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Assicurazione sulla vita: tutte le clausole nulle

23 agosto 2015


Assicurazione sulla vita: tutte le clausole nulle

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 agosto 2015



Nel caso di assicurazione per la morte, sono vessatorie le clausole che impongono al beneficiario oneri inutili e gravosi: nullità rilevabile anche d’ufficio.

Giro di vite della Cassazione alle inutili clausole vessatorie imposte dalle compagnie di assicurazione a chi stipula una polizza vita solo al fine di rendere più complessa e difficoltosa la riscossione del risarcimento.

Con una recente sentenza [1], la Suprema Corte indica un lungo elenco delle richieste che gli assicuratori non possono fare ai beneficiari dell’indennizzo, dopo la morte del “portatore di rischio”: dall’obbligo di formulare la domanda di indennizzo su un prestampato a quello di fornire le cartelle cliniche di chi aveva sottoscritto la polizza.

In generale – affermano i giudici – è da ritenersi vessatoria, e quindi non efficace nei confronti del consumatore, la clausola contrattuale che obbliga il beneficiario, al fine di ottenere l’indennizzo, una lunga serie di adempimenti e produzioni documentali.

La vicenda

Il beneficiario di una polizza vita, avvenuto l’evento “morte” del contraente, si vedeva rifiutare, da parte della Compagnia, il risarcimento poiché la richiesta di indennizzo non era stata accompagnata dai documenti richiesti nelle condizioni generali di contratto. La Corte ha ritenuto inopponibile al beneficiario tutti i vincoli inseriti nelle condizioni generali di polizza. In particolare, il contratto oggetto dell’esame della Corte presentava ben sette condizioni (tra adempimenti e produzioni documentali) alle quali era subordinato il pagamento del risarcimento, che la Cassazione definisce criticamente un “cocktail giugulatorio ed opprimente per il beneficiario”, chiarendo per ciascuna le ragioni della vessazione.

Troppe carte e adempimenti sono vessatori

Ecco dunque le clausole ritenute vessatorie dai giudici e, quindi, nulle:

– la presentazione della domanda di indennizzo su modulo predisposto dall’assicuratore: la clausola viola il principio della libertà delle forme (che contraddistingue l’intera materia delle obbligazioni);

– la domanda da presentare e sottoscrivere presso l’agenzia di competenza: la clausola viola la libertà personale e di movimento, imponendo una servitù priva di vantaggi per l’assicuratore;

– la produzione di relazione medica sulla morte del portatore del rischio: la clausola impone un rilevante esborso economico ponendo a suo carico l’obbligo – che per legge non ha – di documentare le cause del sinistro; nell’assicurazione sulla vita, infatti, il beneficiario può limitarsi a dimostrare la morte del contraente, mentre provare che questa è avvenuta per cause che escludono l’indennizzo spetta all’assicuratore;

– la produzione, a semplice richiesta, delle cartelle cliniche relative ai ricoveri del deceduto: trattandosi di una clausola senza limiti di tempo, essa finirebbe per consentire all’assicuratore di richiedere cartelle anche relative a ricoveri effettuati molti anni addietro, addossando al beneficiario l’onere economico di estrazione delle copie e l’onere materiale di contrastare eventuali eccezioni relative alla privacy da parte delle strutture sanitarie;

– la produzione di atto notorio riguardante l’atto di successione del deceduto: è un onere inutile posto che il diritto all’indennizzo non è ereditario ed è dunque irrilevante per la compagnia sapere se la persona morta aveva fatto o meno testamento.

– la produzione dell’originale della polizza: è una clausola inutile e gravosa: l’assicuratore la possiede già e per evitare pagamenti alla persona sbagliata basta verificare l’identità del richiedente.

Nullità rilevabile anche d’ufficio

Anche se il beneficiario sollevata tardi l’eccezione di nullità della clausola vessatoria, il Giudice ha sempre il potere di rilevarla anche d’ufficio, dunque pure in assenza di richiesta o di prove della parte: è sufficiente che i fatti risultino dai documenti in atti [2]. Insomma: non ci sono termini massimi per dire che il contratto o la clausola è nulla, potendosi contestare anche in appello o in cassazione.

Nel caso, peraltro, in cui il giudice ritenga le clausole in esame rientranti tra le clausole vessatorie tipiche indicate dalla legge [3], la cui vessatorietà si presume sino a prova contraria, il consumatore (che è contraente debole nel contratto) non ha l’onere di dimostrare lo squilibrio nella posizione delle parti; l’altra parte, invece, se vuole dimostrare le proprie ragioni e far valere la validità delle clausole, deve provare l’assenza di squilibrio e che la clausola unilateralmente predisposta sia stata oggetto di un specifica trattativa con il consumatore.

È vessatoria la clausola in base alla quale la polizza vita prevede che il beneficiario deve: sottoscrivere una domanda su apposito modulo predisposto dall’assicuratore; produrre il certificato di morte del portatore di rischio; produrre una relazione medica sulle cause della morte, scritta da un medico su apposito modulo predisposto dall’assicuratore; produrre una dichiarazione del medico autore della relazione che attesti di aver personalmente curato le risposte; produrre le cartelle cliniche relative ai ricoveri subiti dal portatore di rischio; produrre un atto notorio sullo stato successorio della persona deceduta; produrre l’originale della polizza. Infatti nell’assicurazione sulla vita «il beneficiario ha il solo onere di provare l’avverarsi del rischio, e quindi la morte della persona sulla cui vita è stata stipulata l’assicurazione. La circostanza che la morte possa essere avvenuta per cause che escludano l’indennizzabilità secondo le previsioni contrattuali, in quanto fatto estintivo della pretesa attorea, va provato dall’assicuratore, non dal beneficiario.

note

[1] Cass. sent. n. 17024/15 del 20.08.2015.

[2] Cass. S.U., ord. interlocutoria n. 10531 del 7.05.2013.

[3] Così come indicate dall’art. 33 d. lgs. 206/2005.

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