Donna e famiglia I diritti della donna convivente separata con figli

Donna e famiglia Pubblicato il 21 agosto 2015

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Mi sono appena separata dal mio compagno (non siamo sposati), con una bambina di quasi 3 anni; il mio reddito mensile è di circa 1500,00 ed il suo di circa 2500,00. Abbiamo sempre vissuto nella sua casa di proprietà. Lui ha inoltre un mutuo per una seconda casa. Mi spetta un mantenimento per la bambina? A quanto ammonterebbe? Ho diritto a restare nella casa in cui abbiamo vissuto?

La nostra legislazione tende a dare alla convivenza di fatto tra persone di sesso diverso lo stesso rilievo sociale della famiglia formalmente riconosciuta, specie in presenza di figli minori, come nel caso della lettrice.

Cominciò la Corte Costituzionale, che in una sentenza [1] che ha aperto la strada a questa nuova considerazione dell’unione stabile tra due persone, stabilì che anche nei confronti dei figli naturali trovano applicazione le norme del Codice Civile [2] che regolano l’assegnazione della casa coniugale in favore del genitore cui il minore è affidato o con il quale convive.

Le domande che la lettrice mi pone sono tre. Vediamo di trattarle separatamente.

1) La bambina nata dall’unione ha diritto agli alimenti?

La risposta non può che essere affermativa. Il Codice Civile [2] stabilisce che “Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito”.

L’uso del termine “genitori” implica che non si fa riferimento ai coniugi, ma ai genitori naturali.

Lo stabiliscono, peraltro, innumerevoli decisioni e si potrà rilevare che anche sul sito del Tribunale di Venezia espressamente è scritto:

Entrambi i genitori, anche se non sono uniti in matrimonio, hanno l’obbligo di mantenere, istruire ed educare i figli in proporzione alle loro sostanze. L’obbligo di mantenimento sussiste anche nei confronti del figlio maggiorenne se ancora non è autosufficiente economicamente. In caso di inadempimento, chiunque vi ha interesse può chiedere al tribunale di ordinare che una quota dei redditi dell’obbligato, in proporzione agli stessi, sia versata direttamente all’altro coniuge o a chi sopporta le spese per il mantenimento, l’istruzione e l’educazione dei figli.

Vi sono, poi, innumerevoli decisioni anche della Corte di Cassazione, che confermano questo principio fino a che il minore non diventa economicamente autosufficiente [3].

L’ammontare dell’assegno mensile, tuttavia, non è determinabile a priori poiché è stabilito discrezionalmente dal Giudice al quale la lettrice si dovrà rivolgere se non raggiungerete un accordo con il padre. Si può presumere che, in considerazione dei Vostri redditi e del mutuo pagato mensilmente dal Suo ex, esso sarà di ammontare oscillante tra i quattrocento ed i cinquecento euro mensili anche se, ripeto, tutto dipenderà dalla sentenza che dovesse affrontare la

questione e non è escluso che l’importo possa essere maggiore.

Chi è competente per questa eventuale causa? È necessaria l’assistenza di un avvocato?

Si: intanto, l’assistenza dell’avvocato è necessaria e non è sufficiente presentare una semplice richiesta. La competenza per la causa è del Tribunale del luogo in cui vive il genitore che è convenuto in giudizio; nel caso in esame del luogo ove risiede il padre.

2) Chi decide sull’affidamento della bambina?

L’affidamento condiviso appare come la soluzione più ragionevole e in linea con l’interesse della minore e con le norme del Codice Civile. Ammesso che vi sia contrasto sul fatto che la bambina deve continuare a vivere con la lettrice, la causa che il suo ex dovesse instaurare sarà di competenza del giudice del luogo di residenza della bambina [4]. Potrà essere la lettrice stessa, inoltre, a rivolgersi al Tribunale per ottenere una sentenza che sancisca la convivenza della figlia presso di lei, anche nell’ambito del giudizio che dovesse instaurare in relazione all’uso della casa ove vive, come dirò dopo.

3) Posso chiedere di continuare a vivere nella casa ove si è svolta la convivenza anche se è di proprietà del padre della bambina?

Anche in questo caso la risposta è affermativa.

Premetto, innanzitutto, che il l’ex convivente non potrà, di sua iniziativa, impedire alla lettrice di continuare ad abitare la casa: per il semplice fatto che quest’ultima possiede l’immobile da oltre un anno, non potrà essere “spogliata” del possesso con la forza (per esempio con la sostituzione della serratura).

In questo caso la legge consentirebbe alla convivente di esperire un’azione abbastanza veloce che viene definita “di reintegra” al pari di quella esperibile da chiunque abbia la detenzione qualificata di un immobile, indipendentemente se tale detenzione sia legittima o meno. Si tratta di azioni che tutelano il possesso, senza badare alla sua legittimità o alla proprietà dell’immobile. Il suo compagno, se vuole, dovrà rivolgersi al Tribunale per chiedere che la donna venga estromessa dalla casa. Ma in quel caso quest’ultima potrebbe non solo opporsi, ma formulare una cosiddetta “domanda riconvenzionale” per chiedere l’assegnazione della casa in conseguenza del fatto che lì vive la bambina che abita con lei e fino a quando essa non sarà divenuta maggiorenne o economicamente autosufficiente.

Lo stabiliscono innumerevoli decisioni dei Tribunali ed anche della Cassazione [5].

La competenza, anche in questo caso, è del giudice ordinario e, cioè, del Tribunale del luogo ove risiede il padre.

La lettrice potrà comunque, indipendentemente da ciò che deciderà di fare il proprietario della casa, rivolgersi autonomamente al Tribunale per ottenere una sentenza che sancisca il suo diritto a vivere nella casa insieme alla bambina.

Questa sentenza, al pari di quelle emesse nei procedimenti di separazione o divorzio di coniugi sposati, potrà perfino essere trascritta nei registri immobiliari ed essere opposta anche ai terzi che dovessero acquistare dei diritti sull’immobile [6].

note

[1] C. Cost. sent. n. 166/1998

[2] Art. 155 quater cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 20137/2013: “L’obbligo del padre naturale, così come riconosciuto dalla sentenza del Tribunale e della Corte di Appello, di mantenere il figlio maggiorenne cessa quando questi comincia a percepire un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato, anche se l’inserimento ab origine nella famiglia paterna gli avrebbe garantito una posizione sociale migliore.

[4] Cass. sent. n. 9770/2013: “In tema di affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio, la legge n. 54 del 2006, dichiarando applicabili ai relativi procedimenti le regole da essa introdotte per quelli in materia di separazione e divorzio, esprime, per tale aspetto, un’evidente assimilazione della posizione dei figli di genitori non coniugati a quella dei figli nati nel matrimonio”.

[5] Cass. sent. n. 10102/2004; Trib. Milano, sent. del 9.01.2009; Trib. Genova sent. del 15.10.2003; Trib. Foggia sent. del 9.08.2002.

[6] C. Cost. sent. n. 394/2005; Trib. Modena sent. del 27.01.2006. Cfr. anche “Responsabilità per la procreazione ed effetti del riconoscimento del figlio naturale”. In Giustizia Civile, fasc. 3, 2005, pag.730.

Autore immagine: 123rf com


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2 Commenti

  1. Ora capisco perché tanti omicidi familiari avvengono al momento della separazione: si tratta di MariaAntonietticidi

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