame e prima della conclusione del processo.

Effetti dei provvedimenti di sospensione e di interruzione

La sospensione del processo è disposta e l’interruzione è dichiarata direttamente dal Presidente della sezione con decreto o della Commissione con ordinanza.

Durante la sospensione o l’interruzione non possono essere compiuti atti del processo.

I termini in corso sono interrotti e cominciano a decorrere dalla presentazione dell’istanza prevista dall’art. 43 del D.Lgs. 546/92.

Ripresa del processo sospeso o interrotto

L’art. 43 del D.Lgs. 546/92 affida alle parti la prosecuzione del giudizio sospeso od interrotto.

La parte interessata dovrà presentare formale istanza di trattazione al presidente di sezione della Commissione il quale, sempre che non sussistano motivi manifesti di inammissibilità, procederà alla nomina del relatore.

Il termine per produrre l’istanza è di sei mesi decorrenti, nel caso in cui il processo è sospeso, dalla data in cui è cessata la causa che ne ha determinato la sospensione oppure, nel caso in cui il processo è interrotto, da quando l’interruzione è dichiarata.

La comunicazione relativa alla trattazione della vertenza dovrà essere effettuata, oltre che alle parti costituite, alla parte colpita dall’evento o ai suoi successori personalmente.

Il suddetto termine ha carattere perentorio; decorso inutilmente, il processo si estingue.

L’estinzione del processo

Rinuncia al ricorso

L’art. 44 del D.Lgs. 546/92 — che tratta l’estinzione del processo per rinunzia al ricorso — fa riferimento, salvi gli opportuni adeguamenti del caso, alla disciplina dettata dall’art. 306 del c.p.c.

È stato espressamente previsto che il ricorrente che rinunzia al ricorso deve rimborsare le spese alle altre parti, salvo diverso accordo fra loro.

Tali spese sono liquidate dal presidente della Sezione o dalla Commissione con ordinanza non impugnabile che costituisce titolo esecutivo: l’eventuale esecuzione nei confronti dell’amministrazione finanziaria è disciplinata dagli artt. 69 e 70 del D.Lgs. 546/92.

La rinunzia al ricorso non produce effetto se non è accettata dalle parti costituite che abbiano effettivo interesse alla prosecuzione del processo.

A differenza di quanto previsto dal 2° comma dell’art. 306 del c.p.c., la rinunzia e, ove necessaria, l’accettazione, devono essere sottoscritte dalle parti o dai loro procuratori speciali e, qualora vi siano, dai difensori: non è dunque ammessa la dichiarazione verbale resa in udienza.

In caso di litisconsorzio necessario la rinuncia è inefficace qualora non sia presentata da tutte le parti intervenute, mentre nel caso di litisconsorzio facoltativo la rinuncia che non provenga da tutte le parti provoca, comunque, l’estinzione della lite (si veda la circolare ministeriale n. 98/E del 23-4-1996).

Se la rinunzia e l’accettazione formalmente sottoscritte sono ritenute regolari dal presidente della Sezione o dalla Commissione, viene dichiarata l’estinzione del processo.

Estinzione del processo per inattività delle parti

Ai sensi dell’art. 45 del D.P.R. 546/92 il processo si estingue nei casi in cui le parti, cui spetta di proseguire, riassumere o integrare il giudizio, non provvedano nel termine fissato dalla legge o dal giudice, quando quest’ultimo è autorizzato dalla legge a fissarlo.

L’estinzione è dichiarata, anche in questo caso, con decreto presidenziale o sentenza della Commissione.

Estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere

L’art. 46 del D.Lgs. 546/92 prevede una terza ipotesi di estinzione nel caso di definizione della pendenza tributaria o di cessazione della materia del contendere.

Tale fattispecie si verifica quando interviene una legge che disciplina la materia del contendere e quindi viene meno l’interesse del ricorrente o quando quest’ultimo riconosce l’infondatezza della sua posizione.

Ai sensi del co. 3 le spese di giudizio estinto restano a carico della parte che le ha anticipate, salvo diverse disposizioni di legge.

Su tale punto è intervenuta la Corte costituzionale che, con la sentenza n. 274/2005, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo tale comma «nella parte in cui si riferisce alle ipotesi di cessazione della materia del contendere diverse dai casi di definizione delle pendenze tributarie previste dalla legge».

Poteva, infatti, accadere, ad esempio, che nell’ipotesi di estinzione del giudizio a seguito del ricorso all’autotutela da parte dell’Ufficio il ricorrente — che in realtà aveva ragione — si vedesse anche aggravato delle spese del giudizio. Con la sentenza su citata ciò non è possibile e spetterà al giudice decidere caso per caso.

Manuale di Diritto Tributario

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