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L’ufficiale giudiziario può pignorare il cane o il gatto?

20 agosto 2015


L’ufficiale giudiziario può pignorare il cane o il gatto?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 agosto 2015



Ho un debito con l’erario e in particolare con Equitalia, non ho intestato assolutamente nulla se non un cane di piccola taglia regalatomi da un amico: possono togliermelo?

Il dubbio sulla possibilità che Equitalia, così come qualsiasi altro creditore, possa pignorare gli animali domestici (così il gatto o i cane da compagnia) è sorta, un paio di anni fa, a seguito di una dichiarazione, rilasciata da un ufficiale giudiziario nel corso di una nota trasmissione televisiva: il pubblico ufficiale aveva rivelato, davanti alle telecamere, di essere abilitato al pignoramento degli animali.

In realtà, la questione è opinabile, o meglio, andrebbe fatta una profonda distinzione. Innanzitutto, dal punto di vista pratico-operativo, la legge dispone che l’ufficiale giudiziario, nel corso del pignoramento, debba preferire innanzitutto quei beni di pronta liquidazione (ossia facili da vendere all’asta): di certo l’animale domestico non può considerarsi tale (sfido chiunque ad acquistare, ad un’asta, il cane che, per diversi anni, è vissuto con un altro padrone).

In secondo luogo, la legge ritiene pignorabili solo i beni suscettibili di valutazione economica. Questo inciso va tenuto in particolare considerazione per due ragioni.

Innanzitutto, bisognerebbe valutare se, nel concetto di “bene” vadano incluse solo le “cose” (in senso inanimato) o anche gli animali. Se così fosse, però, la legge lo avrebbe probabilmente specificato in modo esplicito.

Peraltro tutta una serie di recenti leggi e sentenze negano l’equiparazione tra animali e cose. Basti pensare ai diritti riconosciuti agli animali in caso di maltrattamento, con conseguenti reati; alla possibilità di utilizzo delle sirene o del clacson d’emergenza per il trasporto di animali feriti; all’obbligo di soccorso in caso di investimento per strada di un animale; al divieto, per il regolamento di condominio, di vietare l’ingresso di animali in abitazione; nei casi di separazione tra i coniugi, ai provvedimenti del giudice di affidamento del cane o del gatto domestico. Queste valutazioni porterebbero ad escludere che, nel concetto di “bene” possa includersi anche l’animale. Peraltro le norme del codice di procedura civile sono norme che non possono essere suscettibili di applicazione analogica: pertanto, nel silenzio della legge, è facile pensare che il legislatore, quando pensò al pignoramento, non aveva in mente gli animali domestici.

In secondo luogo bisognerebbe valutare se l’animale abbia o meno un valore economico. Di certo l’affetto che per esso prova il padrone non ha un valore, né tantomeno l’esecuzione forzata può risolversi in uno strumento di pressione psicologica o ritorsivo nei confronti del debitore, volto a privarlo dei beni che, pur non avendo un vero e proprio valore di mercato, hanno comunque una particolare importanza per il proprietario.

Non si può negare, però, l’esistenza di animali dotati di un valore economico: non tanto per il tipo di razza o per la presenza di un pedigree, quanto piuttosto per l’uso che di essi si possa fare. Si pensi a un gregge, a un pollaio, a tutti gli altri animali da macello, ai bachi da seta, a un allevamento di trote, a un cavallo da corsa, ecc.

Dobbiamo quindi concludere che il cane o il gatto di compagnia non possono essere oggetto di pignoramento. Per maggiori dettagli si rinvia al saggio: “Il pignoramento degli animali domestici” dell’avv. Marcello Russo.

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