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Lo sai che? Ingiuria: i confini del reato

Lo sai che? Pubblicato il 23 agosto 2015

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Condizioni, soggetti, modalità dell’offesa nel reato di ingiuria: differenze con la diffamazione, la sanzione, le aggravanti.

Non integrano il reato di ingiuria [1] le espressioni verbali che si risolvono in dichiarazioni di insofferenza rispetto al soggetto nei cui confronti sono rivolte e siano prive di contenuto offensivo nei riguardi dell’altrui onore e decoro, anche se formulate con terminologia scomposta e ineducata. Come dire che non è tanto importante la parola proferita, quanto piuttosto il contesto in cui viene affermata, anche da valutarsi sulla base dello standard di sensibilità sociale del tempo. Per esempio, se nell’ambito di rapporti già tesi ed esasperati tra le parti, l’offesa si risolva solo in uno sfogo di nervosismo e di intolleranza per gli atteggiamenti dell’altra parte, ma non è rivolto unicamente a offendere la persona in sé, allora non si può parlare di alcun reato.

In un caso giurisprudenziale di non molto tempo fa, un uomo aveva chiamato “vipera” la suocera dinanzi agli agenti, intervenuti nell’immediatezza per dirimere una lite in corso. Secondo i giudici della Cassazione, l’episodio non era tale da poter far scattare l’ingiuria [2].

L’ingiuria

La condotta prevista dal codice penale [1] punisce chiunque offenda l’onore o il decoro di una persona presente mediante comunicazione telegrafica o telefonica, o con scritti o con disegni diretti alla persona offesa.

Il reato di ingiuria rientra tra i delitti contro la persona e, specificatamente, tra quelli contro l‘onore. Esso è posto a tutela dell’onore e del decoro della persona.

L’onore è insieme delle qualità che concorrono a determinare il valore di un determinato individuo; il decoro, invece, è il rispetto o riguardo di cui ciascuno, in quanto essere umano, è comunque degno.

Elementi caratterizzanti il delitto di ingiuria sono, pertanto:

– la condotta offensiva dell’onore o del decoro

– la presenza dell’offeso.

Soggetto attivo e passivo

Può commettere il reato chiunque: non è richiesta, quindi, alcuna qualifica soggettiva.

Il soggetto passivo deve essere determinato o determinabile. Non è quindi configurabile il reato in caso di offesa collettiva, ossia rivolta ad intere categorie astrattamente determinate (per es. l’ordine degli avvocati, l’ordine dei giudici, ecc.) [3].

L’ingiuria è un reato a forma libera, in quanto l’offesa può avvenire in qualsiasi modo, verbalmente, con gesti, scritti, e anche in forma omissiva [4].

Inoltre, secondo parte della dottrina l’ingiuria può essere sia diretta che indiretta, a seconda che colpisca la persona cui è indirizzata la condotta offensiva o che sia rivolta nei confronti di una persona diversa da quella cui è apparentemente indirizzata l’offesa.

È sufficiente la volontà dell’agente di realizzare l’azione e la consapevolezza della sua capacità offensiva (cosiddetto dolo generico), a prescindere quindi dalla specifica volontà di ledere l’altrui onore.

Consumazione

Per chi qualifica il reato di ingiuria come reato di pericolo, il momento consumativo coinciderà con il momento in cui il soggetto percepisce l’offesa, da intendersi meramente come percezione fisica e non come necessaria comprensione del significato offensivo dell’espressione.

Per chi qualifica il reato di ingiuria come reato di danno, il momento consumativo coinciderà con il momento in cui la vittima si senta effettivamente lesa nell’onore.

Si può configurare anche il tentativo.

Sanzioni

La pena prevista per il reato di ingiuria è la reclusione fino a sei mesi o la multa fino a 516 euro.

Circostanze aggravanti

La pena è della reclusione fino ad un anno o della multa fino a 1032 euro se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato. La ratio di tale aggravante risiede nella maggiore carica offensiva insita nell’attribuzione di un fatto determinato, che per essere tale deve essere concretamente individuabile ed apparire credibile.

La pena è aumentata anche nell’ipotesi in cui l’offesa sia commessa in presenza di più persone.

Se i fatti sono veri

Il codice penale [5] prevede che “quando l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la persona offesa e l’offensore possono, d’accordo, prima che sia pronunciata sentenza irrevocabile, deferire ad un giurì d’onore il giudizio sulla verità del fatto medesimo”.

Viene così esclusa la punibilità del reato quando è raggiunta la prova della verità dei fatti attribuiti all’offeso.

La prova della verità del fatto è, inoltre, sempre ammessa nel procedimento penale:

– se la persona offesa è un pubblico ufficiale ed il fatto ad esso attribuito si riferisce all’esercizio delle sue funzioni;

– se per il fatto attribuito alla persona offesa è tuttora aperto o si inizia contro di essa un procedimento penale;

– se il querelante domanda formalmente che il giudizio si estenda ad accertare la verità o la falsità del fatto ad esso attribuito.

In tutti e tre i casi previsti da questa disposizione la prova della verità del fatto è subordinata al fatto che l’offesa consista in un fatto determinato, che in quanto tale può essere provato.

Ritorsione e provocazione

Se le offese sono reciproche, il giudice può dichiarare non punibili uno o entrambi gli offensori.

Si tratta di una causa di non punibilità che si fonda sul carattere reciproco delle offese. È necessario un rapporto di immediatezza delle accuse, ma è pur sempre richiesto che tra le stesse intercorra un evidente nesso di dipendenza.

Procedibilità e competenza

Il delitto di ingiuria è procedibile a querela della persona offesa.

L’autorità giudiziaria competente è il Giudice di pace; il Tribunale monocratico per le ipotesi aggravate.

Differenza con la diffamazione

Mentre il delitto di ingiuria sussiste quando si offende l’onore o il decoro di una persona presente al momento dell’azione criminosa, la configurazione del delitto di diffamazione richiede l’assenza dell’offeso.

note

[1] Art. 594 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 5227/14.

[3] Cass. sent. n. 34599/2008.

[4] Trib. Roma, sent. n. 22103 del 08.11.2004; Cass. sent. n. 21264/2010.

[5] Art. 596, co. 2, cod. pen.

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Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 19 novembre 2013 – 3 febbraio 2014, n. 5227
Presidente Marasca – Relatore De Marzo

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 02/10/2012 il Tribunale di Nicosia ha confermato la decisione di primo grado che aveva condannato alla pena ritenuta di giustizia e al risarcimento dei danni in favore della parte civile, D.M. , avendolo ritenuto responsabile del reato di ingiuria aggravata, per avere pronunciato, nei confronti di N.S. e alla presenza di più persone, la seguente espressione: “è scesa mia suocera come una vipera, come una vipera, come una vipera”.
2. Nell’interesse del D. è stato proposto ricorso per cassazione, affidato ai seguenti motivi.
2.1. Con il primo motivo, si lamentano vizi motivazionali nonché inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, in relazione all’art. 594, commi primo e secondo, cod. pen., sottolineando: a) l’assenza di offensività dell’espressione, pronunciata all’esito di un’aspra discussione, in un contesto litigioso ed ostile e, comunque, non indirizzata all’interessata, ma agli agenti intervenuti e al fine di descrivere la scena.
2.2. Con il secondo motivo, si lamentano vizi motivazionali nonché inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, in relazione agli artt. 594, commi primo e secondo, e 599 cod. pen., criticando la valutazione di inattendibilità del teste D.P. , il quale aveva riferito di un’espressione ingiuriosa (“bastardo”) rivolta dalla N. all’imputato.
2.3. Con il terzo motivo, si lamenta inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 594, commi primo e secondo, cod. pen., con riferimento alla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato contestato.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo di ricorso, avente carattere assorbente, è fondato. Occorre premettere che l’espressione sopra indicata è stata pronunciata dal ricorrente in un contesto di rapporti tesi (la sentenza di primo grado fa riferimento ad “un’acredine personale, a causa di fatti pregressi, che hanno portato a questioni giudiziarie”), legati ad un quadro di conflittualità derivante dalla crisi del rapporto del D. con la figlia della parte civile.
A ciò deve aggiungersi che la frase non è stata indirizzata alla N. , ma è stata utilizzata dal ricorrente per descrivere agli agenti intervenuti l’azione della donna, “scesa come una vipera”.
Ora se è vero che il reato di ingiuria si perfeziona per il sol fatto che l’offesa al decoro o all’onore della persona avvenga alla sua presenza, è altrettanto vero che non integrano la condotta di ingiuria le espressioni verbali che si risolvano in dichiarazioni di insofferenza rispetto all’azione del soggetto nei cui confronti sono dirette e sono prive di contenuto offensivo nei riguardi dell’altrui onore o decoro, persino se formulate con terminologia scomposta ed ineducata (Sez. 5, n. 19223 del 14/12/2012 – dep. 03/05/2013, Fracasso, Rv. 256240).
In definitiva, la valenza offensiva di una determinata espressione, deve essere riferita al contesto nel quale è stata pronunciata (Sez. 5, n. 32907 del 30/06/2011, Di Coste, Rv. 250941), tenendo conto, tra l’altro, dello standard di sensibilità sociale del tempo (Sez. 5, n. 10420 del 15/11/2007 – dep. 06/03/2008, Riccardi, Rv. 239109).
Da tali premesse, discende che la frase sopra riportata, pronunciata all’esito di un contrasto che aveva determinato l’intervento delle Forze dell’Ordine e per descrivere, nella concitazione del momento, le modalità dell’azione della N. , non si connota in termini di offensività idonei a giustificare l’attivazione della tutela penale.
In conclusione, la sentenza impugnata va annullata senza rinvio perché il fatto – reato contestato non sussiste.
2. Per ciò che attiene al regolamento delle spese, ritiene il Collegio che l’esito dei giudizi di merito giustifichi, ai sensi dell’art. 542, comma 1, cod. proc. pen., la compensazione totale.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste. Dichiara compensate tra le parti le spese.


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