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Lo sai che? Incidenti e incroci: no concorso colpa se è impossibile avvistare il veicolo

Lo sai che? Pubblicato il 18 febbraio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 18 febbraio 2018

Sinistri stradali: per escludere la responsabilità del conducente quest’ultimo non deve aver avuto alcun profilo di colpa nella dinamica del sinistro; la precedenza di fatto.

Concorso di colpa solo se al conducente può essere imputata la (sia pur minima) responsabilità nell’ambito del sinistro stradale: pertanto, se l’automobilista sia stato nell’oggettiva impossibilità di avvistare l’altro veicolo e di osservarne tempestivamente i movimenti, attuati da quest’ultimo in modo rapido, inatteso e imprevedibile, non può esserci alcun concorso.

Per escludere qualsiasi forma di responsabilità, al conducente non deve essere ascrivibile, dunque, alcun profilo di colpa. È quanto chiarito più volte dalla Cassazione [1].

Secondo un principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità, nel caso di danni prodotti a persone o cose dalla circolazione di un veicolo, l’automobilista riesce ad esonerarsi dalla responsabilità per i danni arrecati all’altro autoveicolo in due modi:

– in via diretta, dimostrando di avere tenuto un comportamento perfettamente conforme alle regole del codice della strada e comunque esente da ogni ipotizzabile addebito di colpa;

– in via indiretta, dimostrando che il comportamento del danneggiato è stato il fattore causale esclusivo dell’evento dannoso, non evitabile da parte del conducente, avuto particolare riguardo alle circostanze del caso concreto ed alla conseguente impossibilità di attuare una qualche manovra di emergenza.

Ogni conducente si presume responsabile

Ogni conducente del veicolo, infatti, “nasce responsabile”: questo significa che i danni si presumono, già in partenza, di responsabilità al 50% dei due veicoli coinvolti nel sinistro [2], salvo che uno dei due sia in grado di dimostrare che l’improvvisa ed imprevedibile comparsa sulla traiettoria di marcia dell’altro mezzo – valutata anche la breve distanza di avvistamento, insufficiente per operare una idonea manovra di fortuna – ha reso del tutto inevitabile l’incidente. Ne consegue che ove il conducente non abbia fornito la prova idonea a vincere la presunzione di responsabilità, il giudice è autorizzato ad applicare il concorso di colpa.

In ordine alla valutazione della responsabilità del conducente, la giurisprudenza di regola considera rilevante l’elemento della colpa, richiedendo uno standard di diligenza massimo (minoritario è infatti considerato l’indirizzo fondato sul criterio di normale diligenza).

Pertanto, l’eventuale accertamento dell’impossibilità di avvistamento, e la dimostrazione della condotta di guida repentina dell’altro mezzo vale ad escludere ogni responsabilità e, quindi, anche il concorso di colpa.

Diritto di precedenza

La giurisprudenza sia di legittimità che di merito è del tutto concorde nel ritenere che la mera circostanza che il conducente sia favorito dal diritto di precedenza non lo esonera dall’obbligo di usare la dovuta attenzione nell’attraversamento di un incrocio.

In generale, nell’approssimarsi ad un incrocio come nelle altre manovre riguardanti la circolazione, il conducente è tenuto a rispettare il canone generale della massima prudenza allo scopo di evitare incidenti. Ne consegue che il conducente favorito dal diritto di precedenza che si appresti ad impegnare un incrocio, anche nel caso in cui il crocevia sia regolato da semaforo proiettante luce verde, deve tenere una condotta prudente per essere in grado di mettere in atto tutti gli accorgimenti necessari al fine di evitare il sinistro tenuto conto delle particolari condizioni del caso (come, per esempio, le condizioni meteorologiche e la situazione topografica) nonché in relazione alla eventuale possibilità che gli altri utenti della strada non rispettino l’obbligo di precedenza. I giudici hanno così ribadito come il conducente favorito dalla precedenza non possa fondare il suo diritto al risarcimento dei danni solo sulla fiducia che gli altri utenti della strada si attengano alle prescrizioni di legge; egli, al contrario, è responsabile del sinistro in misura concorsuale laddove non si attenga anch’egli alle suddette regole di condotta.

La precedenza di fatto

La giurisprudenza ha elaborato anche la figura della precedenza di fatto. Si tratta della precedenza che si acquisisce in quelle situazioni in cui il conducente, pur marciando su una strada senza diritto di precedenza, possa attraversare l’incrocio senza che si verifichi la collisione. Al riguardo è stato affermato che la precedenza cronologica o di fatto può essere invocata solo nelle ipotesi in cui il conducente sfavorito sia giunto all’incrocio con tale anticipo da consentirgli l’attraversamento e l’immissione in area senza pericolo di collidere con il veicolo favorito e senza che il conducente cui spetti la precedenza di diritto sia costretto ad effettuare manovre di emergenza o a rallentare, oltre i limiti richiesti dalla presenza del crocevia, o addirittura, a fermarsi.

Concorso di colpa anche con la precedenza

Di recente la Cassazione [3] ha detto che, nell’incidente automobilistico, non basta avere la precedenza per non vedersi attribuire il concorso di colpa in caso di incidente all’incrocio. È necessario anche dimostrare di non aver violato le regole di prudenza. L’eventuale inosservanza di tali regola pur da parte di chi viene da destra può portare a una responsabilità al 50%.

In pratica, chi ha la precedenza non deve immettersi nell’incrocio senza comunque guardare che non vengano altre auto. Oltre alle regole scritte dal codice della strada ci sono anche quelle non scritte che impongono, in base alle circostanze concrete, il comportamento più diligente per evitare incidenti stradali, pur in presenza di un altro automobilista che non rispetti le norme. Il che significa che non bisogna fare i gradassi e solo perché si ha la precedenza occupare con la forza il centro della strada. In ipotesi del genere il rischio è quello di vedersi attribuire il concorso di colpa.

Sempre la Suprema Corte ha ricordato che [4] Il conducente di un veicolo, che sopraggiunge ad un incrocio stradale ad alta velocità è corresponsabile nel caso in cui resti coinvolto in un incidente, anche qualora il conducente dell’altro veicolo incidentato non abbia rispettato l’obbligo di precedenza. Il Supremo Collegio ribadisce che pur sussistendo un concorso di colpa da parte della vittima ciò non esclude, in forza del principio di affidamento, «la limitazione di responsabilità in ordine alle conseguenze delle altrui condotte prevedibili o, in altri termini, il poter contare sulla correttezza del comportamento di altri, riduce i suoi margini in ragione della diffusività del pericolo, che impone un corrispondente ampliamento della responsabilità in relazione alla prevedibilità del comportamento scorretto od irresponsabile di altri agenti».
In tema di circolazione della strada, tuttavia, il sopra citato principio trova un temperamento «nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri nel limite della prevedibilità».
Da ciò deriva che «l’obbligo di moderare adeguatamente la velocità, in relazione alle caratteristiche del veicolo ed alle condizioni ambientali, va inteso nel senso che il conducente deve essere in grado di padroneggiare il veicolo in ogni situazione».

note

[1] Da ultimo cfr. Cass. sent. n. 4998/14.

[2] È la cosiddetta presunzione di responsabilità ex art. 2054 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 3696/2918 del 15.02.2018.

[4] Cass. sent. n. 7669/18 del 16.02.2018

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Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 10 – 31 gennaio 2014, n. 4998
Presidente Zecca – Relatore Serrao

Ritenuto in fatto

1. In data 24/11/2010 il Tribunale di Napoli, Sezione distaccata di Marano, ha dichiarato B.F. colpevole del reato di cui all’art. 589, comma 2, cod.pen. perché il (omissis) , alla guida dell’autovettura Mercedes, mentre percorreva la strada denominata (omissis) , direzione di marcia (omissis) , all’altezza dell’intersezione sita nelle vicinanze del complesso edilizio (omissis) , effettuando una manovra di svolta a sinistra al fine di immettersi nella suddetta intersezione, per colpa consistita in imprudenza, negligenza, imperizia, non azionando l’apposito indicatore di direzione, nonché in inosservanza dell’art. 154 lett.a) del d.lgs. 30 aprile 1992, n.285, non assicurandosi di poter effettuare la svolta senza creare pericolo o intralcio al motoveicolo che lo seguiva condotto da D.R.A. , tenendo conto della posizione, distanza e direzione di esso, provocava un sinistro stradale nel quale il motociclo impattava violentemente l’autovettura all’altezza della portiera sinistra per poi rovinare in terra unitamente al conducente, cagionando al D.R.A. “politrauma con focolaio lacero-contusivo cerebrale in franto temporale destra a sede profonda, con ematoma sub durale in regione franto temporale parietale destra, frattura bilaterale della volta cranica coinvolgente i tetti orbitari, lo sfenoide e l’etmoide. Coma prodondo” cui seguiva il decesso del medesimo.
2. Il Tribunale ha condannato l’imputato alla pena di mesi 4 di reclusione con sospensione condizionale e, determinando il concorso di colpa nella produzione dell’evento da parte della persona offesa nella misura del 65%, ha condannato l’imputato al risarcimento dei danni nei confronti delle parti civili, da liquidarsi in separato giudizio, con rigetto della richiesta di provvisionale e integrale compensazione tra le parti delle spese relative all’azione civile.
3. In data 14/03/2013 la Corte di Appello di Napoli ha dichiarato estinto per prescrizione il reato e confermato nel resto la sentenza impugnata, compensando integralmente tra le parti le spese relative all’azione civile. La Corte di Appello, nel richiamare integralmente la motivazione della sentenza di primo grado, ha desunto dalla prova dichiarativa che l’impatto si era verificato quando l’autoveicolo condotto dall’imputato aveva occupato gran parte della carreggiata opposta e dai danni riportati dall’autovettura che lo scontro aveva interessato la portiera anteriore sinistra di tale veicolo; il punto in cui si era verificato l’incidente era un rettilineo, ma due-trecento metri prima presentava una curva destrorsa, la segnaletica era inesistente e l’unico casco protettivo rinvenuto era sotto il sellino del motoveicolo. La velocità del ciclomotore prima dell’urto, secondo il consulente tecnico della pubblica accusa, era di 96,77 km/h e lo stesso consulente della difesa dell’imputato aveva riferito di una velocità non inferiore a 80 km/h, ritenendo la Corte di condividere le osservazioni del giudice di primo grado in merito alla minore attendibilità delle conclusioni del consulente tecnico delle parti civili, che non aveva visionato i veicoli. Sulla base di tali dati istruttori, la Corte condivideva le argomentazioni del giudice di primo grado, che aveva ascritto all’imputato un comportamento colposo per non essersi assicurato, prima di svoltare a sinistra, di non creare pericolo o intralcio agli altri utenti della strada, non azionando inoltre prima della svolta l’indicatore di direzione, e che aveva ritenuto che la condotta della vittima, lungi dal potersi definire causa eccezionale atipica, avesse concorso a determinare l’evento in quanto quest’ultimo viaggiava senza casco protettivo, ad una velocità sostenuta, di gran lunga superiore a quella consentita, a bordo di un motoveicolo per il quale non era sufficiente la patente B da lui conseguita, su un tratto di strada non totalmente rettilineo. In ragione di tali considerazioni, la Corte condivideva la determinazione del concorso di colpa della vittima nella misura del 65% effettuata dal giudice di primo grado e, sulla base dell’accertato concorso di colpa, dichiarava compensate tra le parti le spese relative all’azione civile.
4. Ricorrono per cassazione le parti civili D.R.N. , C.R. , D.R.R. e D.R.M.G. , a mezzo dei rispettivi difensori con unico ricorso, sulla base dei seguenti motivi:
a) art. 606 lett. b) cod.proc.pen., erronea applicazione dell’art. 154 cod. strada in relazione all’art. 133 cod.pen.. I ricorrenti ritengono che la Corte di Appello abbia erroneamente preso in considerazione elementi che non hanno rilevanza causale nella violazione dell’art. 154 cod. strada in quanto le condotte ascritte alla vittima non hanno concorso nell’aver creato una turbativa alla circolazione; la Corte, si assume, avrebbe applicato erroneamente le norme di cui agli articoli 133 cod.pen. e 154 cod. strada confondendo il contributo causale nella produzione dell’evento con la norma di cui all’art. 41 cod.pen., che regola la sussistenza di cause preesistenti, simultanee o sopravvenute.
b) omessa motivazione sul criterio di determinazione del grado di colpa a carico della persona offesa. Secondo i ricorrenti la sola rappresentazione di fatti che potrebbero aver inciso sulla causazione dell’evento lesivo non è sufficiente a soddisfare il requisito della motivazione, completamente assente sul punto.
c) omessa motivazione sul rigetto dei motivi di appello senza un puntuale esame delle questioni poste con i motivi di impugnazione. La Corte di Appello, secondo i ricorrenti, avrebbe omesso di analizzare le questioni di fatto e di diritto sollevate con i motivi di appello e, in particolare: la piena attendibilità dei testimoni oculari D. e S. , l’incertezza dell’effettiva velocità del motociclo, l’irrilevanza causale della manovra di sorpasso e l’ininfluenza della velocità del motociclo nella produzione dell’evento lesivo, l’ininfluenza nella produzione dell’evento della mancanza del casco protettivo e del titolo abitativo alla guida.
d) violazione dell’art. 606 lett. c) in relazione all’art. 541 cod.proc.pen. I ricorrenti censurano la sentenza impugnata per aver erroneamente applicato le I norme processuali che prevedono la condanna alle spese di costituzione di parte civile a carico dell’imputato, compensando tali spese per entrambi i gradi di giudizio nonostante l’imputato fosse stato ritenuto penalmente responsabile; la Corte non avrebbe fornito motivazione dell’eventuale sussistenza dei giusti motivi richiesti dall’art. 541 cod.proc.pen. per effettuarne la compensazione totale o parziale.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato.
1.1. I ricorrenti invocano un’interpretazione delle norme che assumono violate che non trova alcuna rispondenza nel dato normativo. Si invoca, in primo luogo, la corretta applicazione dell’art. 133 cod.pen., che attiene al potere discrezionale del giudice nella valutazione della gravità del reato agli effetti della determinazione della pena, con evidente inconferenza di tale richiamo nel giudizio concernente la responsabilità civile dell’imputato.
1.2. I ricorrenti ritengono, poi, che per accertare il concorso di colpa della persona offesa il giudice debba verificare se quest’ultima abbia tenuto un comportamento irrispettoso della medesima norma cautelare la cui violazione viene ascritta all’imputato, invocando un’interpretazione della norma che disciplina il concorso della condotta colposa della persona offesa che non trova corrispondenza nel testo dell’art.41 cod.pen., nel cui ambito il caso concreto è stato correttamente sussunto quale ipotesi di concorso di cause colpose indipendenti, ma che concerne la diversa fattispecie della cooperazione nel delitto colposo, disciplinata dall’art.113 cod.pen..
1.3. La censura concernente la violazione dell’art.41 cod.pen. risulta, peraltro, incomprensibile, posto che la sentenza impugnata ha correttamente applicato al caso concreto il principio interpretativo consolidato nella giurisprudenza di questa Corte in tema di concorso di cause indipendenti, in base al quale il concorso di cause può ritenersi escluso solo allorquando il conducente di un veicolo, nella cui condotta non sia ovviamente ravvisabile alcun profilo di colpa, vuoi generica vuoi specifica (Sez. 4, n. 32202 del 15/07/2010, Filippi, Rv. 248355), si sia trovato, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di “avvistare” l’altro veicolo e di osservarne, comunque, tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido, inatteso, imprevedibile. Solo in tal caso l’incidente potrebbe ricondursi eziologicamente in misura esclusiva alla condotta del secondo conducente, avulsa totalmente dalla condotta del primo ed operante in assoluta autonomia rispetto a quest’ultima (Sez. 4, n. 32303 del 02/07/2009, Concas, Rv. 244865).
1.4. Il provvedimento impugnato, integrato con l’analisi effettuata dal primo giudice in merito all’assenza del casco protettivo ed alla velocità tenuta dal motociclista in relazione alla conformazione della strada (pagg.10-12) ha, con logica deduzione, desunto l’incidenza causale della condotta colposa della vittima in relazione all’evento in concreto verificatosi facendo corretta applicazione del principio secondo il quale la responsabilità colposa implica che la violazione della regola cautelare deve aver determinato la concretizzazione del rischio che detta regola mirava a prevenire. La sentenza resiste alle censure mosse dai ricorrenti per vizio motivazionale sul punto relativo al contributo causale della colpa della vittima posto che, con argomentazione logicamente corretta, ha affermato che, tenuto conto che la causa del decesso era stata individuata dal medico-legale nell’impatto violento delle regioni cranio-encefaliche contro strutture rigide, la violazione delle norme cautelari relative all’obbligo di indossare il casco protettivo ed ai limiti di velocità aveva avuto efficienza causale nell’evento in concreto verificatosi.
2. Il secondo motivo di ricorso è infondato.
2.1. Nella giurisprudenza di legittimità è stato più volte precisato che in tema di omicidio e lesioni per colpa cosiddetta “stradale”, il giudice di merito, riconosciuto il concorso di colpa della persona offesa, adempie al dovere di motivazione in ordine alla graduazione delle colpe concorrenti, di cui è impossibile determinare con certezza le diverse percentuali, dando atto di aver preso in considerazione le modalità del sinistro e di aver confrontato le condotte dei soggetti coinvolti (Sez.4, n.31346 del 18/06/2013, Lobello, Rv. 256287; Sez. 4, n.4537 del 21/12/2012, dep. 29/01/2013, Fatarella, Rv. 255099; Sez.4, n.32222 del 5/06/2009, Casati, RV. 244431).
2.2. È, altresì, principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità quello per cui, in presenza di una doppia conforme affermazione di responsabilità, sussistente anche nell’ipotesi in cui il reato sia estinto per prescrizione dopo la pronuncia di primo grado ed il giudizio prosegua in grado di appello ai fini delle statuizioni civili, è consentita la motivazione della sentenza d’appello per relationem, sempre che le censure formulate contro la sentenza di primo grado non contengano elementi ed argomenti diversi da quelli già esaminati e disattesi, in quanto il giudice di appello, nell’effettuazione del controllo della fondatezza degli elementi su cui si regge la sentenza impugnata, non è tenuto a riesaminare questioni sommariamente riferite dall’appellante nei motivi di gravame, sulle quali si sia soffermato il primo giudice, con argomentazioni ritenute esatte e prive di vizi logici, non specificamente e criticamente censurate. In tal caso, infatti, le motivazioni della sentenza di primo grado e di appello, fondendosi, si integrano a vicenda, confluendo in un risultato organico ed inscindibile al quale occorre in ogni caso fare riferimento per giudicare della congruità della motivazione, tanto più ove, come nel caso di specie, i giudici dell’appello abbiano esaminato le censure con criteri omogenei a quelli usati dal giudice di primo grado e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-giuridici della decisione, sicché le motivazioni delle sentenze dei due gradi di merito costituiscano una sola entità (Sez. 2, n. 1309 del 22/11/1993, dep. 4/02/1994, Albergamo ed altri, Rv. 197250; Sez. 3, n. 13926 del 10/12/2011, dep. 12/04/2012, Valerio, Rv. 252615).
2.3. Per quel che riguarda la misura del riconosciuto concorso di colpa della vittima, entrambi i giudici di merito hanno fornito congrua motivazione, indicando gli elementi probatori valutati ai fini del giudizio (pag. 7 della sentenza della Corte di Appello e pagg.6 segg. della sentenza del Tribunale) e, in particolare: l’esito degli accertamenti svolti sul posto, le conclusioni dei consulenti tecnici, la natura e l’entità dei danni derivati dal sinistro, la condizione della strada, la posizione dei veicoli al momento dell’incidente. Contrasta con il tenore testuale della sentenza impugnata l’asserzione per cui il giudice di merito avrebbe omesso la motivazione in ordine ai criteri utilizzati per quantificare il concorso di colpa della persona offesa, essendo a tal fine ampiamente descritte le modalità del sinistro ed avendo logicamente i giudici di merito posto in correlazione la misura della percentuale di responsabilità dei due conducenti con l’evento in concreto verificatosi e, in particolare, con la riconducibilità del decesso della persona offesa “per l’impatto violento delle regioni cranio encefaliche contro strutture rigide”. La sentenza impugnata, richiamando sul punto anche le argomentazioni del giudice di primo grado, ha applicato il principio della condizione causale, riconoscendo sia nella condotta colposa ascrivibile all’imputato sia nella condotta colposa della vittima efficienza causale nel sinistro, traendo tale conseguenza con logica deduzione dal principio secondo il quale i conducenti di veicoli devono prevedere le imprudenze altrui e adeguare la propria condotta per evitare incidenti (pag. 11). La sentenza impugnata ha, dunque, fatto buon governo dei principi sopra enunciati.
3. Il terzo motivo di ricorso è manifestamente infondato.
3.1. I giudici di merito hanno espressamente motivato tanto con riguardo al giudizio sull’attendibilità dei testimoni D. e S. (pagg. 6-9 della sentenza del Tribunale e pag. 6 della sentenza della Corte di Appello), quanto in merito ai dati contrastanti emergenti in ordine all’effettiva velocità del motociclo, indicando per quale motivo le conclusioni del consulente tecnico delle parti civili non si potessero ritenere attendibili (pag. 6), quanto in merito alla rilevanza, ai fini della ricostruzione della dinamica del sinistro e delle responsabilità dei conducenti, della condotta della persona offesa (pag. 7), richiamando anche le argomentazioni svolte dal Tribunale. Il giudice di primo grado aveva, infatti, elencato i profili di colpa ascrivibili alla vittima, indicando sia il fatto che non portasse il casco e ritenendo tale circostanza “assolutamente influente sull’esito mortale del sinistro”, sia il fatto che tenesse una velocità assai sostenuta approcciando “con assoluta temerarietà un tratto di strada che, come si evince chiaramente dalle foto in atti, non è totalmente rettilineo e quindi avrebbe dovuto imporgli, in primis, di moderare la velocità, proprio per evitare di impattare contro ostacoli che potessero porglisi dinanzi dopo la curva” (pag. 12).
3.2. Nella giurisprudenza di legittimità è stato più volte enunciato il principio secondo cui la ricostruzione di un incidente stradale nelle sue dinamiche e nella sua eziologia, la valutazione delle condotte dei singoli utenti della strada, l’accertamento delle relative responsabilità, la determinazione dell’efficienza causale di ciascuna colpa concorrente sono rimesse al giudice di merito ed integrano una serie di apprezzamenti di fatto che sono sottratti al sindacato di legittimità se sorretti da adeguata motivazione. Nella concreta fattispecie, la decisione impugnata si presenta formalmente e sostanzialmente legittima e i suoi contenuti motivazionali forniscono esauriente e persuasiva risposta ai quesiti concernenti l’incidente stradale oggetto del processo.
3.3. Le ricorrenti parti civili svolgono doglianze generiche in chiave di puro merito, che tendono sostanzialmente ad una diversa valutazione delle risultanze processuali, non consentita nel giudizio di legittimità. Per altro verso, non rappresenta vizio censurabile l’omesso esame critico di ogni questione sottoposta all’attenzione del giudice di merito qualora dal complessivo contesto argomentativo sia desumibile che alcune questioni siano state implicitamente rigettate o ritenute non decisive, essendo a tal fine sufficiente che la pronuncia enunci con adeguatezza e logicità gli argomenti che si sono ritenuti determinanti per la formazione del convincimento del giudice. (Sez. 2, n. 9242 dell’8/02/2013, Reggio, Rv. 254988; Sez. 4, n. 34747 del 17/05/2012, Parisi, Rv. 253512; Sez. 4, n. 45126 del 6/11/2008, Ghisellini, Rv. 241907).
4. Il quarto motivo di ricorso è manifestamente infondato.
4.1. La sentenza impugnata ha fornito, sia pure succintamente, l’indicazione dei giusti motivi in base ai quali ha ritenuto di disporre la compensazione integrale delle spese relative alla costituzione di parte civile, facendo corretta applicazione del principio per il quale la condanna dell’imputato alle spese della parte civile segue solo al rigetto dell’impugnazione o alla pronuncia di inammissibilità della stessa (Sez. 5, n. 46453 del 21/10/2008, Colombo, Rv. 242611), oltre che del principio in base al quale è riservato al potere discrezionale del giudice disporre la compensazione delle spese relative all’azione civile, con l’unico limite che le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa (Sez. 5 Civile, n. 15316 del 19/06/2013, Rv. 627183).
5. Il ricorso deve essere pertanto rigettato, con condanna dei ricorrenti ai sensi dell’art. 616 cod.proc.pen. al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.


Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 13 dicembre 2017 – 16 febbraio 2018, n. 7669
Presidente Izzo – Relatore Nardin

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 21 aprile 2017 la Corte d’Appello di Messina ha confermato integralmente la sentenza del Tribunale di Messina, in funzione di giudice monocratico, riconoscendo F.F. , colpevole del reato di cui all’art. 589 comma 2^ cod. pen. per avere cagionato in data 11 dicembre 2006 un sinistro stradale nel quale perdeva la vita G.G.F. (deceduto il (omissis) ), con imprudenza negligenza ed imperizia e violazione degli artt. 141 e 145 C.d.S. in quanto, non adoperando la necessaria prudenza, in prossimità di un’intersezione, e procedendo alla guida della sua autovettura ad una velocità non consentita (94 km orari ove vigeva il limite dei 50 km orari), travolgeva l’autoveicolo condotto dalla vittima che, provenendo dalla corsia di marcia opposta, impegnava una svolta a sinistra, omettendo di dare la precedenza alla F. .
2. Avverso la sentenza della Corte territoriale propone ricorso l’imputata, a mezzo del suo difensore, affidandolo ad un unico motivo che articola in due profili. In primo luogo, censura la sentenza ex art. 606 comma 1^, lett. b) ed e) cod. proc. pen. in relazione agli artt. 157 e 589 cod. pen., lamentando il vizio di motivazione per essersi i giudici di merito avvalsi dell’elaborato tecnico del consulente del Pubblico Ministero, da ritenersi inutilizzabile ai sensi degli artt. 359 e 360 cod.proc. pen., avendo il magistrato requirente posto dei veri e proprii quesiti al consulente. In secondo luogo, osserva che il compendio probatorio acquisito dimostra che la tipologia della strada percorsa dall’imputata non può qualificarsi come riferibile ad un “centro abitato”, con conseguente limite orario pari a 50 km/orari, trattandosi di una semplice strada di collegamento, mentre alla velocità tenuta dall’auto della F. , non poteva dirsi di per sé causa del sinistro, addebitabile in modo esclusivo all’imprudente condotta di guida del G. che aveva impegnato una svolta a sinistra senza curarsi della tipologia dei luoghi e del sopraggiungere di auto nella direzione opposta.
3. Rileva, inoltre, l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione.

Considerato in diritto

1. La prima delle due censure sollevate dal ricorso è inammissibile.
2. Va premesso che “L’accertamento effettuato in sede di consulenza tecnica non garantita disposta dal P.M. ai sensi dell’art. 359 cod. proc. pen. può essere utilizzato solo per le determinazioni che l’organo dell’accusa assume nella fase delle indagini preliminari; lo stesso, quindi, non può, di regola, assumere valore probatorio al dibattimento, salve restando le ipotesi di consenso delle parti in tal senso, di sopravvenuta impossibilità di ripetizione dell’accertamento e di escussione in dibattimento del consulente nella piena dialettica del contradditorio e dell’esame incrociato. (Sez. 3, n. 22268 del 24/04/2008 – dep. 04/06/2008, Caleffi, Rv. 24025801).
3. Emerge, nondimeno, dalla lettura del verbale del dibattimento che all’udienza del 14 ottobre 2009, tutte le parti hanno acconsentito alla produzione della relazione tecnica, nulla opponendo, mentre il consulente del Pubblico Minstero, ing. A.G. è stato escusso come testimone e sia l’imputato, tramite il suo difensore, che le altre parti hanno partecipato all’esame. Ne consegue che tanto l’espressione del consenso all’utilizzo della consulenza tecnica da parte dell’imputato, quanto l’avere il medesimo provveduto al controesame del teste integrano i presupposti dell’utilizzabilità dello strumento.
4. La seconda doglianza è parimenti manifestamente infondata.
5. Il ricorrente non mette in dubbio le modalità di accadimento (ricostruite dal giudice di primo grado sulla base degli esiti degli accertamenti eseguiti nell’immediatezza dai Carabinieri ed acquisiti all’istruttoria dibattimentale e sulle deposizioni dei testi oculari, escussi in giudizio) ma sostiene che l’incidente ebbe luogo per esclusiva imprudenza della vittima, che effettuò una svolta a sinistra, senza dare la precedenza ai veicoli procedenti in senso contrario. La manovra del G. , infatti, dovrebbe essere considerata causa interruttiva del nesso causale fra la condotta dell’imputata – cui erroneamente si rimprovera l’eccessiva velocità non trattandosi di centro abitato – e l’evento morte.
6. Ora, la sentenza affronta la questione correttamente rilevando che la condotta consistita nel tenere una velocità inadeguata ai luoghi, trattandosi comunque di un tratto di strada con intersezioni, non consente di attribuire efficacia causale esclusiva all’imprudenza certamente commessa dalla vittima che omise di dare la precedenza, perché la condotta di guida deve essere tale da consentire di fronteggiare una manovra scorretta di altri utenti della strada.
7. Si tratta di una motivazione del tutto coerente che recepisce il modo di declinare il c.d. principio di affidamento come maturato in ambito di circolazione stradale, ove, l’esclusione o la limitazione di responsabilità in ordine alle conseguenze alle altrui condotte prevedibili o, in altri termini, il poter contare sulla correttezza del comportamento di altri, riduce i suoi margini in ragione della diffusività del pericolo, che impone un corrispondente ampliamento della responsabilità in relazione alla prevedibilità del comportamento scorretto od irresponsabile di altri agenti.
8. Ed invero, “In tema di circolazione stradale, il principio dell’affidamento trova un temperamento nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri nel limite della prevedibilità. (Sez. 4, n. 5691 del 02/02/2016 – dep. 11/02/2016, Tettamanti, Rv. 26598101; Sez. 4, n. 27513 del 10/05/2017 – dep. 01/06/2017, Mulas, Rv. 26999701) tanto che “l’obbligo di moderare adeguatamente la velocità, in relazione alle caratteristiche del veicolo ed alle condizioni ambientali, va inteso nel senso che il conducente deve essere in grado di padroneggiare il veicolo in ogni situazione (Sez. 4, n. 25552 del 27/04/2017 – dep. 23/05/2017, Luciano, Rv. 27017601).
9. Ciò che va valutata, nella specifica situazione di fatto, è la ragionevole prevedibilità della condotta della vittima, ma anche la propria capacità di porre in essere la manovra di emergenza necessaria ad evitare l’evento, per il caso del concretizzarsi del pericolo temuto, dovuto al comportamento imprudente o negligente altrui, così come alla violazione delle norme di circolazione da parte della vittima o di terzi.
D’altro canto, il comportamento richiesto al conducente, in questa ipotesi, era proprio quello descritto sia dal secondo comma dell’art. 141 C.d.S. secondo cui “Il conducente deve sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile” che dall’art. 145 C.d.S. che stabilisce l’obbligo dei conducenti, che si approssimino ad un’intersezione di “usare la massima prudenza al fine di evitare incidenti”.
Ebbene, non può dubitarsi che fra gli ostacoli prevedibili vi sia un’auto che, ad un’intersezione, svolti a sinistra, senza controllare se si siano veicoli che sopraggiungano, cui deve essere assicurato il diritto di precedenza, il che implica di per sé che l’approssimarsi ad un’intersezione tenendo una velocità che impedisce di porre in essere una manovra di emergenza, tale da evitare il pericolo costituito dalla prevedibile altrui condotta imprudente, costituisca condotta causalmente connessa con l’impatto e con le sue conseguenze.
8. Deve, infine, escludersi che il reato possa dichiararsi estinto per prescrizione, perché il fatto è accaduto in data 11 dicembre 2006, mentre il decesso di G.G.F. è intervenuto il (omissis) , pertanto, in applicazione dell’art. 157 cod. pen., nel testo sostituito con l’art. 6 della Legge 5 dicembre 2005, n. 251, che ha previsto il raddoppio dei termini per i reati di cui all’art. 589, comma 2^ e 3^ la prescrizione non è maturata.
9. All’inammissibilità consegue il pagamento delle spese processuali e la condanna al versamento della somma di C. 2.000,00 alla cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della cassa delle ammende.


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