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Costruttore responsabile anche se ha usato ditte appaltatrici esterne

21 agosto 2015


Costruttore responsabile anche se ha usato ditte appaltatrici esterne

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 agosto 2015



Garanzia decennale per gravi difetti di costruzione: costruttore-venditore responsabile anche se si vale di soggetti esterni, a condizione che mantenga il controllo del cantiere.

La garanzia di dieci anni del costruttore per vizi strutturali dell’edificio non è dovuta solo se questi abbia personalmente – cioè con la propria ditta e, quindi, con propria gestione di uomini e di mezzi – provveduto alla costruzione, ma anche se si è valso di ditte esterne con soggetti qualificati (come l’appaltatore, il progettista, il direttore dei lavori) e tuttavia abbia impartito direttive e sorveglianza sullo svolgimento dei lavori e dell’attività altrui. Infatti, anche in tali casi, la costruzione dell’opera è a lui riferibile.

È questo il principio uscito fuori, più volte, dalle stanze della Cassazione [1].

Indubbio che, oltre al venditore, anche il costruttore sia responsabile per i difetti gravi dell’immobile edificato: una garanzia che si estende per massimo 10 anni dall’ultimazione dello stabile e sempre che venga fatta denuncia entro 1 anno dalla scoperta del difetto (leggi l’approfondimento: “Acquisto di immobile con difetti: denuncia contro il costruttore”). Il concetto di costruttore è riferito, ovviamente, al soggetto che “materialmente” ed effettivamente abbia edificato l’immobile. Ma spesso avviene che, a fronte di una ditta titolare della concessione edilizia, del terreno e dell’attività meramente imprenditoriale di vendita degli immobili, poi i lavori vengano eseguiti da altre aziende appaltatrici, da quest’ultima delegate (per es.: un’azienda per fare il progetto, un’altra per le tubature, un’altra per i muri, un’altra per rifinire gli interni, ecc.). Ebbene, in questo caso, chi è tenuto alla garanzia decennale nei confronti dell’acquirente?

Secondo la Suprema Corte, non ci sono dubbi: bisogna distinguere. Tutte le volte in cui il costruttore-venditore abbia continuato ad esercitare un controllo sulle varie ditte appaltatrici, è il primo a mantenere il controllo generale dei lavori e, quindi, ad essere responsabili. Si legge, infatti, nella sentenza in commento che: in tema di responsabilità del venditore-costruttore per gravi difetti dell’opera, il codice civile [2] è applicabile non solo nei casi in cui il venditore abbia personalmente, cioè con propria gestione di uomini e mezzi, provveduto alla costruzione, ma anche nelle ipotesi in cui, pur avendo utilizzato l’opera di soggetti professionalmente qualificati, come l’appaltatore, il progettista, il direttore dei lavori, abbia mantenuto il potere di impartire direttive o di sorveglianza sullo svolgimento dell’altrui attività, sicché anche in tali casi la costruzione dell’opera è a lui riferibile.

Pertanto, il venditore può essere chiamato a rispondere dei gravi difetti dell’opera non soltanto quando i lavori siano eseguiti in economia, ma anche nell’ipotesi in cui la realizzazione dell’opera è affidata a un terzo al quale non sia stata lasciata completa autonomia tecnica e decisionale.

Quali difetti di costruzione

Ricordiamo che la garanzia decennale del costruttore è dovuta solo per quei difetti più gravi di costruzione che abbiano inciso sulla durata, solidità, stabilità e sicurezza dell’edificio.

Tuttavia, la Cassazione ha ampliato questa nozione: il “difetto di costruzione” – chiariscono i supremi giudici – che legittima il committente all’azione nei confronti dell’appaltatore, come del progettista, può consistere in una qualsiasi alterazione, conseguente ad un’insoddisfacente realizzazione dell’opera che, pur non riguardando parti essenziali della stessa (e perciò non determinandone la “rovina” o il “pericolo di rovina”), bensì quegli elementi accessori o secondari che ne consentono l’impiego duraturo cui è destinata, incida negativamente e in modo considerevole sul godimento dell’immobile.

In particolare, secondo la giurisprudenza, rientrano nella nozione di gravi difetti dell’immobile – che determinano la responsabilità del costruttore [2] – le deficienze costruttive incidenti sulla funzionalità ed abitabilità dell’opera e comportanti una menomazione del godimento con pericolo per la durata e la conservazione della costruzione.

note

[1] Cass. sent. n. 632/14.

[2] Art. 1669 cod. civ.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 8 ottobre 2013 – 14 gennaio 2014, n. 632
Presidente Goldoni – Relatore D’Ascola

Svolgimento del processo

1) Alcuni proprietari di porzioni immobiliari nel complesso “(omissis) “, sito in (omissis) , hanno intrapreso azione di responsabilità ex art. 1669 c.c., in relazione a gravi difetti degli appartamenti acquistati.
Gli attori, ai quali in corso di causa si sono aggiunti altri acquirenti degli appartamenti, hanno convenuto in giudizio la venditrice SIRR srl, che ha negato la configurabilità di propria responsabilità e ha chiamato in causa l’appaltatrice, snc Bolognesi & Evangelisti, per essere manlevata da qualunque eventuale condanna.
Bolognesi si è costituita eccependo la prescrizione del diritto e deducendo che aveva eseguito l’opera nel rispetto del progetto di Sirr, la quale aveva anche nominato il direttore dei lavori.
Il tribunale di Ravenna ha accolto la domanda nei confronti di entrambe le società, condannate al pagamento di oltre 400mila Euro, per le riparazioni delle parti comuni e delle singole unità immobiliari.
La Corte di appello di Bologna il 28 maggio 2007 ha accolto gli appelli delle soccombenti.
2) La Corte ha ritenuto che non fosse configurabile responsabilità della committente ex art. 1669 cod. civ., perché si era limitata a conferire l’appalto come mero elenco di lavori da eseguire e a nominare il direttore dei lavori, senza che vi fosse prova del suo ingerirsi, con direttive specifiche, nell’attività dell’appaltatore.
Ha ritenuto che non può gravare sul committente l’onere della prova di non essersi ingerito nella gestione dell’appalto. Quanto all’appaltatore, ha rilevato che la domanda attorea non era stata estesa automaticamente all’appaltatore Bolognesi, giacché la chiamata in causa non mirava ad indicarlo quale unico responsabile, ma era svolta quale chiamata in manleva e garanzia. Ne ha desunto che la domanda risareitoria, formulata per la prima volta dagli attori contro Bolognesi soltanto in sede di conclusioni (pag. 13 in fine), fosse inammissibile.
2.1) Gli attori hanno proposto ricorso per cassazione, notificato il 23/26 novembre 2007, resistito da separati controricorsi. Sono state depositate memorie.

Motivi della decisione

3) I motivi di ricorso mirano complessivamente a far affermare la concorrente responsabilità delle due società resistenti. Pertanto dal punto di vista logico è da esaminare in primo luogo il secondo motivo di ricorso, che denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 324 e 329 c.p.c. ed afferma che la responsabilità Sirr sarebbe, almeno in parte, sancita dal passaggio in giudicato della sentenza di primo grado.
Parte ricorrente sostiene infatti che la sentenza di primo grado ha distinto la responsabilità diretta del committente – per gli errori di progetto – da quella indiretta, per l’opera dell’appaltatore e che l’appello di SIRR riguardava solo la seconda. La tesi non ha pregio.
Consta infatti dalla sentenza del tribunale di Ravenna che la responsabilità di Sirr è stata affermata cumulativamente sulla base di plurimi riscontri, tra i quali è stata affermata sia la imputabilità del progetto e della direzione lavori alla committente, sia la effettuazione dei lavori in conformità a queste direttive, senza tuttavia privare l’appaltatore del potere-dovere di vagliare quanto richiestogli.
Inoltre la sentenza non ha distinto gli errori imputabili al progetto o alla direzione lavori da quelli riferibili alla esecuzione degli stessi, sicché manca il presupposto per poter identificare un capo di domanda suscettibile di passare in cosa giudicata.
Va ancora aggiunto che l’appello ha impugnato complessivamente le ragioni del decidere, contestando (si veda ad esempio pag. 6) la rilevanza delle premesse della sentenza del tribunale, tra le quali vi era la realizzazione del progetto e la nomina del direttore dei lavori.
4) È utile questo punto esaminare il terzo motivo di ricorso, che concerne la posizione della parte chiamata in causa, società Bolognesi, poiché la domanda svolta contro di essa è stata dichiarata inammissibile per motivi di rito.
L’accoglimento del motivo, che mira a far affermare la estensione della domanda nei confronti della società appaltatrice, conduce infatti a poter unitariamente esaminare i motivi relativi alla responsabilità delle resistenti ex art. 1669 c.c.. Il motivo è fondato.
La Corte di appello ha affermato (pag. 13) che la estensione automatica al terzo chiamato della domanda originaria non può configurarsi allorquando il convenuto chiami in causa il terzo “in garanzia”, al fine di essere manlevato e garantito da quanto dovuto agli attori. In tal caso mancherebbe il presupposto dell’unicità del rapporto controverso, essendo dedotto un titolo diverso da quello dedotto dall’attore.
Gli atti di causa, da consultare attesa la natura processuale della censura, rivelano però inequivocabilmente che parte convenuta sostenne subito che il complesso edilizio era stato costruito dalla soc. Bolognesi e che pertanto l’azione ex art. 1669 c.c. doveva essere rivolta contro quest’ultima (cfr. atto di chiamata in causa pag. 6).
Ne chiese conseguentemente la condanna alla manleva.
Era però evidente l’intento di negare di poter essere considerata, quale venditrice, portatrice di una responsabilità (posta dall’art. 1669 cod. civ., norma dettata in tema di appalto) che, secondo la tesi di Sirr, incombe soltanto sull’appaltatore.
Ciò valeva a qualificare l’atto, al di là da qualsiasi formula adottata, in primo luogo come chiamata del terzo responsabile e non già, o forse solo in via subordinata, come chiamata in garanzia impropria.
Si deve infatti privilegiare l’effettiva volontà della chiamante in relazione alla finalità, in concreto perseguita, di attribuire al terzo la responsabilità della cattiva esecuzione delle opere e dei danni conseguentemente arrecati. In tal caso, si verifica l’estensione automatica della domanda al terzo chiamato, indicato dal convenuto come il vero legittimato, onde il giudice può direttamente emettere nei suoi confronti una pronuncia di condanna, anche se l’attore non ne abbia fatto richiesta (cfr. Cass. 20610/11, che si esprime in questi termini; 8811/03).
5) Sono a questo punto da esaminare congiuntamente il primo e il quarto motivo.
Con il primo motivo sono denunciati (cfr rubrica): vizi di motivazione; “omessa e/o erronea applicazione” degli artt. 1669 c.c., 112 c.p.c.; “omesso esame di un motivo di censura”.
Il motivo è imperniato su più profili anche per quanto riguarda le differenziate posizioni degli odierni resistenti.
5.1) Va subito detto che per quanto concerne i presupposti della responsabilità dell’appaltatore, la censura è inammissibile. Essa è riassunta a pag. 24 del ricorso, nel quesito di diritto, posto con richiesta di affermazione di un principio che concerne il dovere dell’appaltatore di evitare gli errori progettuali o direttivi del committente Sirr. Trattasi di questione che non è pertinente alla ratio della decisione impugnata, la quale, per quanto riguarda Bolognesi, ha disatteso la domanda degli acquirenti perché inammissibile per motivi di rito (già oggetto del motivo di ricorso qui accolto al p. precedente), senza esaminarla nel merito.
Essa sarà oggetto di scrutinio da parte del giudice di rinvio.
5.2) Fondati sono invece i profili di ricorso relativi alla posizione Sirr.
Come efficacemente riassunto nel primo e quarto motivo, concretizzati nella richiesta di applicazione di principi di diritto enucleati specialmente a pag. 21 e 49 (cosi formulando idonei quesiti ex art. 366 bis c.p.c.), la Corte di appello ha errato nell’escludere risolutamente la responsabilità del committente perché questi non avrebbe “direttamente contribuito all’esistenza dei vizi e difetti”.
Per sorreggere questa tesi, la Corte felsinea ha, nei passaggi cruciali della motivazione, svilito la circostanza che il committente aveva nominato il direttore dei lavori e totalmente dimenticato, pur avendone dato atto quale accertamento positivo del giudice di primo grado (cfr pag. 7), che anche il progetto era integralmente riferibile al venditore.
In tal modo ha omesso di considerare il ruolo determinante che il direttore dei lavori svolge nella realizzazione dell’opera – argomento su cui vertono le pertinenti osservazioni svolte nel quarto motivo – e l’importanza del progetto stesso. Ha poi concluso che sarebbe diabolica la prova, implicitamente imposta al committente dal primo giudice, di non essersi ingerito nell’appalto.
5.3) Ogni aspetto di questa motivazione confligge con i principi di diritto che il Collegio ritiene applicabili alla specie e configura la sussunzione della fattispecie in una errata concezione dell’art. 1669 c.c..
Essa non coglie adeguatamente le ipotesi di corresponsabilità tra appaltatore e altri soggetti, come il costruttore venditore. Nel frastagliato quadro giurisprudenziale in materia si rinvengono sentenze che hanno ripetuto che il committente risponde ex art. 1669 c.c. qualora abbia provveduto alla costruzione dell’immobile con propria gestione diretta, ovvero sorvegliando personalmente l’esecuzione dell’opera, sì da rendere l’appaltatore un mero esecutore dei suoi ordini (cfr Cass., I sezione, 13158/02).
Il Collegio ritiene preferibile l’orientamento che muove dalla seguente premessa (felicemente sintetizzata da Cass, 2A sez., 4622/02, v. anche Cass. 8109/97): “La denuncia di gravi difetti di costruzione, oltre che dal committente e suoi aventi causa, può essere fatta anche dagli acquirenti dell’immobile, in base al principio che le disposizioni di cui all’art. 1669 cod. civ. mirano a disciplinare le conseguenze dannose di quei difetti che incidono profondamente sugli elementi essenziali dell’opera e che influiscono sulla durata e solidità della stessa, compromettendone la conservazione e configurano, quindi, una responsabilità extracontrattuale, sancita per ragioni e finalità di interesse generale, con la conseguenza che la relativa azione, nonostante la collocazione della norma tra quelle in materia di appalto, è data non solo al committente e suoi aventi causa nei confronti dell’appaltatore, ma anche all’acquirente nei confronti del costruttore venditore“.
Perviene poi all’affermazione che il venditore può essere chiamato a rispondere dei gravi difetti dell’opera non soltanto quando i lavori siano eseguiti in economia, ma anche nell’ipotesi in cui la realizzazione dell’opera è affidata a un terzo al quale non sia stata lasciata completa autonomia tecnica e decisionale, in quanto il venditore abbia mantenuto il potere di impartire direttive o di sorveglianza sullo svolgimento dell’altrui attività, sicché anche in tali casi la costruzione dell’opera è a lui riferibile (Cass. 567/05; 2238/12).
Giunge infine a sancire condivisibilmente che l’azione di responsabilità per rovina e difetti di cose immobili, prevista dall’art. 1669 cod. civ., può essere esercitata anche dall’acquirente nei confronti del venditore che risulti fornito della competenza tecnica per dare direttamente, o tramite il proprio direttore dei lavori, indicazioni specifiche all’appaltatore esecutore dell’opera, gravando sul medesimo venditore l’onere di provare di non aver avuto alcun potere di direttiva o di controllo sull’impresa appaltatrice, cosi1 da superare la presunzione di addebitabilità dell’evento dannoso ad una propria condotta colposa, anche eventualmente omissiva (Cass. 9370/13).
5.3.1) Questa linea ermeneutica è coerentemente seguita dalla giurisprudenza che, superate le contrarietà dottrinali, ha ricondotto l’art. 1669 c.c. nell’alveo della responsabilità extracontrattuale, al fine di consentire ai danneggiati da gravi difetti (rovina) dell’edificio, una tutela non minore, ma anzi, come vuole il legislatore, rafforzata rispetto a quella che sarebbe loro offerta dall’art. 2043 c.c..
Se cosi non fosse, i danneggiati si troverebbero preclusa la strada risarcitoria generica proprio da una norma che è stata invece dettata per ampliare gli spazi di tutela.
E ciò avverrebbe anche con riguardo alla limitazione di responsabilità che la sentenza impugnata ha qui sancito in favore dei coautori della lesione, quale è il committente-venditore che abbia avuto una qualche ingerenza, sorveglianza o influenza nella realizzazione dell’opera, come può avvenire, esemplificativamente, quando egli nomini il direttore dei lavori o designi il progettista dalla cui negligenza dipenda, sia pure in concorso con l’appaltatore, il vizio lamentato.
Ne consegue l’applicazione dei principi ordinari in tema di responsabilità aquiliana circa i presupposti per individuare il concorso del venditore, con i riflessi probatori accennati dalla più recente pronuncia dianzi citata.
Discende da quanto esposto l’accoglimento, nei limiti sopraesposti, del primo, secondo e quarto motivo di ricorso; il rigetto del secondo.
La sentenza impugnata va cassata in relazione ai motivi accolti e la cognizione rimessa ad altra sezione della Corte di appello di Bologna per nuovo svolgimento del giudizio di appello con applicazione dei principi di diritto qui enunciati e la liquidazione delle spese di questo giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie primo, terzo e quarto motivo di ricorso; rigetta il secondo.
Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia ad altra sezione della Corte di appello di Bologna, che provvederà anche sulla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

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