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Il contributo di licenziamento


> L’esperto Pubblicato il 17 agosto 2015



Legge Fornero: il contributo per il finanziamento delle prestazioni di disoccupazione erogate dall’assicurazione sociale per l’impiego ASPI e NASPI.

Per la determinazione del «costo del licenziamento», oltre all’importo dell’indennizzo dovuto al lavoratore nei casi di illegittimità accertata in giudizio e nel caso di esito positivo dell’offerta conciliativa, si dovrà tenere conto anche del cd. contributo di licenziamento, introdotto dalla legge Fornero.

Tale forma di contribuzione è finalizzata al finanziamento delle prestazioni di disoccupazione erogate dall’assicurazione sociale per l’impiego (ASPI) che, per effetto dell’ulteriore decreto di attuazione del Jobs Act — D.Lgs. 22/2015 — sarà sostituita, per gli eventi di disoccupazione verificatisi a decorrere dal 1°-5-2015, dalla Nuova prestazione dell’Assicurazione sociale per l’impiego (NASPI).

In merito alla contribuzione, si stabilisce l’obbligo per il datore di versare una somma una tantum in conseguenza della cessazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, dalla quale derivi il diritto al trattamento di disoccupazione (art. 1, co. 250, L. 228/2012).

L’obbligo di versare il contributo una tantum sussiste indipendentemente dal fatto che il lavoratore, rispetto al quale è cessato il rapporto di lavoro, abbia o meno i requisiti contributivi e assicurativi per l’effettiva fruizione dell’indennità ASPI/NASPI. In pratica «i datori di lavoro sono tenuti all’assolvimento della contribuzione in tutti i casi in cui la cessazione del rapporto generi in capo al lavoratore il teorico diritto alla nuova indennità, a prescindere dall’effettiva percezione della stessa» (circ. INPS 44/2013).

Il rapporto di lavoro deve cessare per una delle causali che danno astrattamente diritto all’ASPI/NASPI. Oltre ai casi che interessano nel merito della presente trattazione di licenziamento individuale e, dal 2017, anche di licenziamento collettivo, vi rientrano le cessazioni del rapporto di lavoro determinate da dimissioni per giusta causa e durante il periodo di maternità tutelata (gestazione e fino ad un anno di nascita del bambino), nonché le risoluzioni consensuali del rapporto con apposita procedura presso la Direzione territoriale del lavoro e i casi di cessazione dell’apprendistato (per cause diverse dalle dimissioni o dal recesso del lavoratore).

In una fase transitoria, stabilita per il periodo 2013- 2015, la somma una tantum in questione non è dovuta nelle seguenti ipotesi (art. 2, co. 34, L. 92/2012):

– per i licenziamenti effettuati in conseguenza di cambi di appalto, ai quali siano succedute assunzioni presso altri datori di lavoro, in attuazione di clausole sociali che garantiscano la continuità occupazionale prevista dai contratti collettivi nazionali;

– per le interruzioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, nel settore delle costruzioni edili, per completamento delle attività e chiusura del cantiere.

Il contributo di licenziamento non deve essere, inoltre, versato in relazione ai rapporti di lavoro domestico (circ. iNPS 25/2013).

La somma da versare è pari al 41% del massimale mensile ASPI/NASPI per ogni 12 mesi di anzianità di servizio del dipendente negli ultimi 3 anni (art. 2, co. 31, L. 92/2012 sostituito dall’art. 1, co. 250, L. 228/2012).

Pertanto, il contributo in questione è pari a:

41% del massimale mensile ASPI in caso di anzianità aziendale di un anno;

82% del massimale mensile ASPI in caso di anzianità aziendale di 2 anni;

123% del massimale mensile ASPI in caso di anzianità aziendale di 3 o più anni. Questo è il contributo massimo da pagare.

Al fine di semplificare il calcolo del contributo, l’originario parametro assunto come base cui applicare l’aliquota (il trattamento ASPI spettante al lavoratore cessato) è stato sostituito con quello del massimale mensile. Al riguardo è stato precisato che «il riferimento legislativo va inteso come un richiamo alla somma limite di cui all’articolo 2, co. 7, della L. 92/2012», ovvero alla soglia che serve per la determinazione dell’importo della prestazione mensile ASPI spettante al lavoratore (circ. INPS 44/2013). Tale somma, per l’anno 2013 stabilita in € 1.180, è annualmente rivalutata sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo intercorsa nell’anno precedente.

Per il 2015, la somma-soglia in questione è stata rivalutata in misura pari a € 1.195,37 (circ. INPS 30-1- 2015, n. 19).

Per le interruzioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, intervenute nel 2015, per ogni 12 mesi di anzianità aziendale negli ultimi 3 anni, la contribuzione da versare sarà pari a € 490,10 (41% di € 1.195,37).

Nel caso di licenziamento di soggetti che possono vantare 36 mesi di anzianità aziendale, l’importo massimo da versare nel 2015 sarà, quindi, € 1.470,30 (€ 490,10 X 3).

La contribuzione va sempre versata in unica soluzione, non essendo prevista una definizione rateizzata (circ. iNPS 44/2013).

Nel computo dell’anzianità aziendale sono compresi i periodi di lavoro con contratto diverso da quello a tempo indeterminato, se il rapporto è proseguito senza soluzione di continuità o se comunque si è dato luogo alla restituzione del contributo addizionale dovuto per i rapporti a termine.

Per i rapporti di lavoro inferiori ai 12 mesi, il contributo va rideterminato in proporzione al numero dei mesi di durata del rapporto di lavoro; a tal fine, si considera mese intero quello in cui la prestazione lavorativa si sia protratta per almeno 15 giorni di calendario (circ. INPS 44/2013).

Va fatto notare, infine, che l’entità del contributo non dipende dalla retribuzione corrisposta al lavoratore, né dall’indennità ASPI (NASPI, per gli eventi di disoccupazione successivi al 1°-5-2015) cui il lavoratore ha (eventualmente) diritto. Esso è dovuto nella percentuale stabilita dalla legge, a prescindere dalla tipologia del rapporto di lavoro cessato (a tempo pieno o a tempo parziale) (circ. INPS 44/2013).

Fino al 2016, nei casi di mobilità collettiva, il contributo di licenziamento in questione non deve essere versato, in quanto in tale ipotesi il datore di lavoro è tenuto a versare il cd. contributo di accesso alla mobilità. Dal 2017, cessato l’istituto della mobilità, nei casi di licenziamento collettivo in cui la dichiarazione di eccedenza del personale non abbia formato oggetto di accordo sindacale, si paga un contributo maggiorato. L’importo del contributo, pari al 41% del massimale mensile di NASPI per ogni 12 mesi di anzianità aziendale negli ultimi 3 anni, deve essere moltiplicato per 3.

 

CASISTICA

Prendiamo in considerazione due lavoratori a tempo indeterminato licenziati nel corso del 2015 per motivi disciplinari. Il primo lavoratore alla data del licenziamento ha un’anzianità aziendale di un solo anno, mentre il secondo ha un’anzianità aziendale pari a 12 anni. Si assume il massimale mensile della NASPI, per il 2015, stabilito in € 1.195,37.

– anzianità aziendale del primo lavoratore negli ultimi 3 anni: un solo anno

– contributo da pagare per il primo lavoratore: 41% del massimale mensile

– anzianità aziendale del secondo lavoratore negli ultimi 3 anni: 3 anni

– contributo da pagare per il secondo lavoratore: 123% del massimale mensile somma una tantum da versare all’atto del licenziamento:

– primo lavoratore: 41% di € 1.195,37 = € 490,10

– secondo lavoratore: 123% di € 1.195,37 = € 1.470,3

– totale contributo a carico dell’azienda: € 490,10 + € 1.470,3 = € 2.003,3.

catuc

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