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Conto corrente cointestato: si presume 50% di proprietà a ciascuno

23 agosto 2015


Conto corrente cointestato: si presume 50% di proprietà a ciascuno

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 agosto 2015



Conto corrente bancario o postale intestato a due persone: salvo la prova contraria, la provvista si intende per metà di ciascuno; chi preleva più del 50% deve restituire all’altro l’eccedenza.

Il fatto che un conto corrente sia intestato a due persone fa presumere che tutte e due siano titolari del rapporto per metà ciascuno, ossia per quote uguali (50% ad uno e 50% all’altro): la conseguenza pratica è che il contitolare, che abbia prelevato più della metà delle somme, deve restituire all’altro l’eccedenza rispetto alla propria quota. Per esempio: se in un conto cointestato ad “A” e “B” vi sono depositati 1.000 euro e “A” prelevi 600 euro, egli è debitore di “B” di 100 euro.

In tal caso, se si finisce in causa, chi è tenuto alla restituzione delle maggiori somme prelevate, dovrà versare anche gli interessi; ma questi ultimi vanno conteggiati dalla data della domanda giudiziale e non da quella dei prelievi effettuati dall’altro intestatario.

Lo ha chiarito la Cassazione a più riprese, da ultimo con una sentenza dell’anno scorso [1].

La Corte, però, ammette la possibilità di una prova contraria: si pensi al caso del conto corrente cointestato ad entrambi i coniugi benché il rapporto sia alimentato unicamente con i redditi del marito. La doppia titolarità, in questo caso, potrebbe dipendere solo da una ragione di comodità, per consentire anche all’altro coniuge l’utilizzo del bancomat o dei servizi allo sportello per poter provvedere alle spese quotidiane e prendersi cura della famiglia; ma ciò non implica anche il passaggio della titolarità della metà delle somme depositate.

In buona sostanza, si parte da una situazione di presunzione di contitolarità, ma è data la possibilità, ad uno dei correntisti, di dimostrare il contrario, ossia che l’intera provvista (e non solo il 50%) sia di sua proprietà, perché alimentata da propri versamenti.

La Cassazione, in definitiva, ha semplicemente detto che la parte che preleva da un c/c cointestato delle cifre è tenuto dunque alla restituzione all’altro intestatario, a prescindere dal rapporto sottostante, dato che si presume la contitolarità del rapporto dei cointestatari, salvo la prova contraria fornita da uno dei due.

Queste regole fissano però i rapporti solo tra le parti, e non tra le parti e la banca. Questo significa che se il cointestatario si reca allo sportello dell’istituto di credito per prelevare il 90% della provvista, la banca non potrà rifiutare la richiesta e dovrà comunque consegnare il denaro.

note

[1] Cass. sent. n. 1646/14.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 13 novembre 2013 – 27 gennaio 2014, n. 1646
Presidente Rordorf – Relatore Scaldaferri

Svolgimento del processo

1. C.S. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Milano T.G. e la società di fatto tra lei ed il medesimo, della quale chiedeva l’accertamento con la condanna del T. al pagamento del valore di liquidazione della quota a lei spettante; chiedeva altresì, in ogni caso, la condanna del predetto alla restituzione della metà della somma (L. 4.495.000.000) da lui prelevata, tra gennaio e marzo 1996, dal conto corrente bancario cointestato. Deduceva, con riguardo alla prima domanda, di essere subentrata, al momento della separazione nel 1972 dal di lei marito B.D. , nella società di fatto da questi costituita, con pari quote, nel 1961 con il T. (operante sotto la ditta individuale “Bator di T.G. “), società di fatto la cui azienda nel 1977 era stata trasferita alla Bator 2000 s.r.l.; e di aver svolto continuativamente, in tale società e nelle numerose altre (Fin 2000 s.r.l., Bator 2000 s.r.l., Progress 3C s.r.l., Euroblok s.r.l. e Plastik Bator s.r.l.) costituite con i proventi della società di fatto, attività lavorativa e gestionale, unitamente al T. , sino allo scioglimento del rapporto tra le parti. Si costituiva in giudizio il T. , deducendo che non era mai stato socio di fatto né del B. né della C. , che quest’ultima non era socia di alcuna delle società di capitali cui aveva fatto riferimento in citazione ma vi aveva solo svolto attività lavorativa – ricoprendo anche cariche sociali – sempre adeguatamente retribuita; deduceva inoltre che la pretesa di restituzione della metà della somma depositata sul conto corrente cointestato era prescritta, ed in ogni caso infondata, perché il conto era sempre stato alimentato da lui solo e l’importo in parte rivendicato dall’attrice era stato utilizzato in relazione a vicende nelle quali anche lei era coinvolta.
Con sentenza del luglio 2005 il Tribunale rigettava (per quanto qui rileva) entrambe le domande proposte dalla C. .
Proposto appello da quest’ultima, cui resisteva il T. , la Corte d’appello di Milano, in parziale riforma della sentenza di primo grado, accoglieva la sola domanda di rendiconto proposta dalla appellante e condannava quindi il T. a restituirle la somma di Euro 1.160.736,88 – oltre interessi legali dalla data della domanda – da lui prelevata dal conto corrente bancario cointestato.
Rilevava in sintesi la Corte milanese: a)che l’accertamento della società di fatto era di per sé irrilevante, avendo la stessa attrice sostenuto che la relativa azienda era stata ceduta alla Bator s.r.l. – della quale l’attrice non era mai stata socia, così come non lo era delle altre società che sarebbero state poi costituite con gli utili realizzati – e non avendo neppure dedotto che l’originaria società di fatto avrebbe mutato il proprio oggetto, da artigianale e manifatturiero in quello, meramente finanziario, proprio di una holding; b) che era invece fondata la domanda – autonoma dalle altre proposte dalla C. – di restituzione della metà della somma prelevata dal conto cointestato, atteso che la cointestazione di un conto corrente, attribuendo agli intestatari la qualità di creditori o debitori solidali del conto stesso a norma dell’art. 1854 cod.civ., fa presumere la contitolarità dell’oggetto del contratto, salva la prova contraria che il T. non aveva fornito, non avendo provato che la provvista del conto fosse stata alimentata unicamente da lui, né che le somme prelevate nel 1996 fossero state da lui utilizzate per interessi comuni alla cointestataria.
Avverso tale sentenza, resa pubblica il 15 novembre 2007, T.G. ha proposto ricorso a questa Corte, cui resiste C.S. con controricorso e ricorso incidentale, al quale a sua volta resiste il T. con controricorso.

Motivi della decisione

1. Si impone innanzitutto, a norma dell’art. 335 cod.proc.civ., la riunione dei ricorsi proposti avverso la medesima sentenza.
2. Il ricorso principale si fonda su due motivi. Con il primo il signor T. denuncia un vizio di motivazione consistente nell’avere la Corte di merito, nel decidere sulla titolarità delle somme depositate sul conto corrente cointestato, omesso di considerare la pacifica circostanza che tale conto corrente era stato alimentato unicamente con i proventi di un’attività imprenditoriale che la sentenza stessa ha riconosciuto far capo al solo T. . Con il secondo denuncia la falsa applicazione degli artt. 1854 e 1298 cod.civ., deducendo che erroneamente la Corte di merito ha ritenuto di sussumere nella disposizione normativa dell’art.1854 cod.civ. una fattispecie nella quale il conto corrente era pacificamente alimentato dal denaro di uno soltanto dei contitolari.
3. Entrambi i motivi non meritano accoglimento.
3.1. Quanto al primo, deve da un lato evidenziarsi come la omessa considerazione della quale si duole il ricorrente trovi invece puntuale giustificazione nel fatto che la domanda di restituzione delle somme prelevate dal conto cointestato fosse stata proposta dalla signora C. “in ogni caso”, dunque per il mero fatto che vi fosse un conto cointestato ed a prescindere dall’accertamento sul rapporto sociale. Sulla esistenza effettiva di tale rapporto sociale, del resto, la sentenza impugnata non si è pronunciata, essendosi limitata a considerare l’irrilevanza delle prove articolate a tal fine dalla parte attrice in quanto inidonee a dimostrare che la pretesa società di fatto avesse, dopo la cessione, ancora beni da distribuire ai soci in sede di liquidazione.
3.2. Quanto al secondo motivo, va rammentato che la falsa applicazione di norme di diritto può essere censurata liberamente in sede di legittimità proprio perché presuppone che sulla fissazione del fatto non vi sia discussione, essendo invece l’accertamento del fatto – riservato al giudice di merito – sindacabile in cassazione solo nei limiti del vizio di motivazione (cfr. tra molte: Cass. n. 3205/95, n. 4698/87). Ciò posto, il motivo è inammissibile, in quanto in effetti diretto non già a censurare l’interpretazione delle norme nel caso concreto così come accertato nella sentenza impugnata, bensì a criticare (peraltro genericamente) la ricognizione del fatto stesso, sulla quale tuttavia la Corte di merito si è insindacabilmente pronunciata.
4. Il ricorso incidentale si fonda su due motivi.
4.1. Con il primo si censura, sotto il profilo del vizio di motivazione, la sentenza di merito nella parte in cui ha escluso che la società di fatto, dopo essersi disfatta della propria azienda, avesse ancora un patrimonio da liquidare tra i soci. Il motivo è tuttavia inammissibile, a norma dell’art.366 bis cod.proc.civ. (applicabile nella specie in ragione dell’avvenuto deposito della sentenza impugnata nel periodo di vigenza della norma), giacché la sua illustrazione è priva del momento di sintesi richiesto dalla norma stessa a pena di inammissibilità.
4.2. Con il secondo motivo si denuncia la violazione degli artt. 1713, 1714 e 1224 cod.civ., sostenendo che gli interessi sulla somma che il T. ha illegittimamente prelevato dal conto corrente comune avrebbero dovuto essere calcolati dalla data del prelievo e non da quella della domanda. La doglianza è infondata. Essa muove infatti da un presupposto – che sia applicabile nella specie il disposto dell’art. 1714 cod.civ. secondo cui il mandatario deve corrispondere gli interessi sulle somme riscosse per conto del mandante con decorrenza dal giorno in cui avrebbe dovuto rimetterle a quest’ultimo – del quale non risulta accertato il fondamento: in mancanza di accertamento in ordine al rapporto sottostante la cointestazione del conto corrente (la Corte di merito ha basato il suo convincimento esclusivamente sulla non vinta presunzione normativa di comproprietà delle somme depositate), non può affermarsi che i prelievi effettuati unilateralmente da uno dei cointestatari costituissero esplicazione di un’attività di mandato, con quanto ne consegue in ordine alla applicabilità dello schema normativo relativo a tale rapporto contrattuale.
5. Il rigetto di entrambi i ricorsi si impone dunque, con la conseguente compensazione tra le parti delle spese di questo giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi, li rigetta entrambi e compensa tra le parti le spese di questo giudizio di cassazione.

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