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Job Act e contratto di lavoro a tutele crescenti: considerazioni generali

14 Agosto 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 14 Agosto 2015



Lavoro subordinato: considerazioni sulla riforma introdotta dal Governo Renzi (Job Act): le nuove tutele dei dipendenti, i licenziamenti e la Naspi.

A distanza di quasi tre anni dalla legge n. 92/2012, cd. legge Fornero, allo scopo di intervenire sulla grave situazione occupazionale, nonché in risposta alle attese delle istituzioni europee circa un auspicato piano di riforme strutturali da parte del nostro Paese, il Governo ha varato una nuova riforma in materia di lavoro e ammortizzatori sociali, passata alle cronache con la denominazione di Jobs Act.

In prima battuta, l’intervento è stato attuato con il D.L. 34/2014, cd. decreto Poletti, conv. in L. 16- 5-2014, n. 78 che ha riguardato soprattutto l’apprendistato e il contratto a termine.

Per la prima tipologia contrattuale, il D.L. 34/2014, conv. in L. 78/2014 si prefigge di promuoverne il ricorso attraverso un alleggerimento dei limiti previsti. Ancora più significativo è l’intervento del decreto legge sulla seconda tipologia contrattuale, con la definitiva liberalizzazione delle assunzioni a termine, realizzando così la completa parificazione giuridica tra lavoro a tempo indeterminato e lavoro a termine, quest’ultimo, sino ad ora, configurato come eccezione.

In particolare: ai fini dell’assunzione di nuovi apprendisti, viene notevolmente ridimensionato il limite di stabilizzazione degli apprendisti precedentemente assunti, che era stato introdotto dalla legge Fornero; ai fini delle assunzioni a tempo determinato, è soppresso l’obbligo di una causale (di natura tecnica, produttiva, organizzativa o sostitutiva), previsto dalla previgente normativa.

La riforma complessiva è, poi, attuata con la successiva L. 10-12-2014, n. 183 recante «Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di la- voro».

Con tale legge, approvata in terza lettura al Senato con ricorso al voto di fiducia, è conferita al Governo una serie di deleghe per l’emanazione di decreti legislativi in materia di:

—        riordino degli ammortizzatori sociali, sia relativamente agli interventi in costanza di rapporto, come la cassa integrazione guadagni, sia relativamente agli interventi in caso di disoccupazione;

—        potenziamento dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, con la finalità di fornire assistenza materiale ai lavoratori nel passaggio da un’occupazione all’altra;

—        attività ispettiva, per rafforzare e coordinare le funzioni svolte dai vari organismi con competenze in materia, e cure parentali, per favorire migliori opportunità di conciliazione tra esigenze di vita e di lavoro.

Ulteriore delega è stata conferita al Governo in materia contratti di lavoro, prevedendo la possibile adozione di un Testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro, con l’eventuale soppressione di alcune tipologie contrattuali e forme di lavoro (art. 1, co. 7, L. 183/2014).

In particolare, la delega è conferita «allo scopo di rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione, nonché di riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo e di rendere più efficiente l’attività ispettiva».

Punto centrale della delega, specificato nell’enunciazione dei criteri direttivi per l’esercizio del potere legislativo delegato, è la «previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio» (art. 1, co. 7, lett. c, L. 183/2014).

La formulazione della norma presentava, nel testo approvato in prima lettura dal Senato, un’eccessiva genericità, tale da rendere troppo ampia la potestà delegata di attuazione; il disegno di legge è stato poi, con gli emendamenti apportati dalla Camera dei Deputati in seconda lettura, integrato, nella disposizione in commento, da un maggior dettaglio del criterio direttivo. Con il testo risultante dalle modifiche, si andava, così, «escludendo per i licenziamenti economici la possibilità della reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, prevedendo un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio e limitando il diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato, nonché prevedendo termini certi per l’impugnazione del licenziamento».

Veniva, così, delineandosi più compiutamente il disegno governativo. Pur non chiamato in causa esplicitamente, l’intervento era chiaramente rivolto a modificare il sistema di tutela in caso di licenziamento illegittimo imperniato sull’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (L. 300/1970), escludendo, in caso di illegittimità, la sanzione della reintegrazione per tutti i licenziamenti non disciplinari e anche per la generalità dei licenziamenti disciplinari.

una «rivoluzione copernicana», come poi è stata dichiarata.

L’attuazione della delega in questione è avvenuta, in tempi rapidissimi rispetto al previsto termine di 6 mesi per l’emanazione del decreto legislativo, con l’approvazione del D.Lgs. 4-3-2015, n. 23.

Con tale decreto si introduce e disciplina il contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti (cd. CATUC).

Tale nuova tipologia contrattuale costituirà per il futuro, nell’ambito del lavoro dipendente, la modalità prevalente di inquadramento contrattuale di tutti i nuovi assunti.

La finalità perseguita e auspicata è che, tenuto conto anche degli altri interventi messi in campo dal Governo, si realizzi una ripresa dei livelli occupazionali, con un significativo incremento della quota di assunzioni a tempo indeterminato. Va considerato, infatti, che con la legge di stabilità per il 2015 (L. 23-12- 2014, n. 190) il Governo ha introdotto una sostanziosa agevolazione contributiva per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate nel 2015, proprio nell’intento di incentivare la creazione di posti di lavoro a tempo indeterminato, rendendo il contratto a tempo indeterminato più competitivo rispetto alle altre forme di lavoro rientranti, sino ad ora, nelle scelte delle imprese.

In tal modo, il Governo persegue la centralità del lavoro a tempo indeterminato, ponendo le basi per assicurare la massima efficacia e diffusione di tale tipologia contrattuale nella forma del contratto a tu- tele crescenti (CATuC).

Tenuto conto delle agevolazioni attualmente esistenti per l’assunzione di lavoratori e considerato anche, in prospettiva, il riordino dei contratti di lavoro nell’ambito del lavoro subordinato e in particolare nell’ambito del lavoro autonomo, l’effetto prospettato sembra che si stia effettivamente realizzando ed è altamente probabile che i datori di lavoro continuino a fare ricorso al CATuC, almeno fino alla fine del 2015, quando cesserà la possibilità di fruire dell’agevolazione contributiva, salvo proroghe.

La nuova tipologia contrattuale si caratterizza, rispetto al regime protettivo del tradizionale contratto a tempo indeterminato, per la ridefinizione della tutela applicabile in caso di licenziamento illegittimo. Si tratta di un cambiamento epocale perché, in sostanza, determina il superamento del regime di tutela contenuto nell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (L. 300/1970).

La nuova disciplina introdotta con il D.Lgs. 23/2015 è caratterizzata da una «diversa tecnica di protezione della sicurezza economica e professionale del soggetto che dal rapporto trae continuativamente la maggior parte del proprio reddito» (dalla Relazione alla Commissione Lavoro del Senato del 26- 11-2014), di natura prevalentemente risarcitoria in funzione dell’anzianità di servizio e con la garanzia di assistenza nel mercato del lavoro nella ricerca di una nuova occupazione.

Per i lavoratori assunti con il contratto a tutele crescenti, nella maggior parte delle ipotesi, salve determinate fattispecie di licenziamento disciplinare, i casi di licenziamento discriminatorio e di altre fattispecie di nullità, la conseguenza dell’accertamento giudiziale dell’illegittimità del licenziamento non è più la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, ma un’indennità, il cui importo è rapportato all’anzianità di servizio del lavoratore licenziato, entro comunque determinati limiti massimi. La previsione di tetti all’importo dell’indennità risarcitoria si qualifica, così, come «limite del costo massimo di separazione, salvi casi eccezionali, che costituisce un dato comune nella generalità degli ordinamenti stranieri» (Senato, 11ª Commissione, Relazione per l’esame del disegno di legge delega, 26-11-2014).

Si realizza, in effetti, un radicale cambiamento di impostazione rispetto alla natura e alle forme di tutela accordate dall’ordinamento al lavoratore in caso di illegittimità del licenziamento.

Se le istituzioni europee ebbero a precisare che «i contratti di lavoro a tempo indeterminato rappresentano la forma comune dei rapporti di lavoro e contribuiscono alla qualità della vita dei lavoratori interessati» (6° considerando della dir. 99/70/Ce in materia di lavoro a termine), e, per necessaria conformità a tale indicazione, il modello standard resta formalmente quello del contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, viene però a modificarsi la forma della tutela applicabile.

La stessa Corte costituzionale, del resto, ha avuto modo di evidenziare che la reintegrazione non è l’unica forma di tutela compatibile con la garanzia del diritto al lavoro prevista dalla Costituzione repubblicana, essendo tale garanzia compatibile con una tutela di tipo risarcitorio (Corte cost. 7-2-2000, n. 46).

Oggettivamente, comunque, si realizza un ridimensionamento delle tutele esistenti in favore del lavoratore.

In parte, si trova un bilanciamento – e tale bilanciamento è insito nel modello di flexicurity (letteralmente, flessicurezza) a cui si è ispirata la riforma – negli ulteriori interventi previsti dalla legge delega n. 183/2014, con particolare riguardo alle misure finalizzare a rafforzare le tutele economiche per i lavoratori che abbiano perduto involontariamente l’occupazione.

Pare opportuno e significativo, al riguardo, che sia stato varato, contestualmente al D.Lgs. 23/2015, anche il D.Lgs. 4-3-2015, n.          22 che modifica la disciplina delle prestazioni a sostegno del reddito in caso di disoccupazione, prevedendo la Nuova prestazione dell’assicurazione sociale dell’impiego (cd. NASPI).

La NASPi prenderà il posto, unificandole, delle precedenti ASPi e mini-ASPi. Lo stesso provvedimento disciplina le modalità di assistenza intensiva al lavoratore sul mercato del lavoro, nella forma del contratto di ricollocazione, che dovrebbe aumentare le possibilità di reimpiego del lavoratore che ha perso l’occupazione.

catuc

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Autore immagine: 123rf com


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