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Lo sai che? Buoni pasto: abusi sull’utilizzo

Lo sai che? Pubblicato il 20 agosto 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 20 agosto 2015

Utilizzo dei buoni pasto, limiti di legge e abusi, detassazione, cumulo, spesa e giorni per l’impiego.

Qual è il corretto utilizzo dei buoni pasto? L’aumento della soglia non tassata dei ticket elettronici (portata da 5,29 a 7 euro con la legge di stabilità del 2015) ha riportato a galla un argomento delicato nell’ambito del rapporto di lavoro: quello del loro utilizzo distorto rispetto alle finalità previste dal legislatore. Ed ora, con l’incentivazione della emissione in formato elettronico e quindi la maggiore facilità di controlli attraverso la loro tracciabilità, le cose potrebbero cambiare.

Cerchiamo quindi di comprendere qual è il corretto utilizzo dei buoni pasto e cosa prevede la legge, con una precisazione: la legge di stabilità 2015 non ha modificato la precedente disciplina (se non elevando la soglia di detassazione) e le seguenti regole sono sempre esistite (anche se non rispettate).

I buoni pasto possono essere utilizzati solo per il servizio sostitutivo della mensa e non per altre finalità: questo significa che, con essi, possono essere acquistati solo alimenti e bevande, non invece altri prodotti comunque smerciati dall’esercizio commerciale che accetta i buoni pasto (per esempio: spazzolini, ddt, pile, ecc.).

I ticket devono essere usati solo per il consumo immediato durante la giornata lavorativa: dunque, non è consentita l’incetta di alimenti per fare la scorta della settimana, come nel caso della spesa al supermercato durante il weekend.

Dalla finalità del buono pasto (che, come detto, serve per sostituire il servizio mensa) deriva che essi possono essere impiegati unicamente nei giorni di lavoro e non in altre giornate: non, quindi, nei giorni feriali o anche in quelli lavorativi, ma durante i quali il dipendente non ha prestato servizio (v. per malattia, ferie, permessi, ecc.).

I buoni pasto non sono cedibili. Ciò implica che essi devono essere utilizzati solo dal titolare del buono e non da altri soggetti, come anche i familiari. Lo scopo del buono pasto è unicamente quello di fornire di che mangiare al dipendente e non ad altri soggetti.

I ticket non sono commerciabili: quindi è vietata la vendita o lo scambio con altri oggetti.

Allo stesso modo, i buoni non sono convertibili in denaro: è vietato, per esempio, a Tizio di dare a Caio, titolare dell’esercizio commerciale, i propri buoni pasto a fronte di denaro contante.

Per la medesima ragione, i buoni pasto devono essere utilizzati per l’intero e, in caso contrario, il titolare non può pretendere resto in denaro. In pratica i ticket sono utilizzabili solo per l’intero valore economico indicato.

Per esempio: se il conto è superiore al singolo buono, il dipendente deve pagare di tasca propria la differenza in denaro.

I buoni pasto non sono cumulabili: il dipendente ne può utilizzare solo uno per ogni giorno lavorativo. Dunque, nell’arco delle 24 ore, è possibile spendere solo 7 euro attraverso i ticket. La restante parte dell’importo per l’acquisto dei generi alimentari dovrà essere pagata con denaro.

Proprio al fine di evitare tutti gli utilizzi distorti, appena elencati, dei buoni pasto, è stato così superato il tradizionale sistema cartaceo, optandosi per un buono pasto elettronico. Questo sistema, mediante la tracciabilità del relativo impiego, impedirà al lavoratore di spendere più di un buono pasto per singolo giorno, e comunque non oltre la misura di 7 euro nell’arco delle 24 ore.


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