Breaking News Stop Tasi: come accontentare i Comuni?

Breaking News Pubblicato il 21 agosto 2015

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Come compensare il minor gettito fiscale derivante ai Comuni dalla tassa sulla prima casa: le tre opzioni sul tavolo del Governo; arriva lo “choc burocratico”: 5 anni senza autorizzazioni, licenze e permessi.

Il Governo “fa davvero” e l’ipotesi di abolire, prima del nuovo anno, l’imposta sulla prima casa (la TASI) comincia a trovare le prime limature. Lo scoglio principale è come accontentare i Comuni che, dopo l’abolizione dell’Imu sulla prima abitazione, avevano ottenuto, grazie alla Tasi, la compensazione per il mancato gettito fiscale. Ora però, con la cancellazione di quest’ultima, la cosiddetta imposta sui servizi indivisibili (leggi “Via la Tasi dalla prima casa” dello scorso 8 luglio), il problema si ripropone. Ed allora le alternative sul tavolo dei tecnici sono, al momento, quella di allentare sensibilmente il Patto di stabilità interno, premiando però soprattutto i sindaci più virtuosi; attribuire ai Comuni tutto il gettito dell’Imu sui capannoni industriali e una quota più elevata di quello relativo all’Imu sulla seconda casa (ora il 50% va allo Stato); oppure, in ultimo, azionare la leva dei trasferimenti diretti dallo Stato.

Gli enti locali – questo è certo – se verrà cancellata la Tasi sulla prima casa, così come ribadito più volte dal premier Renzi, perderanno quasi 4 miliardi di gettito: un tesoretto non indifferente. Ad essi poi si aggiungono anche le perdite derivanti dalla cancellazione dell’Imu sui terreni agricoli e sugli imbullonati (promesse dallo stesso Renzi). E – anche questo è certo – ciò che esce dalla porta dovrà entrare, in qualche modo, dalla finestra. Insomma, i Comuni, che già arrancano nella gestione dei propri bilanci, non possono restare a secco. Urge, quindi, una soluzione, un nuovo innesto di liquidità, altrimenti la detassazione sugli immobili resterà solo una promessa.

C’è anche da dire che il Governo si appresta a varare una riforma a 360 gradi dell’imposizione sulla casa: infatti, il tentativo naufragato con l’ultima legge di stabilità, di abbandonare il doppio binario Tasi-Imu in favore invece della nuova Local tax, dovrebbe trovare finalmente ingresso tra qualche mese. La nuova imposta ingloberà tanto l’Imu quanto la Tasi; resterà fuori la Tari, l’imposta sui rifiuti.

Il capo del Governo ha, comunque, più volte assicurato ai sindaci che con lo stop alla tassa non perderanno alcuna risorsa. Un concetto ribadito mercoledì dal sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, che ha detto che i Comuni hanno ragione a chiedere compensazioni. Ma l’operazione non si presenta affatto in discesa. E i Comuni sono giustamente in allarme.

Le tre opzioni per accontentare i Comuni

La prima delle soluzioni prospettate al Governo dai tecnici allo studio della riforma sarebbe quella di allentare sensibilmente il Patto di stabilità interno, favorendo così, di fatti, i Comuni virtuosi.

La seconda via sarebbe quella di trasformare l’Imu sui capannoni e fabbricati da imposta “statale” a “Comunale”: con il risultato di destinare i relativi proventi agli enti locali. Ma ciò coprirebbe solo per circa la metà le mancate entrate della Tasi sulla prima casa, senza contare che lo Stato, poi, potrebbe cercare la sua dose di compensazione dall’uscita fiscale, con nuove coperture.

E allora si pensa anche ad aumentare la quota, destinata ai Comuni, dell’Imu sulla seconda casa.

Potrebbe anche trovare ingresso una soluzione mista: Patto di stabilità più leggero integrato da nuove risorse ai Comuni magari in parte sotto forma di maggiori quote di Imu.

Intanto, quello che Matteo Renzi aveva definito uno choc fiscale (l’abolizione appunto delle tasse sulla casa) è, al momento, solo uno choc per le amministrazioni locali.

 

Alfano rilancia e propone anche uno “choc burocratico”: per 5 anni “libertà assoluta di realizzare ciò che le leggi consentono senza dover chiedere autorizzazioni, licenze o permessi”.

note

Autore immagine: 123rf com


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