Professionisti Impugnazioni delle sentenze di Commissioni Tributarie Provinciali

Professionisti Pubblicato il 13 agosto 2015

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> Professionisti Pubblicato il 13 agosto 2015

Appello alla Commissione Tributaria Regionale, ricorso per Cassazione, revocazione.

La sentenza della Commissione tributaria provinciale potrà essere impugnata, nel termine di sessanta giorni dalla notifica della stessa, a istanza di parte.

Gli strumenti atti a impugnare le sentenze sono (art. 50 D.Lgs. 546/92):

—  l’appello proposto alla Commissione regionale competente;

—  il ricorso per Cassazione;

—  la revocazione per le sentenze non ulteriormente impugnabili o non impugnate.

I mezzi d’impugnazione possono essere distinti in impugnazioni rescindenti e impugnazioni sostitutive: le prime conducono ad una pronuncia di mero annullamento della sentenza impugnata (ricorso per cassazione), le seconde ad una pronuncia che sostituisce a tutti gli effetti quella impugnata (appello) (Tesauro).

Appello

L’appello alla Commissione tributaria regionale dovrà essere proposto, entro sessanta giorni dalla notifica della sentenza, con le stesse modalità del ricorso alla Commissione provinciale (notifica, spedizione o consegna) e dovrà contenere gli estremi della sentenza impugnata, i fatti, i motivi specifici dell’impugnazione, nonché le richieste rivolte al giudice. Le parti diverse dall’appellante — cioè il soggetto nei cui confronti sarà proposta l’impugnativa nonché le eventuali parti intervenute o chiamate in causa in 1˚ grado — dovranno costituirsi nel termine di sessanta giorni da quando l’atto di appello è stato loro notificato, consegnato o dalle stesse ricevuto a mezzo del servizio postale e nei modi previsti dal 2˚ e 3˚ comma dell’art. 23, depositando le loro controdeduzioni.

Nel giudizio d’appello non potranno proporsi domande nuove e il giudice della Commissione regionale non potrà disporre prove diverse da quelle già richieste, salvo che non le ritenga strettamente necessarie per il giudizio o la parte dimostri che non le ha potute presentare in precedenza per fatto ad essa non imputabile (artt. 57 e 58 D.Lgs. 546/92).

La Commissione tributaria regionale rimetterà la causa alla Commissione provinciale che ha emesso la sentenza impugnata nei seguenti casi (art. 59 D.Lgs. 546/92):

—  quando dichiara la competenza declinata o la giurisdizione negata dal primo giudice;

—  quando riconosce che nel giudizio di primo grado il contraddittorio non è stato regolarmente costituito o integrato;

—  quando riconosce che la sentenza impugnata, giudicando erroneamente, ha dichiarato estinto il processo in sede di reclamo contro il provvedimento presidenziale;

—  quando riconosce che il Collegio della Commissione tributaria provinciale non era legittimamente composto;

  quando manca la sottoscrizione della sentenza da parte del giudice di primo grado.

Al di fuori di questi, ordinando la rimozione degli atti nulli compiuti in primo grado, la Commissione d’appello deciderà nel merito.

L’appello dichiarato inammissibile non potrà essere riproposto anche se non è decorso il termine stabilito dalla legge (art. 60 D.Lgs. 546/92).

Mentre il ricorso proviene necessariamente dal contribuente, l’appello può essere proposto anche dall’Ufficio soccombente in primo grado: l’Ufficio introdurrà il secondo grado di giudizio notificando il ricorso al contribuente, avvalendosi del servizio postale o di messi, e si costituirà poi in giudizio. Inoltre, entrambe le parti del giudizio di primo grado possono essere soccombenti, ed avere così interesse a fare appello: sono quindi entrambe legittimate a impugnare, autonomamente oppure, dopo che una parte ha appellato (appello principale), l’altra parte può impugnare con un atto che contiene le controdeduzioni e l’appello incidentale. Non è prevista la notificazione alla controparte dell’appello incidentale ma solo il deposito alla segreteria della Commissione tributaria.

Ricorso per Cassazione

A norma dell’art. 62 del D.Lgs. 546/92, e in ossequio dell’art. 111 della Costituzione, avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale potrà essere proposto ricorso per Cassazione per:

—  motivi attinenti alla giurisdizione;

—  violazione delle norme sulla competenza;

—  violazione o falsa applicazione delle norme di diritto;

—  nullità della sentenza o del procedimento;

—  omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio.

Il ricorso diretto alla Corte di Cassazione dovrà essere sottoscritto da un avvocato iscritto nell’apposito albo dei patrocinanti presso la Corte stessa e munito di procura speciale, a pena di inammissibilità.

Il ricorso dovrà contenere, a pena di inammissibilità:

—  l’indicazione delle parti;

—  l’indicazione della sentenza impugnata;

—  l’esposizione sommaria dei fatti della causa;

—  i motivi per i quali si ricorre alla Cassazione, con l’indicazione delle norme di diritto su cui si fondano;

—  l’indicazione della procura, se conferita con atto separato.

Nel ricorso per Cassazione, terzo grado di giudizio, i motivi di ricorso non occorrono solo per delimitare la materia del contendere, come avviene in secondo grado, ma anche per individuare i vizi della sentenza impugnata (violazioni di legge o vizi di logicità nella valutazione dei fatti): l’illustrazione di ciascun motivo si deve concludere, a pena di inammissibilità, con la formulazione di un quesito di diritto (art. 366bis c.p.c., introdotto dal D.Lgs. 40/2006), al quale si chiede che la Cassazione dia risposta.

Il ricorso dovrà essere notificato all’altra parte entro sessanta giorni dalla notifica della sentenza, o, se questa non fu notificata, entro un anno dalla pubblicazione, e dovrà essere depositato presso la cancelleria della Corte — a pena d’improcedibilità — entro venti giorni dall’ultima notificazione alle parti contro le quali è proposto.

Di norma la Corte di Cassazione delibererà a sezioni semplici.

Tuttavia la Corte pronuncerà a sezioni unite sulle questioni di giurisdizione e sui conflitti di giurisdizione o di attribuzione; inoltre, il primo presidente potrà disporre che la Corte pronunci a sezioni unite sui ricorsi che presentino una questione di diritto già decisa in senso difforme da più sezioni semplici, ovvero che prospettino una questione di massima di particolare importanza.

Nell’art. 63 è stato dettagliatamente disciplinato il giudizio di rinvio adeguando le disposizioni contenute negli artt. 392 e ss. del c.p.c. alle peculiarità del processo davanti alle Commissioni tributarie.

Con il giudizio di rinvio si tende a sostituire alla sentenza cassata una nuova sentenza: per questo la dottrina lo considera come «una prosecuzione del giudizio nel quale la sentenza fu cassata, pur con caratteristiche proprie che lo rendono autonomo rispetto ai precedenti giudizi».

Il rinvio sarà disposto:

—  normalmente ad un giudice diverso, ma di pari grado di quello che ha emesso la sentenza impugnata;

—  nel caso in cui le parti abbiano, d’accordo, adito la Cassazione omettendo l’appello (revisio per saltum), il rinvio può esser fatto al giudice che avrebbe dovuto pronunziare sull’appello cui le parti hanno rinunciato;

—  nel caso in cui la Corte riscontra una nullità della sentenza di primo grado, per la quale il giudice di appello avrebbe dovuto rimettere le parti al primo giudice, il rinvio avviene direttamente al primo giudice.

Revocazione

L’art. 64 del D.Lgs. 546/92 stabilisce che le sentenze delle Commissioni tributarie che non riguardano accertamenti di fatto o che sul punto non sono più impugnabili o non sono state impugnate potranno essere revocate — scaduto il termine per l’appello — al verificarsi degli eventi indicati nell’art. 395 del c.p.c.

Le sentenze, pertanto, potranno essere revocate:

—  se sono l’effetto del dolo di una delle parti in danno dell’altra;

—  se si è giudicato in base a prove riconosciute o comunque dichiarate false dopo la sentenza oppure che la parte soccombente ignorava essere state riconosciute o dichiarate tali prima della sentenza;

—  se dopo la sentenza sono stati trovati uno o più documenti decisivi che la parte non aveva potuto produrre in giudizio per cause di forza maggiore o per causa dell’avversario;

—  se la sentenza è effetto di dolo del giudice, accertato con sentenza passata in giudicato.

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